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La solitudine nuda del Taranco di Giusvalla

Si era ancora agli albori del capire, ci rendemmo ben presto conto con sgomento che ci mancavano i più elementari strumenti per costruire la base di un pensiero strategico in quella terra solitaria del Taranco.

Quando Mariuccia di Giusvalla si sedeva sul muretto in tempo di guerra (1943)

Anche questa nostra manifesta incapacità nella disciplina mentale sconvolgeva sistematicamente ogni parvenza ideativa della semplice bozza di un qualsiasi pensiero spurio.

Era tutto un mondo interiore con i suoi echi ancestrali da interpretare e dipanare seguendone i fili per riannodarli tra di loro in quella landa selvaggia di Giusvalla.

Bisognava forse ridisegnarlo il mondo del Taranco, ridare nomi alle cose, farle diventare familiari e distribuirle con semplicità in un paesaggio boschivo ridisegnato giorno per giorno.

Si doveva anche scriverlo da capo il mondo giusvallino, progettarlo nuovo e pieno di fili ben distesi davanti a noi, in ogni direzione, verso Savona, verso Acqui, verso Cortemilia.

Intrufolarci nelle pieghe del non detto, un silenzio eloquente che prospettava più di quello che l’uomo locale voleva tacere, uno iato di contenimento che presto avrebbe ceduto o che sarebbe stato scavalcato con un massimo dispendio di energie.

Obiettivamente non era dato sapere se anche l’uomo di Giusvalla fosse in attesa di una risposta alla nostra incapacità a recepire anche un solo pensiero superficiale, uno sbocco di beatitudine credibile, in quello stato apparente, da scrutare meglio e approfondire.

Qualcuno di noi corsari forestieri ben presto cominciò a ipotizzare che l’uomo avesse costruito da tempo la sua seconda casa, immersa totalmente nella boscaglia, terra di nessuno e stesse edificando sulla sua base ben solida palazzi di pregevole fattura e giardini, piantando numerosi pioppi tremuli.

Avremmo potuto sostenere psicologicamente a lungo il permanere dei pioppi nei giardini pensili e guardarli crescere tutto l’anno.

Magari qualcuno di noi avrebbe potuto stendersi nudo tra i cespugli e, strisciando piano come un animale selvatico, avvicinarsi all’uomo per vedere meglio di chi si trattava oppure decidere tutti assieme di uscire dalle nostre traettorie consuete, di sbilanciarsi e finire sbalzati fuori, rovinando lungo il percorso accidentato del ronco da cui prendeva nome il Taranco.

Nel riprenderci avremmo potuto scrutare meglio verso la figura dell’uomo, la sua faccia e gli occhi che avremmo potuto scorgere come due forme più chiare balenare nell’ombra silvestre.

Bruno Chiarlone Debenedetti

Ragazze di Giusvalla negli anni ’40

Quando anche a Giusvalla le Poste erano Regie

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