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Il racconto immaginario: Gregor e Grete

La donna di servizio aveva annunciato con trionfale arroganza che la stanza era stata liberata da quella creatura mostruosa che aveva avuto il buon gusto di morire.

Grete, la mamma ed il babbo erano rimasti in silenzio ognuno perso in pensieri che oscillavano tra il sollievo ed il rimorso, così la donna uscì senza aggiungere altro e sbattendo la porta.

Grete parlò per prima e disse < Ora bisogna ricominciare a vivere> <Sì > rispose il babbo. Cercheremo una casa più piccola. Oggi, intanto, porteremo la Mamma in campagna a respirare un po’ di aria pulita. Prepariamoci>

Sul treno il silenzio era ancora sovrano. I tre cercavano, ciascuno a modo suo, di scacciare dalla mente l’immagine di Gregor e della bestia nella quale si era trasformato. Non era facile. Grete ci provò portando l’attenzione sul padre. Guardò la sua uniforme con i bottoni dorati, il colore nero lucido da l’uso e con varie macchie che affioravano visibili anche ad un’occhiata superficiale. Ebbe una stretta al cuore. Quella disgrazia che era piombata loro addosso li aveva portati quasi a l’autodistruzione. Ah Gregor, Gregor! Era stato la locomotiva di tutta la famiglia e su di lui si erano appoggiati forse troppo. Erano stati puniti? Da chi e perché? Grete non si era mai soffermata a pensare ad un Dio responsabile di tutto e, del resto, in casa nessuno aveva mai sentito un bisogno religioso qualsiasi. Loro erano persone oneste, pensò, questo era sufficiente a dare un senso dignitoso all’esistenza senza necessariamente complicarlo con supposizioni, speranze fantasiose di vite oltre la morte. Il babbo stava parlando e Grete uscì dai suoi pensieri e si sforzò di ascoltare.

<Nella casa più piccola niente donna di servizio, la mamma non deve più cucire per gli altri. Farà quello che può in casa e noi quando ci saremo daremo una mano. >

< Cercherò un lavoro migliore > Grete pensò che in qualche modo avrebbe dovuto rendere il posto di Gregor.

< Adesso no, devi finire gli studi. Solo così potrai avere un lavoro migliore. Staremo attenti. Faremo ogni sacrificio possibile. Non ci vorrà poi molto, no?!>

<Come vuoi Babbo. Mamma come stai?

La Mamma sembrava non avesse sentito e borbottò < Gregor, Gregor>

Il Signor Sansa si alzò e disse con autorevolezza < Siamo arrivati. Non dobbiamo pensarci più. Con i risparmi di Gregor e quel poco che abbiamo ancora di nostro pagheremo quasi tutto il debito al procuratore e ricominceremo da capo!>

Grete scendendo dal treno vide la sua immagine riflessa nel vetro del finestrino. La sua metamorfosi di donna era terminata e lei sentiva la voglia di dimenticare tutto e vivere veramente. Grete era adulta e bella e si sentiva pronta ma in fondo alla sua mente una leggera inquietudine sembrava farle presagire che il conto col destino non era stato ancora saldato.

II°

Gregor sentì all’improvviso la puzza d’immondizia penetrargli dentro. Ora i dolori erano diffusi in tutto il corpo e la mente era confusa. Fortunatamente si trovava in posizione corretta, con le zampette immerse in ogni sorta di rifiuto. La memoria gli ritornava a poco a poco. Ricordò le ultime parole rimaste nella mente. “Venite qui! Lo scarafaggio è morto finalmente!” Poi fu un buio assoluto. Chissà quanto tempo era passato! Ricordò che era molto debilitato per un lungo digiuno e per le ferite riportate nelle ultime colluttazioni con i famigliari e con quegli orribili inquilini. Doveva mangiare qualcosa. Si mosse lentamente finché con le numerose pinzette della bocca incontrò bucce di formaggio e resti di un pasto a base di coniglio. Incominciò, con grande fatica ad ingoiare quel provvidenziale cibo. Non c’era fretta. Attorno era buio assoluto e sopra di sé sentiva cumuli di spazzatura. Prima di potersi muovere doveva riprendere, almeno parzialmente le forze. I legami con la famiglia erano definitivamente spezzati. Povera Grete. I suoi sogni di poterla mandare al Conservatorio erano finiti nella spazzatura con lui. Ma che senso aveva tutto questo? Perché non era morto davvero? In lui, però, non c’era voglia di vivere ma non c’era neanche voglia di morire. Sentiva dentro di sé una calma e un’indifferenza quasi innaturali, anzi sicuramente innaturali e si sorprese a pensare ad un Dio che probabilmente si divertiva con le loro esistenze. Poi in fondo ai pensieri, quasi impercettibile, un vago senso di disagio come se il Destino non avesse ancora chiuso la partita. Il tempo passava e il cibo cominciava a dare i suoi frutti. Si sforzò e mangiò ancora, poi cercò di muoversi malgrado il peso che sentiva sopra il suo dorso. Il buio che lo circondava era solo frutto della spazzatura nella quale era sepolto o era buio che filtrava da una notte senza luna? Bisognava salire in superficie. Gregor cercò di coordinare tutte le zampine, alzò leggermente la testa (di più non avrebbe potuto) e si mosse. Qualche dolore ritornò con prepotenza. Là, dove la mela scagliata dal padre si era conficcata ed era marcita, procurandogli una vistosa infezione, sebbene una qualche miracolosa guarigione fosse avvenuta, era rimasta una vasta cicatrice e secondo i movimenti che faceva sentiva violente fitte dolorose. Continuò comunque a risalire, così pensò lui, verso una superficie che doveva senz’altro esistere. Fece numerose pause ma ogni volta la sua perizia con le zampine e i movimenti limitati ma decisi della testa lo facevano avanzare sempre più spedito, poi la testa si fece largo tra stracci, cartoni, bottiglie. Percepì l’aria ma i suoi occhi erano immersi nel buio più assolto. Una notte senza luna, pensò. Forse le stelle c’erano ma lui non poteva alzare la testa più di tanto e si rassegnò a non vederle. Si rilassò. Lo sforzo per salire in superficie era stato notevole e doveva recuperare le forze per poi cercare di capire dove si trovava e comportarsi di conseguenza. Stava in uno stato di completo abbandono quando, all’improvviso, un quasi impercettibile sibilo precedette un violento soffio d’aria e la sagoma di un grande gufo lo sfiorò a volo radente. Capì subito che era diventato la possibile preda di qualsiasi animale facesse caccia da quelle parti e rabbrividì pensando a qualche cane randagio, alle volpi e all’uomo, sì a qualche uomo impaurito che lo avrebbe sicuramente ucciso. Dall’umanità non si aspettava la compassione che aveva nutrito per lui, almeno i primi tempi, la sorella Grete. Grete! I ricordi della sua recente drammatica avventura si riaffacciavano nella sua mente e sentì voglia di piangere. Almeno la sua umanità non era stata travolta dalla sua mutazione in insetto. Ma era poi un bene o era forse un maledizione terribile quella capacità di conservare un’umanità così ferocemente provata? Si mise a riflettere. Conservava i parametri basilari della vita, come l’istinto della sopravvivenza, la fame, il sonno, la paura e la speranza. La speranza? Gregor provò come una vaga voglia di ridere, subito svanita; l’umorismo non gli era stato conservato, però, la logica sì e se un fenomeno si verifica, pensò, non è detto che possa verificarsi anche al contrario. Intanto si era abituato al buio e aveva scoperto che la sua vista era molto più potente di quella umana e si rallegrò. Avrebbe così potuto cercare un rifugio, una tana dove nascondersi per evitare cattivi incontri. Trovò il rifugio al bordo di quella che era certamente una discarica, sotto un grosso albero già coperto di terra e di qualche rifiuto che appariva qua e là tra l’erba e l’edera che stavano riprendendosi il territorio. Allora si abbandonò ad un sonno profondo senza sogni, quasi un distacco dalla vita ma prima di chiudere gli occhi un pensiero passò nella mente di Gregor, come un refolo d’aria leggero: che sia questa la felicità?!

III°

Il signor Sansa aveva ripreso il lavoro. Grete cercava di radunare le cose che avrebbero portato nella nuova casa e tra sé e sé pensava che il Babbo quanto prima l’avesse trovata sarebbe stato meglio per tutti. Ovunque guardasse vedeva la figura di Gregor prima del fattaccio e lei si abbandonava a quel ricordo, ma quasi a tradimento vedeva l’orribile insetto degli ultimi giorni e in lei subentravano sentimenti che facevano male: ribrezzo, odio, sgomento. Era necessario dimenticare più in fretta possibile e l’allontanamento da quel posto era la prima cosa indispensabile da fare. Prese in mano il violino, lo accarezzò e poi lo pose sotto il mento. Prese l’archetto, lo posò sulle corde ma nessun suono uscì dallo strumento. La musica si formava nella mente ma le mani restavano immobili. Lo ripose nell’astuccio quasi con rabbia. Si voltò e la Mamma era sulla porta, con le mani sul petto. <Mamma!> disse Grete < vedrai che suonerai ancora, bambina mia. Noi non possiamo far niente per la vita degli altri, abbiamo la nostra per cui occuparci. Vedrai che da quel violino farai uscire note che piangeranno e note vivaci e allegre che prenderai direttamente dall’anima >. Grete sorrise. La Mamma qualche volta riusciva a stupirla con frasi e pensieri che mal si adattavano alla sua personalità schiva e malinconica.

Il Babbo tornò, si sedette sulla sua poltrona preferita e dopo un lungo silenzio preparatorio disse con voce ferma :< Ho già trovato la casa!> La Mamma disse semplicemente <Oh!>. Grete si rianimò e mentre preparava il tavolo per la cena con improvviso entusiasmo, tempestò il padre con numerose domande di tipica curiosità femminile. < Domani vado per il contratto. Il prezzo è assai conveniente perché la casa si trova ad avere come panorama, non proprio vicino naturalmente, una discarica. Il vento non soffia mai verso la città per cui non ci dovrebbe essere il problema dell’odore. Dalle finestre quella collina sembra come le altre solo un po’ più colorata>.

Tutto si svolse in tempi assai contenuti. La famiglia Sansa prese possesso della casa e Grete, che aveva lasciato il lavoro, riprese la scuola di segretaria e si immerse negli studi con entusiasmo e serietà. Il ricordo di Gregor campeggiava nel centro di un mobile molto spartano nel piccolo vano che fungeva da salotto e da ingresso. La ragazza aveva preso l’abitudine di volgere lo sguardo all’immagine del fratello ogni volta che passava davanti e qualche volta, con dipendenza dall’umore, muoveva la mano con un cenno di saluto.

Quella domenica mattina il Destino si mise all’opera.

Grete era affacciata alla finestra che dava sulla discarica e guardava il fiume che la divideva dalla strada. Sentì il desiderio di scendere a fare una passeggiata lungo il fiume. Sul greto si vedeva un gran movimento di germani reali, di folaghe, di oche e anatre selvatiche. Raggiunse il muretto, vi salì sopra e si sedette. Guardava rapita quel brulicare di vita e sentiva una pace interiore piacevole, quando lo sguardo intercettò qualcosa di inusuale dall’altra parte del fiume. Alzò la testa e guardò meglio. Un grossa massa scura campeggiava sulla prevalenza del bianco della spazzatura. Avrebbe giurato che si era mossa. Si sentì subito inquieta e restò immobile per cogliere un eventuale movimento. La macchia si mosse e lei capì che si trattava di un animale, ma il suo veloce modo di muoversi le ricordò un’immagine che la mente ormai aveva rimosso da tempo. Sussultò e fu invasa da incontrollabili pensieri ed emozioni. Quando quel gigantesco insetto, perché di questo si trattava ne era certa, sparì dentro la distesa di spazzatura, Grete si lasciò andare e pianse. A casa si mise a letto e disse alla Mamma che non si sentiva bene e lì rimase qualche giorno alternando sonno e pianto.

Gregor aveva ormai pianificato la sua vita tra la ricerca del cibo, il sonno e la scoperta delle sue qualità di insetto. Pensò che era l’abitudine la vera regina dell’esistenza e così il suo programma giornaliero poteva essere regolato con l’orologio. La visita al greto del fiume dove osservava con curiosità e piacere il frenetico movimento di tutti quegli uccelli era un appuntamento che non perdeva mai. Fu così che notò quella ragazza che ogni domenica mattina veniva al greto del fiume a guardare le anatre. La sua vista era buonissima ma non potendo alzare la testa più di tanto non riusciva a distinguere i lineamenti del volto. Sembrava Grete, pensò, immaginarla non costava niente! Ma il tempo maturava frutti e improvvisamente, interrompendo l’abitudine, Gregor non si recò quel giorno al fiume colpito da violenti dolori all’addome.

IV°

I dolori erano intermittenti. Ogni tanto gli lasciavano momenti di calma e siccome la fame spesso lo aggrediva, ne approfittava per sfamarsi. Non riusciva però a prendere sonno e soprattutto non riusciva a vedere cosa capitava al suo addome. Le zampette dalla strozzatura della vita in giù non rispondevano più alla richiesta di movimenti. Passarono due giorni e due notti. Durante l’ultima notte era riuscito a dormire qualche ora e al mattino si accorse che i dolori si erano attenuati moltissimo ma i suoi movimenti erano ancora molto limitati. Cercò di far muovere l’addome e la scoperta che fece lo lasciò per qualche istante senza fiato. L’addome si muoveva in modo indipendente a destra e a sinistra come se fosse stato diviso a metà. Il suo cervello ragionò velocemente. Gli stavano forse ricrescendo le gambe? Questa speranza lo agitò profondamente ma si impose la prudenza perché a questo punto non avrebbe più sopportato una delusione. Fu forse un impulso della sua esistenza di insetto che lo spinse con la bocca e con le zampette davanti ad accumulare detriti all’imboccatura della tana. Nella tana aveva una certa riserva di cibo, così quando ebbe ridotto l’ingresso ad un piccolo buco per lasciar passare la luce, si rilassò e incominciò a sperare in un sonno risolutore.

Grete non perdeva una domenica e sempre più agitata osservava quella macchia scura che giungeva puntuale poco oltre la svolta del fiume e si fermava probabilmente come lei ad osservare le anatre. Stava cercando di cacciare?

E una domenica aspettò invano l’arrivo della strana creatura. Il fatto la sconvolse al punto che la domenica successiva quando si accorse che l’attesa sarebbe stata vana decise di tornare indietro, attraversare il ponte e scendere sull’altra riva. Arrivò presto al punto dove vedeva fermarsi la bestia e cercò di individuare eventuali orme che gli indicassero da dove proveniva. Erano evidenti. Ricordava di aver visto orme simili nel bosco a spasso col Babbo il quale gli aveva detto che erano sicuramente di tasso, che poverino essendo grasso e con le zampe corte era costretto a strisciare il ventre sul terreno. Seguì le orme per qualche centinaio di metri e si fermò dove queste cessavano. Era timorosa e guardinga ma si rendeva conto di aver agito con notevole incoscienza, ma ormai era li. Non sapeva cosa fare. Dal buco nero non vedeva niente. Si guardò intorno alla ricerca di un bastone ma dovette allontanarsi. A portata di mano non ce n’erano.

Gregor aveva sentito il rumore dei passi avvicinarsi e poi allontanarsi e si fece coraggio e allargò il buco quel tanto da poter ampliare il raggio della sua veduta. Vide due gambe di donna avvicinarsi alla tana e si rincuorò un poco; una donna poteva essere curiosa ma non pericolosa.

La ragazza vide il buco più grande, si abbassò piegando il capo di lato e vide chiaramente nella penombra il muso di Gregor –insetto. < Sei tu Gregor? Sono Grete. Allora non sei morto!>Il fratello si fece coraggio e si mosse con fatica in avanti. Lei balzò istintivamente di lato e si allontanò un poco. Gregor strisciò lentamente fuori della tana con l’aiuto delle sole zampette davanti. Grete si mise le mani sul volto e lanciò un grido disperato. < Gregor> disse < Hai di nuovo le gambe!!> Allora si inginocchiò per poter incontrare i suoi occhi che avevano ancora qualcosa di umano. Lei vi lesse gioia e una straziante richiesta di aiuto. Gregor agitava le pinzette della bocca in un inutile tentativo di parlare. < Adesso stai tranquillo ed entra piano piano nuovamente nella tana. Io tornerò tutti i giorni verso sera. Ti porto dei vestiti del Babbo. I tuoi non ci sono più. Credo che questa strana metamorfosi si completerà al rovescio e tu tornerai come prima. Me ne vado, non vorrei far tardi e subire domande alle quali non saprei rispondere Tu sai com’è il Babbo! Ciao!>

Tutto andò come previsto. La metamorfosi si completò. Gregor si vestì, dopo aver fatto un lungo bagno nel fiume. Si sedette sul tronco dell’albero che era stato la sua casa e aspettò la sorella.

Quando Grete arrivò si abbracciarono senza parlare per un tempo lunghissimo, poi lei disse:< Cosa ti ho fatto Gregor! Mi potrai mai perdonare? > < Non c’è niente da perdonare. Ho la migliore sorella del mondo e una grande famiglia. Ora torniamo a casa. Il rientro sarà da preparare con cura. Poi riprenderemo in mano la nostra vita che forse in futuro ameremo ancor di più. Sai Grete, sarà tutto come prima, meglio di prima. E tu andrai al Conservatorio. Parola di Gregor>

Si allontanarono tenendosi per mano mentre il crepuscolo scendeva lentamente anticipando la notte come un sipario che chiudeva un atto importante della commedia della vita!

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