La destra, i sostenitori di Berlusconi, di fronte alla notifica di ‘comunicazioni giudiziarie’ (avvisi di reato a tutela dell’indiziato) ad esponenti di spicco del governo, di candidati, denunciavano la ‘giustizia ad orologeria’ ad opera di ‘magistrati rossi’. Ora il caso del professore di Imperia e la reazione di Claudio Scajola.
Nei giorni scorsi nell’imperiese-ma anche oltre i confini come si leggeva sui media e social- una durissima presa di posizione di Claudio Scajola (dichiarava “Frasi gravissime, Parole diffamatorie e lesive per la nostra comunità”) sindaco, presidente della Provincia (ha ripreso la tessera di Forza Italia e tornato dominus in Liguria) contro il docente Rocco Sciarrone che agli studenti di un liceo ha detto: “La ‘ndrangheta ha trovato porte aperte negli ambienti politici, economici e sociali”.
Ebbene chi immaginava che a distanza di pochi giorni dalla Corte d’Appello di Genova che ha quasi riconfermate condanne con l’aggravante del sistema mafioso per 15 imputati.
ARTICOLO DEL SECOLO XIX DI PAOLO ISAIA

2/”La ‘ndrangheta ha trovato porte aperte negli ambienti politici, economici e sociali”. E’ questa la frase che ha mandato su tutte le furie Claudio Scajola, sindaco di Imperia e Presidente della Provincia. A pronunciarla davanti agli studenti di un liceo è stato il prof. Rocco Sciarrone, che da anni studia il fenomeno mafioso e il suo radicamento al Nord, in un ciclo di incontri organizzato da Libera.
Una frase di per sé scontata, che ribadisce una verità emersa da anni e che per altro è comune a diverse zone d’Italia, ma l’ex-ministro di Forza Italia non ci sta- e come abbiamo già scritto lo scorso numero- dice che se il professore non riferirà fatti e circostanze chiare allora dovrà “valutare possibili azioni mirate a garantire il territorio da accuse diffamatorie e lesive dell’immagine di un’intera comunità”.
Eppure di fatti e circostanze chiare in provincia ce ne sono a bizzeffe, come racconta una rassegna stampa quasi enciclopedica.
Scajola, prescritto per aver favorito la latitanza dell’ex deputato Amedeo Matacena condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, deve avere dimenticato che il fenomeno mafioso è attivo sin dagli anni ’50 e che, ad esempio, la Commissione Parlamentare Antimafia nel 2014 definì quella di Imperia «la sesta provincia della Calabria». E anche durante il mega processo Teardo (arrestato da presidente della Regione del Psi con sindaci, presidente della Provincia di Savona, presidente dell’Istituto Case Popolari, liberi professionisti, il cassiere del clan (un albergatore di Spotorno), inizialmente tra una sfilza di accuse anche l’associazione mafiosa che agiva con metodi mafiosi -non manco un attentato esplosivo a Savona ai danni dell’impresa Damonte di Alassio- e formata da pubblici ufficiali, imputazione che cadde perchè allora non era ancora prevista dalla legge nella sua specificità, lo sarà qualche tempo dopo) emersero rapporti con i vertici dell’allora ‘ndrangheta ponentina e anche Claudio Scajola venne interrogato come testimone). Si trattava dei fratelli Giuseppe e Francesco Marcianò: Giuseppe era un capo-locale di Ventimiglia. Il clan entrò in contatto come fornitore di voti con Alberto Teardo affiliato alla Loggia P2.
