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Noli, una finestra sulla piazza

Sono trascorsi settantanni della mia vita da quando ho assistito in diretta ad una tragedia che si è consumata nella Piazza dl Comune; avevo da poco compiuto dieci anni ed abitavo all’ultimo piano della mia casa natale, al civico n. 2 .

 

Eravamo verso la fine del conflitto quando, da “Giovane Balilla”, ricordo di aver radicalmente assunto posizione anti fascista quella mattina in cui ho visto mio fratello “rastrellato” transitare sotto casa, sulla piazza, con il fucile puntato alla schiena da parte di un giovanissimo appartenente alle “brigate nere”. Ciò premesso, il ricordo di quei due giorni, il 23 e 24 aprile 1945 non è mai sminuito; storia vera da analizzare, da trasmettere, da non sottovalutare: non è retorica! Ecco i fatti fotografati nella mia memoria.

In piazza, allora come oggi, esisteva un bar gestito dal Sig. Giovanni Magistri e dalla moglie Francesca, che con i loro due figli Marco (classe 1924 ed Angela classe 1927, quest’ultima ancora in vita) abitavano nell’appartamento sotto il mio. Il 23 mattina un soldato tedesco di stanza al semaforo di Capo Noli viene disarmato del suo fucile da parte di alcuni partigiani mentre consuma un caffè. La reazione da parte del comando tedesco è stata quella di mitragliare verso sera con la loro arma leggera antiaerea la zona antistante il Comune. Sulla terrazza dell’allora bar Roma (oggi bar Sirito) veniva colpita ed uccisa una donna di Noli, “Nanetta” Benasso.

La mattina seguente, verso le otto, poco dopo l’apertura del bar in piazza, i pochi componenti del nucleo di stanza al semaforo, prima di proseguire nella loro fuga verso il nord, con il loro comandante entrano nel locale. Evidentemente propensi alla vendetta per quella che ritenevano un’umiliazione subita, iniziava una lite tremenda a voce alta con il gestore ritenuto corresponsabile del disarmo. Il tutto non poteva che svegliarmi per portarmi a curiosare attraverso le feritoie delle persiane su quello che succedeva in piazza. Con mia madre e mio padre nel frattempo arrivati alle mie spalle, abbiamo insieme assistito alle spinte ed alla messa spalle al muro del pilastro della loggia di Giovanni, incapace ed incredulo in quella fase nel subire una punizione che lui non meritava, come risaputo da testimonianze postume.

 

La freccia indica il foro del proiettile che uccise l’innocente e inerme Giovanni Magistri esercente

A questo punto, dal mezzo della piazza, si è sentito (ed intuito) il graduato gridare al militare che era stato disarmato, di eseguire l’esecuzione con il fucile. A seguito del palese rifiuto, la reazione del capo è stata quella di rivolgere la sua pistola contro il militare che ha così sparato. Quest’ultima fase dell’esecuzione l’ho sentita raccontare in seguito dai miei genitori, perchè ricordo benissimo lo strattone di mia madre per allontanarmi dalla finestra onde evitare di assistere alla fase finale di quella tragedia. Un colpo solo del famoso “ta-pum” abbatteva Giovanni, lasciando traccia ancora oggi esistente sulla pietra, del foro del proiettile che aveva trapassato il suo petto.

Il nucleo proseguiva su per Via Vittorio Emanuele (oggi Via Colombo); subito dopo si sentiva un altro colpo. Veniva ucciso nei pressi della torre dei “quattro canti” il Sig. Sabbatini, ex agente del dazio, persona anziana e mite, che con il suo bastone, si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato davanti al civico 59. Il sussurro flebile nel cadere fulminato ” Oh mio Dio“, lo ricorda il mio coetaneo R.V. avendolo ascoltato da dietro la porta dell’abitazione/negozio di famiglia.

Nel frattempo la Signora Francesca con mia madre, mio padre ed il Dott. Oliva (che abitava pochi metri distante in Via Terrizzani chiamato da mio padre), trasferivano di peso in casa l’agonizzante Giovanni che poco dopo cessava di vivere nel suo letto. Queste fasi di tragedia umana che ho vissuto e memorizzato in modo clandestino da piccolo curioso dietro la porta, non sono mai passate nel dimenticatoio di convenienza. Così come il seguito di quella mattinata.

Poco tempo dopo i tedeschi ritornano sulla piazza e trovano il Sig. Cella, un genovese traslocato a Noli. Uno di loro cerca di immobilizzarlo per spingerlo al muro del palazzo del Comune, ma lui con prontezza si avvinghia al corpo del militare e lo trascina verso il portone di casa, per poi distaccarlo con forza e introdursi veloce nell’androne della casa. Viene inseguito all’interno da un altro militare armato di fucile; mentre sale la prima rampa di scale viene colpito al polso da un colpo del solito “ta-pum”. Anche in questa occasione il ricordo è immortalato nella foto che mostra il foro lasciato dal proiettile nella base della ringhiera di ferro spessa 1 cm. prima di raggiungere il polso. Il Sig. Cella si rifugiava al secondo piano presso la famiglia Magistri e riceveva le prime cure dal Dott. Oliva, rimanendo però invalido del braccio sinistro.

Il foro sulla ringhiera di casa ricorda il ferimento del povero Cella


Il Dott. Oliva, subito dopo il colpo di fucile si era affacciato alla finestra della camera per capire cosa stava succedendo nella piazza. Riconosciuto dai militari, veniva con un gesto invitato a rientrare, e subito dopo un ultimo colpo di fucile si incastrava sotto il balcone.

Nuda e cruda ho raccontato un’ora di vita di un mattino d’aprile vissuta da un ragazzo che, tra l’altro, ha ancora ben impresso il terrore manifestato dal Dott. Oliva e da mio padre nella fase finale dell’azione temendo di essere raggiunti in casa dai militari.

Carlo Gambetta

 


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