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Gens saonensis a Noli

 “Quantu fa dui ciù dui?” “Quattru, ma u l’è sbagliou.” “E perchè u l’è sbagliou?” “O belìn! Perchè sci!”». Su “Trucioli” del 13 ottobre 2016, nell’articolo “Lettera ad una professoressa” scrivevo: Nel pomeriggio avanzato, fino a sera, in estate inoltrata, chi entra nel centro storico di Noli, a piedi o con l’auto, dalla parte dove sono situate “le montagne russe“, sulle panchine adiacenti alla Chiesetta di Sant’Anna e sui muretti della Piazza Chiappella, trovi, tutti allineati come tanti soldatini, gli anziani, per lo più locali, che passano il loro tempo ad osservare il passaggio dei turisti, ma sopra tutto raccontandosi le ultime di giornata; e ciò avviene anche nei Borghi dell’entroterra.

Quando frotte di turisti invadono il territorio, gli unici che interloquiscono con loro sono i “bottegai”, a ragion veduta perché devono vendere; ci si accorge che all’interno di uno stesso territorio convivono due realtà diverse, dove le uniche parole di scambio sono le ormai super collaudate: buongiorno e buonasera.

Raramente si vede un “locale” aprirsi con un foresto; di solito prevale la “musoneria” [L'essere musone; comportamento scontroso e poco socievole, sia di singola persona, sia di più persone che si trattano reciprocamente con sussiego e scarsa cordialità]

La storia dei Liguri parte da molto lontano – questo nome venne loro attribuito dai Greci prima (*Liguses) e poi dai Romani (Ligures), formandolo probabilmente da una base linguistica preindoeuropeo “liga”, “luogo paludoso”, “acquitrino”, ancora viva nel francese “lie” e nel provenzale “lia“: e questo perché il primo incontro fra i mercanti greci e gli indigeni sarebbe avvenuto proprio sulle coste paludose delle foci del Rodano.

I Liguri, una popolazione fino ad oggi assai poco studiata e quindi conosciuta a livello generale, in realtà sono, tra i popoli d’Italia, quelli che siamo in grado di seguire dai tempi più remoti; se consideriamo la situazione dell’Italia Settentrionale al tempo dell’ultima grande glaciazione, quella di Wurm, allorché dovunque dominavano ghiacci o inospitali distese gelate. Dappertutto, tranne che lungo l’arco dell’attuale costa ligure, quasi un istmo fra penisola italica ed area franco-cantabrica, in cui il clima era quasi primaverile: in ogni caso sopportabile per flora, fauna ed esseri umani.

La rivista nacque con lo scopo di dare una missione civile all’intellettuale, il quale non deve vivere come se fosse immerso solo nella sua arte, cioè separato dal mondo.

La storia comincia proprio circa 25.000 anni fa, sul finire del Paleolitico Superiore, con quegli esseri umani che presero a frequentare le caverne dei Balzi Rossi, oggi a pochi metri dal confine francese, sulla costa, proprio sotto il villaggio di Grimaldi, che si trova a monte.

In realtà queste grotte erano state frequentate già da migliaia di anni, le abitò l’uomo di Neanderthal, il quale scomparve o (più probabilmente) fu eliminato dall’uomo di Cro-Magnon (così detto da una località della Francia atlantica), a cui si deve la mirabile fioritura artistica delle grotte della civiltà franco-cantabrica.

Esisteva un contatto diretto fra le coste atlantiche e la Liguria attuale. Analizzando il territorio ligure si capisce anche il carattere della popolazione.

La gente ligure è stata sempre ritenuta chiusa, inospitale, difficile. I Romani la ritenevano “dura e agreste”. Tuttavia questa regione ha subito anche infiltrazioni lente e pacifiche di altre genti.

All’inizio dell’età del Bronzo, dalle Alpi settentrionali si riversarono popolazioni che possiamo riconnettere con il mondo dei “campi d’urne”, vale a dire col crogiolo delle popolazioni indoeuropee che in parte popoleranno in seguito l’Italia.

I Latini traggono origini da lì e così i Veneti e tante altre popolazioni italiche. In quest’epoca è ancora difficile distinguere i popoli italiani da quelli celtici.

Popolazioni che possiamo definire “preceltiche” si infiltrano comunque già nel Piemonte e nella Liguria centro-orientale, mentre la Liguria occidentale manterrà caratteristiche più arcaiche, così come certe aree più vicine alla Toscana (Garfagnana e Lunigiana).

Nelle zone interessate dall’ondata migratoria inizierà un processo di parziale indoeuropeizzazione in parte collegato a popolazioni “preceltiche“.

Lo si può affermare anche sulla base di alcune iscrizioni ritrovate:

La prima statua – stele rinvenuta in epoca moderna, nel 1837 a Zignago (SP), reca un’iscrizione in alfabeto etrusco, ma in lingua di dubbia attribuzione e tuttavia sicuramente indoeuropea: “Mezunemunis“, ovvero “io (cioè la divinità raffigurata) che mi trovo in mezzo al bosco” (da notare l’affinità col latino).

A Genova l’iscrizione (VI sec. a.C.?) “Mi Nemeties” (“di me, Nemetie”) di nuovo collega sistema alfabetico e grammaticale etrusco con un personaggio dal nome certamente celtico. Eccoci dunque di fronte alla terza componente etnica della Liguria preromana .

Gente difficile, quella ligure, riservata e diffidente, tanto da essersi attirata accuse proverbiali di rusticità. Ce la rappresentiamo chiusa in un suo tipico, interminabile mugugno, attaccata alle piccole cose concrete, serrata gelosamente nel borgo natio.

Si chiama mugugno ed è una parola che, come un’altra locuzione molto più vicino al trivio, (5 lettere, comincia con b e finisce con n…), [A] rappresenta in maniera plastica e diretta il carattere ligure. E, se vogliamo, ha anche un passato nobile, latino per l’esattezza.

 La locuzione “ius murmurandi”, infatti, tradotta letteralmente, significa diritto di mormorare (nel senso propriamente ligure di “mugugnare”). Viene contrapposta, a volte, anzi spesso, con una sorta di retroscena umoristico, al diritto di non essere d’accordo e di fare qualche cosa ma con almeno la soddisfazione di dire “è sbagliato”.

Non che sia una caratteristica solamente ligure, sia chiaro, chi non ricorda il grandissimo Bartali e il suo “L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare”, ma certo in Liguria il mugugno viene addirittura codificato.

Nel vocabolario marinaresco Ligure, infatti, il mugugno è il brontolio di critica a un ordine dato, pur eseguendolo. I marinai di Camogli, reputati i migliori del mondo, per antico privilegio, avevano, rispetto agli altri, paga migliore e diritto al mugugno. Così, durante l’esistenza della Repubblica Marinara di Genova chi andava per mare poteva scegliere tra due tipi di ingaggio: “con diritto di mugugno” o “senza mugugno”: chi firmava il contratto “con mugugno”, percepiva una paga inferiore, ma poteva lavorare mugugnando e brontolando.

Per motivi censori, non si possono scrivere quali fossero i brontolii. Oggi il mugugno è un segno d’identità della Liguria, riconosciuta per la sua gente chiusa e stundaiu, [B] apparentemente restia all’accoglienza e al turismo.

La contrapposizione Del contratto marinaresco, però, si spiega meglio opponendo la libertà di manifestare pubblicamente il proprio pensiero alla possibilità di esprimere almeno privatamente un senso critico (in genere contro il potere), quale residua libertà concettuale lasciata all’individuo.

[A]
Il trivio o trivium, in epoca medievale, stava ad indicare ad un tempo tre arti liberali ed il loro insegnamento. Ad esso seguiva tematicamente il quadrivio.

Il Trivium riguardava tre discipline filosofico-letterarie:

  1. Grammatica, ovvero la lingua latina
  2. Retorica, cioè l’arte di comporre un discorso e di parlare in pubblico
  3. Dialettica, cioè la filosofia

    Questa suddivisione si deve a Marziano Capella, un filosofo della tarda latinità (IV-V secolo d.C.) che si occupò, fra le altre cose, di suddividere in categorie tutto lo scibile umano.

     [B] Da savonanew CURIOSITÀ (di Paola Squillace), mercoledì 26 giugno 2013: “Savona Scomparsa”: il savonese doc è “stundai”.

    Significa scorbutico, cocciuto e burbero: “Stundaiu” è il classico ligure/savonese che magari “mugugna” facendo le cose ma le fa, e che, se preso di punta s’incavola.

    Molte sono le curiosità legate al dialetto ligure che si possono soddisfare girovagando tra le pagine del gruppo Facebook “Savona scomparsa”.

    I membri del gruppo, confrontando le proprie opinioni, si sono in questi giorni interrogati su un’espressione dialettale molto sentita dalle nostre parti e legata da sempre all’immaginario che contraddistingue e descrive la nostra regione: la parola stundaio.

    Se tra le varie letture di significato entrano pure varianti come “persona perdigiorno”, “lunatica”, “folle”, “eccentrica” o “distratta”, generate in parte anche dalla possibile influenza della variante sarda del termine, ad avere più consenso di opinioni sembrano essere però quelle traduzioni come “scorbutico”, “burbero”, “scontroso”, “poco socievole”, “cocciuto” ed un po’ “litigioso” che da sempre accompagnano lo stereotipo del savonese e del “ligure doc”.

    A rendere meglio il senso di una definizione di per sé intraducibile, in quanto appartenente come ogni dialetto alla cultura tramandata del luogo in cui è nata, ci pensano poi i membri di “Savona scomparsa” Alessandra Bagnasco e Pino Franceri, i quali durante la discussione scrivono: «Stundaiu è una il classico ligure/savonese che magari “mugugna” facendo le cose ma le fa, e che, se preso di punta s’incavola» e «L’essenza dello stundaio: “Quantu fa dui ciù dui?” “Quattru, ma u l’è sbagliou.” “E perchè u l’è sbagliou?” “O belìn! Perchè sci!”».

    Ecco dunque spiegato, da chi savonese e ligure lo è per davvero, quell’arte del mugugno continuo e bonario associato all’indole degli abitanti di questa terra stretta tra il mare ed i monti.

    Alesben B.

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