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Savona e il docufilm. La strage del Nova Festival in Israele insegna. L’alleanza col fascioleghismo. Lo slogan di Jean Marie Le Pen e quello delle famigerate SS


Il docufilm #NOVA, prodotto da “Yes Studios” sulla strage del 7 ottobre al Nova Festival in Israele, è un documento sconvolgente. Ho potuto vederlo grazie a un invito dell’Associazione di Amicizia Italia-Israele che venerdì sera lo ha proiettato nella “sala Nassirja” della Provincia.

di Mimmo Lombezzi

#NOVA inizia con un tipico scenario della generazione cresciuta su Instagram e TikTok: DJ set, ragazzi che ballano, bevono, fanno selfie, ridono e si divertono. Due teschi, prodotti da un effetto luminoso, bucano la notte danzante come una profezia involontaria. All’alba la scena cambia: uno sciame di razzi traccia nel cielo una serie di linee rosse, mentre gli alianti a motore guidati dai terroristi cominciano a calare sui campi. I Deejay spengono la musica e lanciano l’allarme, ma mentre ci si allontana c’è ancora il tempo di fare delle battute, con la certezza che l’Iron Dome fermerà i missili: “Sembra di essere in un film”, dicono alcuni ragazzi che raggiungono le auto, ma il genere del film si rivela subito dopo: non è fantascienza, è una caccia all’uomo e i “marziani” sono i soldati di Hamas, che mezz’ora prima erano partiti in moto da Gaza correndo in estasi verso la morte propria e altrui.

Da quel momento le immagini dei cellulari si spezzano: frammentate dalla corsa, dal panico, dagli spari, registrano in pochi secondi i messaggi di addio dei morituri, terribilmente simili a quelli di chi si lanciava dalle Torri Gemelle per non morire bruciato: “Papà, mamma, sappiate che vi ho sempre voluto bene…”. Le raffiche dei kalashnikov investono qualsiasi cosa si muova. In pochi minuti le strade si trasformano in gimkane contorte di auto crivellate e di cadaveri con abiti da festa, ma fra coloro che fuggono c’è ancora qualcuno che camminando cerca di confortare i compagni “vedrai che non ci faranno del male…”.

Le telecamere di sorveglianza intanto registrano esecuzioni attuate con calma e precisione, frugando auto e case come se si trattasse di un “censimento”, di un “lavoro”. Lo stesso “lavoro” che nel ’41 si svolgeva intorno alla fossa di Babij Jar (1).

Chi cerca di fuggire viene raggiunto e abbattuto. Altri vengono presi in ostaggio e caricati su moto e furgoni per essere portati a Gaza: “Avete preso delle ragazze?” chiede un miliziano al telefono “Meglio ancora!”. Il senso della frase emerge ora, ogni giorno di più, con i racconti degli stupri commessi nei tunnel di Gaza. Gruppi di giovani, nascosti fra le frasche, come animali braccati, registrano piccoli video-diari, mandando messaggi ai parenti o agli amici: c’è chi piange, chi cerca ancora di fare una battuta, chi è paralizzato dal terrore, mentre le raffiche frugano gli alberi. Quando arrivano poliziotti e soldati sulla scena del festival, le body-cam allineate alle canne delle pistole registrano tutto l’orrore del massacro: “qualcuno è vivo?” urlano dozzine di volte, ma nessuno risponde e le telecamere continuano a scoprire solo mucchi di morti: fra i banchi della birreria, dietro gli amplificatori, fra le attrezzature musicali, nelle roulottes, ovunque. I pixel nascondono allo spettatore fiumi di sangue.

I giovani uccisi al Nova Festival prima ancora che come israeliani si vivevano come europei, come occidentali, come milioni di altri giovani ‘educati’ dalla comunicazione globale dei social network. I loro padri, diceva giustamente Francesco Battistini a Finale due mesi fa, non sarebbero mai andati a un rave senza portarsi il mitra (e forse si sarebbero difesi…), loro invece si sono portati cuffie e cellulari illudendosi forse che la “comunicazione” e le buone intenzioni – erano in gran parte pacifisti – potessero tenere lontana la storia atroce del Medio Oriente.

La scena finale del documentario è straziante: le immagini Instagram di oltre 300 giovani vengono “congelate” dai nomi e dalle date di nascita e diventano lapidi, pietre d’inciampo di un atto di genocidio. La data di morte è uguale per tutti: 7 ottobre. Man mano che il tempo passa si scopre che le ragazze prese in ostaggio sono state violentate ma quegli stupri per alcune femministe italiane sono stupri di serie B…

In un paese normale, in una città normale – con una politica culturale che non sfugga dai temi del presente perché “sono divisivi” – un documento del genere verrebbe proiettato in piazza invece che in un luogo chiuso e presidiato dalla Digos (e ringrazio Cristina Franco di avermi invitato), ma, proprio per la sua qualità, un filmato del genere avrebbe meritato una presentazione adeguata. Se l’intervento del collega Stefano Piazza era basato su fatti e foto raccolti sul posto, altri interventi ascoltati nel corso della serata erano pura propaganda con derive degne dell’Afd tedesco.

Chiunque conosca anche poco la storia del fondamentalismo islamico sa che la prima vittima del jihadismo è stato l’islam moderato. La prima vittima dell’attentato Isis di Nizza (a due ore da Savona) è stata una donna musulmana. Erano musulmani anche gli ufficiali dell’Olp accecati, torturati a morte e massacrati da Hamas nel 2007. Lo stesso Rabin confessò al Corriere “Siamo noi che abbiamo fatto crescere Hamas perché l’OLP era troppo laico e troppo popolare”. Ora, assimilare tutti i musulmani agli islamisti è un’operazione che oggi non farebbe neppure il “crociato” Prosperini prima di finire sotto inchiesta.

Dopo aver assistito nel film al trionfo omicida dell’intolleranza jihadista, ho trovato abbastanza imbarazzante la messa in scena di un altro tipo di intolleranza per cui: “l’islam è una civiltà inferiore“, “gli immigrati vanno presi in massa e scaricati nei loro paesi d’origine come fecero gli Spagnoli con i ‘moriscos'”, “Dobbiamo toglierci i guanti...”. Lo slogan preferito da Jean Marie Le Pen e dal Fronte Nazionale era “Un milione di immigrati in meno, un milione di posti di lavoro in più”. Oggi qualcuno in Italia cerca di imitarlo, ignorando che quello slogan riciclava paro paro uno slogan delle SS: “Un milione di ebrei in meno, un milione di posti di lavoro in più”.

Mi ha stupito che la Comunità Ebraica, autorevolmente rappresentata in sala, non abbia replicato a un frasario degno de “La difesa della razza” che la stessa Marine Le Pen ha da tempo rinnegato (insieme al padre). Mi ha stupito che nessuno abbia speso una sola parola di pietà per il massacro di bambini che sta producendo l’operazione speciale contro Hamas. Anzi, qualcuno ha detto che 33000 morti non sono abbastanza e che “bisogna andare sino in fondo”.

La comunità ebraica (a Milano ho molti amici e colleghi che ne fanno parte) è stata per molto tempo un argine al razzismo. Sarebbe triste che sacrificasse questo patrimonio di valori sull’altare dell’alleanza col fascioleghismo. Lo stesso discorso vale per gli esponenti, presenti in sala, di quella che in teoria sarebbe la “destra moderata”, dal Presidente della Provincia al consigliere Angelo Vaccarezza: siete d’accordo sul fatto che con gli immigrati dobbiamo “toglierci i guanti”?

Nell’introduzione, Vaccarezza ha invitato la stampa a raccontare i fatti e ha negato che in Israele ci sia l’apartheid. Raccolgo il suo appello, ma devo dargli una delusione: è vero che in Israele non c’è l’apartheid, ma c’è ed è feroce nei territori occupati. Questo non lo dico io (che pure in Israele ci sono stato più volte, l’ultima nel 2015) ma giornali come Haaretz e il più grande giornalista israeliano, Gideon Levy.

Mimmo Lombezzi

Nota: (1) Babij Jar è un fossato nei pressi della città ucraina di Kiev. Il luogo è tristemente noto per essere stato, durante la seconda guerra mondiale, un sito di massacri ad opera dei nazisti e collaborazionisti ucraini ai danni della popolazione locale. Particolarmente documentato e noto fra tali massacri fu quello compiuto tra il 29 e il 30 settembre 1941, in cui trovarono la morte 33.771 ebrei di Kiev (fonte: Wikipedia)


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