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Egitto, fino a che punto? Nessy chiusa in casa, con tre agenti armati davanti alla porta. Il marito chiede la lapidazione. Meloni e Tajani, ricatto del dissenso?


Io so. E stavolta le prove ce le abbiamo tutte, sono pubbliche.

di Alessandro Dighero

Nessy e la figlioletta Aisha. Il sorriso della mamma non inganni. E di circostanza per non implorare. La sofferenza la combatte con la resilienza

Il 28 settembre 2026 la corte d’assise di Roma ha condannato a dieci anni tre appartenenti agli apparati di sicurezza egiziani per il sequestro di Giulio Regeni. Ci sono voluti dieci anni, una famiglia che non si è mai fermata e un processo arrivato in fondo senza l’aiuto dell’Egitto. La presidente del Consiglio Meloni ha detto di aver usato «tutti i canali». Il ministro degli Esteri, Tajani, ha detto che il diritto internazionale vale «fino a un certo punto».

Fino a un certo punto. È una frase onesta, e per questo va presa sul serio: ci dice dove si ferma la strada che si è scelto di percorrere. Ma la strada continua. I giuristi ricordano che esiste una via parallela al processo: portare l’Egitto davanti a un giudice internazionale e chiedergli se ha rispettato gli obblighi che ha scelto di assumere. Basterebbe decidere di usarla.

Ora guardiamo dall’altra parte- Lì c’è una donna viva. Si chiama Nessy Guerra, ha una figlia che si chiama Aisha, ed è ancora in Egitto. Per lei non servono rogatorie, né estradizioni che non arriveranno mai, né un’aula all’Aia. Serve una richiesta. Una soltanto, di Roma a Bruxelles.

Io so che da tre mesi Nessy è chiusa in casa, con tre agenti armati davanti alla porta, in una detenzione di fatto che, le hanno comunicato solo ora, non le verrà scalata dalla pena. Io so che in un video racconta che l’ex marito, sui social, chiede per lei la lapidazione se non tornerà con lui. E io gli credo. Lapidazione. Una parola di un altro secolo, pronunciata oggi contro una cittadina italiana, madre di una bambina di tre anni.

Per Giulio il tempo è finito, e la giustizia ha dovuto rincorrerlo. Per Nessy il tempo è ancora nostro, ma si consuma ogni giorno.

Lo dice, con chiarezza burocratica, la risposta arrivata il 7 agosto 2026 a un’interrogazione europea firmata da venticinque eurodeputati. Porta la firma di Kaja Kallas, Alta Rappresentante per gli Affari Esteri, e contiene una frase che è insieme un limite e un’indicazione: «le autorità italiane non hanno richiesto il supporto dell’Ue». Bruxelles non può decidere la politica bilaterale di uno Stato membro. Se Roma chiede, Bruxelles agisce.

Allora la strada è semplice, e va percorsa subito. Primo, che il governo italiano chieda formalmente il supporto dell’Unione europea. Secondo, che il caso arrivi anche alla Commissaria per l’Uguaglianza, Hadja Lahbib, che ha la delega ai diritti delle donne: una madre privata della libertà di movimento è una questione che le compete. Terzo, che chi ha firmato quell’interrogazione, venticinque eurodeputati che hanno dimostrato di volerci essere, la rilanci insieme a chi segue la vicenda ogni giorno, ascoltando la legale e le persone che conoscono il dossier. Le firme ci sono già. Serve il coordinamento.

E c’è una data. La prossima settimana si esamina la proroga del memorandum con il Cairo. Sullo sfondo c’è l’Egitto che sappiamo: energia, Gaza, investimenti, armi, un paese stabile in mezzo a vicini in fiamme, un partner cruciale per chiunque governi. Un ricercatore egiziano, Nasr, dice che oggi il regime usa «la stessa brutale repressione usata contro Giulio» per colpire il dissenso. Quel tavolo è un’occasione, non un ostacolo: chi negozia può chiedere, e chi chiede può ottenere. Un accordo si può vincolare alle convenzioni sui diritti che chi lo firma ha già sottoscritto. Se l’Egitto è un paese sicuro per chi deve essere rimandato lì, deve esserlo anche per una madre che lì è rimasta bloccata.

Io so che la verità su Giulio l’ha strappata una famiglia, a mani nude, in dieci anni. Io so che per Nessy e Aisha non servono dieci anni. Serve una richiesta, e serve prima di quella firma.

Chi può farla, la faccia. Chi sa come si fa, è pronto ad aiutare. Entro la settimana.

Alessandro Dighero


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