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L’arte dei Macchiaioli a Milano, Macchiaioli ovunque. La luce di Ventimiglia che è anche quella di Monet


È molto importante al giorno d’oggi, quando numerose rivoluzioni contemporanee attraversano l’umanità, tenere i nervi saldi nella qualificazione di ciò che l’Uomo ha considerato identitario.

di Sergio Bevilacqua

Non che qualcosa, anche di antichissimo e ancora vivo, non sia costretto a decadere, ma prima di buttarlo occorre avere le idee ben chiare, perché si rischia di incorrere in un olocausto… Ecco allora il tema della ricerca della bellezza e il suo significato estetico e storico, che fa scivolare l’arte (arte visiva, soprattutto) dalla perfetta esecuzione nella riproduzione della realtà a illustrazione dell’infinito intrattenimento che avviene dentro la nostra mente, con evidenti relativi effetti sul piano del prodotto-mercato. Perché se la “realtà” è visibile analogamente per tutti (più o meno…), l’immaginario è diverso da persona a persona e da momento a momento. Quindi, è ben chiaro che l’arte Contemporary, effetto della sottrazione dell’oggetto reale alle mani dell’uomo per spostarlo dentro una tecnologia (quella fotografica, sempre in ambito estetico visivo) non può in nessun modo essere confusa con l’arte classica, che va dalla notte dei tempi fino al XIX secolo.

Chi ci indirizza in questo percorso? Le avanguardie, a partire da quelle cosiddette “storiche”, per dire, con questa parola, che hanno anch’esse i capelli grigi, e si prestano in qualche modo ai criteri di analisi che la storia, e quella dell’arte, ha fondato non a caso, nel XIX secolo pure.

Ma avanguardie allora di che cosa? Di qualcosa che i nostri traghettatori avanguardisti a malapena intuivano, perché che l’arte diventasse lo strillone dell’immaginario né i dadaisti né i surrealisti e nemmeno l’espressionismo americano lo avevano intuito. La filosofia di tutti nella Contemporary era di dare corpo percettivo alla varietà più estrema, ricavandone o anche progettandone le derive più impervie e stranianti. E ben vengano tali artisti: il rischio è infatti alla fine solo loro, se vogliono possono buttare la loro vita e farla carburante per l’arte, ne hanno facoltà, anche a costo di scomparire poi del tutto insieme ai loro tentativi o deliri.

Ma i critici d’arte? Gli studiosi? Insistono, giovani e vecchi, a pretendere un ruolo come verso l’arte classica, fatto di equazioni longhiane che nulla hanno più a che fare con la Contemporary, l’arte che ha come riferimento l’Immaginario e non il Reale, dove linea colore e forma non esistono manco più. E allora basta Longhi, grazie Longhi.

Ma, ma, se l’oggetto rimane il Reale, allora no. I criteri della Storia dell’Arte, e quelli longhiani in particolare, rimangono principali. Ed è proprio mentre l’arte visiva fugge dal reale, appannaggio ormai di altri artisti o mestieranti, i fotografi, ecco la pittura che cerca un suo specifico solido, in quello spazio ormai interstiziale che la modernità del XX ormai le affida.

Dove arretra, quale è la sua “linea del Piave”? Tavolozza, disegno e insieme morfologico (colore, cioè, linea e forma). Benissimo: ai Macchiaioli si applica perfettamente il sistema critico longhiano.

I curatori della mostra

La squadra curatoriale della mostra di Palazzo Reale promuove a mio avviso tre principi: 1. L’importanza di un’antologica sui Macchiaioli in un contenitore principale in Europa e nel mondo come è Palazzo Reale di Milano; 2. La differenza con l’Impressionismo, sia in chiave estetica che evolutiva; 3. L’intuizione presente di come la pittura della Macchia sia ben più estesa che nel principale panorama macro-toscano in cui siamo abituati a collocarla, anche grazie alla ricchezza di quei luoghi quanto a creatività e cultura nel XIX secolo. Addendo poi un poco sorprendente è il rapporto che l’esposizione tende a tracciare con il cinema: valido sul piano promozionale, ha il pregio di identificare un rapporto con l’oggi, con quell’avvento dell’audiovisivo che ha cambiato ancora il piano delle arti visive.

Anche grazie e questa mostra, a ricerca sui Macchiaioli sta finalmente approdando alla loro vera realtà estetica, quella di una tecnica pittorica “umana, troppo umana” che contamina il realismo più semplice con venature immaginarie e sognanti come solo la pittura poteva e, forse, ancora può o potrebbe…

L’autore dell’articolo Sergio Bevilacqua con Francesca Dini

Così, il solido corpo curatoriale (Fernando Mazzocca, Francesca Dini, Elisabetta Matteucci) di questa bella mostra a Palazzo Reale di Milano, infrange finalmente i limiti storici, geografici e semplicisticamente estetici all’interno dei quali il fenomeno macchiaiolo è stato costretto, per iniziare a documentare un modus operandi proprio di tutta l’Italia dell’epoca (ma anche di oggi): quello della modernità in pittura. Perché pur sempre di pittura parliamo, e sempre parleremo… Se decade l’oggetto della Realtà non decade il miglior uso da parte della mano di matita, tavolozza e senso drammaturgico della rappresentazione.

L’esperienza macchiaiola consente alla pittura, surclassata nella riproduzione del reale da parte della fotografia, di trovare un suo specifico proprio artistico, ove l’umano trionfa. La Macchia, infatti, non parla solo all’occhio, come l’arte classica: parla all’emozioni, che rinunciano alla magistralità del disegno per ottenere tramite la forma (microscopica della singola pennellata materica o più estesa in varie macchie appunto) di dare un senso a quella realtà che si collega con l’insopprimibile e già presente senso dell’Immaginario. Il periodo che va dal 1848 alla metà degli anni Settanta del medesimo secolo è già fertile dei vagiti, dei prodromi di quello sviluppo delle scienze dell’uomo che prenderà anche la forma della psicanalisi freudiana, la quale metterà l’immaginario al centro dell’antropologia.

E che, più che impressionista, parlerà macchiaiolo, cioè tenendo ben dritto il timone verso il riscontro percettivo della realtà fenomenica, anziché aprire, come dimostra l’approdo monetiano, alle derive della rappresentazione, e all’espressionismo. In questo lavoro parallelo su due fenomeni solo in apparenza simili (Impressionismo e Macchia) è interessante un’assenza, quella del trait-d’union più diretto: Pompeo Mariani (morto il 25 gennaio 1927 a Bordighera), di cui è difficilissimo trovare opere da esporre, ma al quale, accanto a suggestioni boldiniane, dobbiamo il più importante flusso poietico a legare i due movimenti, attraverso la luce di Ventimiglia, che è anche quella di un bel pò di Monet.

Imperdibile dal 3 febbraio al 14 giugno 2026 a Palazzo Reale, Milano.

Sergio Bevilacqua

 


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Sergio Bevilacqua

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