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‘L’illusoria libertà del pensiero’. Recensione del saggio di Filippo Bonfiglietti


RECENSIONE DEL SAGGIO DI FILIPPO BONFIGLIETTI « L’ILLUSORIA LIBERTA’ DEL PENSIERO ». Il gioco complesso dei nostri condizionamenti a credere . (Pagine 333- arabAFenice ed. Boves 2012). Grazie Filippo per questa avventura di libertà, senza illusioni, malgrado il titolo della tua pregevole opera. 

    Il grande pianista e direttore d’orchestra Daniel Baremboim, nell’aureo volume « La musica è un tutto » – Feltrinelli ed. Milano 2012 -, scrive – pag.11- : «Uno degli obbiettivi raggiunti in pieno nel ventesimo secolo è l’asservimento e la parcellizzazione della conoscenza, altrimenti detta specializzazione….La specializzazione ci regala meravigliosi risultati nella scienza, nella medicina e nella tecnologia, ma allo stesso tempo produce una dissociazione tra idee e fatti organicamente collegati. »

    Il saggio di Filippo Bonfiglietti, ove si compenetrano e connettono svariate discipline spazianti in un vasto ambito culturale, sembra, implicitamente, compreso della necessità di rispondere, oggi, nell’epoca somma di una parcellizzazione nozionistica del sapere computerizzato, all’esigenza dell’organicità, della globalità e delle connessioni tra le materie della conoscenza che, solo in tal modo, diviene cultura.

    Il titolo dell’opera pone l’accento sulla illusorietà di un pensiero che sia veramente libero dai condizionamenti rovesciati sulla società dal potere, dalle sue parole d’ordine, dai luoghi comuni dei quali abusa attraverso una strumentazione ancestrale, ancorché sofisticata in ragione dei mezzi della moderma tecnica.

    Malgrado ciò, malgrado il pessimismo nominale dell’avvio ad un’opera di tanto spessore, l’autore non soffre alcuna limitazione della sua visione critica e della sua autonomia di pensiero. Egli, quasi contraddittoriamente, diviene testimone di una libertà intellettuale innegabile e che consente di porre limiti, barriere e ripulse alla massa dei condizionamenti espressi dal potere     nelle sue varie forme materializzate in quelle che l’autore chiama fedi.

Il termine fede è attribuito alle convinzioni più disparate del genere umano, a qualsiasi credenza religiosa, politica, filosofica, sociale, ancorché tesa ad obbiettivi di carattere pratico, economico, meramente personale, cui molti collegano la loro azione e spesso il loro destino mortale. Ne deriva, a nostro avviso, una serie di parificazioni a volte inammissibili poiché solo la trascendenza conferisce al termine quella indiscutibilità, quell’espulsione di ogni verifica, trattandosi di un al di là non conoscibile ai viventi, che ne giustifica l’assolutezza.

La storia, soprattutto quella moderna, percorsa dall’autore, appare privilegiata sotto l’aspetto dell’affermarsi e dell’affossarsi delle ideologie o anche solo delle idee (viste, come sopra si è osservato, sotto il profilo fideistico) dalle quali sono fatti dipendere le strutture del potere e gli eventi. Noi pensiamo che manchi, a questo proposito, l’analisi materiale dei fatti ai quali sono connesse le ideologie e sulla base dei quali si struttura il potere. Non ci pare, per fare un esempio, che la causa della prima guerra mondiale sia l’affermarsi del nazionalismo come semplice idea, ma siano le condizioni economiche e gli interessi delle classi abbienti che poi, ideologicamente, hanno trovato supporto nel nazionalismo.

Quanto sopra nulla toglie al valore dell’opera che sollecita un discorso analitico e sintetico sull’affermarsi dei più disparati personaggi, attraverso i quali il potere si è espresso nelle forme più alte e più atroci di questi ultimi secoli di storia.

Possiamo considerare un notevole condizionamento culturale dell’autore la psicanalisi alla quale è data una valenza scientifica, come se l’affermazione dell’esistenza dell’inconscio, dell’Io e del super-Io, fosse una vera e propria scoperta e non, come invece noi riteniamo, una geniale interpretazione della psiche umana e, in sostanza, una ideologia. Trattasi però di un condizionamento consapevole.

Attraverso gli strumenti che gli offre la psicoanalisi, l’autore traccia la via che deve liberarci dai condizionamenti imponendoci « l’autoconoscenza che sola può farci comprendere un nostro sistema di valori e che è quindi l’unica via per raggiungere l’autoconsaspevolezza. Autoconsapevolezza significa percepire se stessi e, simultaneamente, esserne percepiti. Mentre con l’autoconoscenza siamo oggetto, in rapporto all’autoconsapevolezza siamo anche soggetto. E poiché il soggetto gestisce l’oggetto così facendo lo modifica e, senza accorgersene,cambia anche se stesso. »

Come può constatarsi l’aspetto filosofico dell’opera è irrobustito da una propensione all’impegno personale del soggetto che reagisce alla sostanziale non etica del potere, fino a raggiungere l’autoaccettazione e l’accettazione dell’altro, fino all’etica superiore dell’altruismo, insita nella predicazione di Cristo.

I passi di cui sopra possono risultare di difficile comprensione a chi non sia abituato al linguaggio filosofico, ma con la seconda parte del libro (Dalle Miserie dell’Io al Trascendente) l’Autore espone in modo armonico i concetti che sostanziano tali proposizioni.

Attraverso l’accettazione del non-Io, del contatto umano, del lavoro per gruppi creativi, nei quali ci si mimetizza, il discorso si apre su un altro nostro aspetto interiore che « a volte chiamiamo Anima ». A questo aspetto ulteriore del soggetto appartengono le qualità superiori quali la capacità di amare e il senso dello scopo.

Depurato il termine « amore » dalle strumentalizzazioni e dalle banalità indotte dai luoghi comuni e dal potere (in ispecie religioso), che ne usa spesso come strumento di oppressione, se ne deduce la sua natura di moto dell’anima che trova il suo fulcro nell’etica massima espressa da Cristo con il dettato « ama il prossimo tuo come te stesso ». Una consapevolezza dell’altro che, paradossalmente – secondo l’autore – ha inizio con l’Illuminismo anziché con le Chiese. Questo non stupisce però chi, come noi, fa risalire all’Illuminismo il grande cammino della libertà dell’uomo, la rivendicazione dei suoi diritti fondamentali e la caduta dell’assolutismo. Tutto ciò sarebbe stato inconcepibile al di fuori della consapevolezza dell’altro, da parificare a se stessi.

Moto dell’Anima sono anche gli scopi. Secondo l’autore, esiste un ordine che si inquadra in tre fondamentali archetipi degli scopi base collettivi dalla cui combinazione sorge quello di ogni civiltà umana. Si tratta di tre coppie di opposti : 1) quello del sapere contrapposto al fideismo ; 2) quello dello spiritualismo contrapposto al materialismo ; 3) quello del collettivismo contrapposto all’individualismo. Queste contrapposizioni sono idealmente giustificabili ma, a nostro avviso, sono difficili da sostenere nella concretezza storica. Basti pensare all’uso della logica aristotelica da parte della Scolastica, alla struttura della materia- energia e al fatto che al piacere è data una gerarchia solo in forza di un’ideologia etica, che collettivismo e individualismo non contrastano sul fine di raggiungere il meglio per l’uomo ma contrastano solo sui mezzi.

L’excursus storico sugli scopi decorre dalla civiltà romana e greca. L’atteggiamento fideistico della prima, latente per una propria carenza nella speculazione scientifica e filosofica, costituisce, a detta dell’Autore, la ragione della sua sottomissione al cristianesimo. Il saggio prosegue incrociando gli scopi con le più svariate credenze. La chiusura del capitolo è di un indiscutibile fascino intellettuale :

« La vita, se davvero non riuscissimo a trovarle altri scopi, potrebbe avere quello di trovarne uno. »

Con un paragrafo dedicato a Bene, Male, Ottimismo, Pessimismo, l’Autore si avvia alle conclusioni mettendo in rilievo le contraddizioni e le confusioni tra Bene e Male derivate nella storia « cristiana », dall’esercizio del potere attraverso lo strumento della « fede ». Nell’affrontare il tema delle catastrofi del ‘900 mette in evidenza come una di queste catastrofi sia derivata da quella che egli ritiene anch’essa una fede : « l’applicazione pratica di un’idea filosofica, il comunismo, nell’incredibile impero sovietico, dal suo parto drammatico al suo inopinato dissolvimento. » Dal nostro punto di vista, riteniamo che più che di un’idea filosofica il moderno comunismo sia il frutto di un’acuta analisi economica della società e del potere nella società. Né può obliterarsi la genesi religiosa dell’ideologia. Comunista radicale era San Pietro (vedasi : Atti degli Apostoli 4,32 – con pena di morte per chi sgarrava – 5,5- 5,9-10-Anania e Saffira). Il motto programmatico « a
ciascuno secondo i suoi bisogni » sta scritto per la
prima volta nel succitato passo del Nuovo Testamento : 4,35. Che lo « Stato guida » – più zarista che comunista – abbia fallito, non incide più di tanto sulla teoria. I regimi dittatoriali e dispotici si assomigliano tutti, ma non si può dimenticare che lo scopo del Nazismo era quello di sottomettere e anche di distruggere altri popoli e oppositori, quello del c.d. Comunismo era di liberare gli uomini dallo sfruttamento e di raggiungere l’uguaglianza anche tra le nazioni.

Dopo alcune valutazioni critiche su prese di posizione irrazionali, derivanti dal difetto di conoscenza della realtà (per esempio: occorre costruire bene le centrali atomiche, non eliminarle), l’Autore espone una sua ideologia che dall’ottimismo lo conduce alla trascendenza oggetto dell’ultimo capitolo del libro : « L’ottimismo dipende dal saper credere anche nelle qualità umane più elevate. Tanto elevate da chiedersi se non travalichino i limiti dell’Io, al punto da supporre qualche sua parentela più o meno lontana con il soprannaturale. Che a sua volta è più o meno sinonimo di trascendente spirituale. »

Come si vede, tutto si lega : Anima, elevatezza, spirituale, soprannaturale, trascendente.

Con il capitolo « Le quasi dimostrazioni del TRASCENDENTE », l’Autore termina il suo cospicuo lavoro : un viaggio avventuroso e esaltante tra psicologia, sociologia, religione, filosofia, politica, storia, organicamente collegate – come vorrebbe Baremboim. Inizia esponenendo una sua originale teoria su quello che definisce « Il Trascendente fisico ». In sostanza, richiamando le speculazioni e le scoperte della scienza contemporanea, attribuisce alle « innumerevoli realtà scoperte e comprese scientificamente, pur non essendo minimamente percepibili fisicamente » il carattere di trascendenza. Si tratta di una teoria propedeutica all’introduzione di un discorso che l’Autore vuole affrontare su quella che egli chiama Trascendenza spirituale. Lo sforzo è notevole e potrebbe essere foriero di ulteriori sviluppi, sia sotto il profilo filosofico, sia sotto il profilo scientifico e religioso. Se, afferma in sostanza l’Autore, fino a ieri credevamo inesistenti fenomeni del tutto reali (ora dimostrati tali in forza del progresso scientifico) solo perché non ne avevamo una effettiva percezione (composizione dell’atomo, per esempio), perché dovremmo escludere l’esistenza del trascendente spirituale che, analogamente, potrebbe risultare verificabile in base ad un futuro progresso scien tifico ? La tesi è suggestiva ma inammissibile. A nostro avviso già parlare di Trascendente fisico costituisce una contraddizione in termini. Trascendente significa al di là e al di fuori di ogni e qualsiasi fisicità. Il fatto che prima non percepissimno fenomeni reali scoperti dalla scienza, significa solo che eravamo carenti degli strumenti di conoscenza di dati peraltro assolutamente immanenti, per nulla al di là o fuori del nostro mondo. La trattazione prosegue sulla traccia della ricerca del Trascendente perché, in ogni caso, l’ipotesi della continuità della vita merita la ricerca e l’Autore, ricco di svariate esperienze di carattere spirituale, ci accompagna a sondare dubbi e speranze attraverso le posizioni strutturatesi nei secoli dopo Cristo. Anche l’opposizione evoluzionismo/creazionismo è messa in forse dal fatto che lo stesso BigBang altro non sia che un immenso atto di creazione cui consegue l’evoluzione delle specie. Alla luce di quelle che l’Autore chiama scoperte sul superconscio e sull’inconscio collettivo è maturato il sospetto che le idee tradizionali sull’Anima possano essere ritenute sostanziali intuizioni e non speranzose fantasie.

Il processo di ricerca così abbozzato sulla trascendenza e che, in primis, pone il problema dell’esistenza di Dio, si conclude lasciando il lettore immerso nei problemi, come è giusto che sia, pur con un dettato etico e di saggezza che l’Autore trae dalla profondità del terreno culturale sul quale si è radicato e nel quale riconosce la base cristiana. Nulla di fideistico e di chiesastico, il senso è quello alto, nobilitante e rivoluzionario dell’ama il prossimo tuo come te stesso, quello che dà valore all’integrazione tra culture diverse per un ampliamento di coscienza, di visione e di consapevolezza, per un futuro di ampio respiro.

Grazie Filippo per questa avventura di libertà, senza illusioni, malgrado il titolo della tua pregevole opera.

Stefano Carrara Sutour



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