Quest’anno l’abbazia della Novalesa celebra 1300 anni dalla sua fondazione, avvenuta il 30 gennaio 726.
DAL CORRIERE DI TORINO – Ai piedi del Moncenisio, lungo una delle vie storiche che collegano l’Italia alla Francia, il monastero resta oggi abitato da sei monaci benedettini. Un luogo che ha attraversato secoli di storia e cambiamenti politici senza perdere la sua vocazione originaria: essere uno spazio di preghiera, lavoro e accoglienza.
Alle tre e mezza del mattino, quando fuori è ancora notte, la campana suona per la prima volta. È l’inizio di una giornata che, per fratel MichaelDavide, priore benedettino della Novalesa dal 2021, non ha nulla di straordinario e proprio per questo è radicale.
«La stabilità monastica», dice, «è come quella degli alberi. Si resta in un solco, credendo che la terra in cui sei stato piantato ti darà nutrimento e spazio per crescere». Fratel MichaelDavide ha poco più di sessant’anni, ma è monaco da oltre quaranta: Novalesa appare isolata, immersa nella solitudine delle montagne, eppure — come ama sottolineare — «la vita ci viene incontro continuamente».
Fratel MichaelDavide, 1300 anni di storia come attesta l’atto fondativo: come descriverebbe oggi il monastero di Novalesa?
«Novalesa è un luogo che ha attraversato secoli senza perdere la sua forma originaria. Nasce come “monastheriolum”, un piccolo monastero, ma con un’intenzione precisa: offrire quiete e utilità. Non utilità misurata in denaro o potere, come pensavano i potenti della terra come Napoleone e Cavour, che non esitavano a chiuderli se era considerata esaurita una funzione “pratica”. La vera utilità di un monastero è creare uno spazio umano, qui le persone non devono dimostrare nulla, non devono avere prestazioni da offrire: possono semplicemente “essere”. Questo spazio è rimasto un porto franco per 1300 anni, e anche oggi resta abitato da una piccola comunità monastica che custodisce questa tradizione».

Un luogo di passaggio e accoglienza, quindi.
«Sì, Novalesa è sempre stata un corridoio di vita: pellegrini, studiosi, visitatori, ospiti; il monastero non è una fuga dal mondo, ma un punto di passaggio. Abbiamo diversi livelli di ospitalità: turisti che visitano la chiesa e i musei, ospiti che condividono la vita monastica per qualche giorno, e pellegrini della Via Francigena, provenienti soprattutto dalla Francia. E qui, come allora, chi passa conferma la funzione del monastero: chi bussa alla porta reca con sé una storia, un bisogno, una curiosità, e il monastero risponde accogliendo».
Come si applica la regola di san Benedetto a questa accoglienza?
«San Benedetto scrive che quando qualcuno bussa alla porta, il portinaio deve dire “Deo gratias” come prima cosa. Non si sa chi arriva: potrebbe essere una persona che fa del bene o un povero, un pellegrino o un ladro, e il monastero si deve rivelare un “porto sicuro”. Questo è il primo segno: non giudicare, non chiedere chi sei, non misurare il valore di chi arriva. E poi san Benedetto aggiunge il concetto di “humanitas”: offrire subito ciò che serve: un bagno, del cibo, acqua. Tutto ciò è antico, ma straordinariamente attuale».
Molti giovani bussano oggi alla porta dei monasteri?
«Moltissimi, più di quanto si immagini. Non per fuggire dalla vita, ma perché hanno bisogno di capire cosa desiderano davvero. La nostra società incalza costantemente: i giovani sono stanchi di dover dare risposte continue, nel lavoro, negli affetti, nelle relazioni. Qui possono sperimentare che la loro unicità ha valore. Se un monaco vive in modo “differente”, tutti hanno diritto a essere unici».
È diventato monaco a 18 anni. Come è nato questo desiderio?
«Avevo fretta, sentivo che era tardi. Non perché non avessi altre possibilità: avrei potuto insegnare, tentare la carriera diplomatica, mi piaceva lo studio delle lingue… Chiesi consiglio a Madre Anna Maria Canopi, badessa del monastero sull’Isola di San Giulio, una guida straordinaria. Andai da lei il 20 agosto 1983, ero già molto preoccupato per il mio futuro. Madre Canopi mi ascoltò con grande attenzione, mi chiese se avevo ascoltato la parola del giorno, in particolare la frase di san Bernardo di Chiaravalle – di cui ricorreva la festa – il quale scrive in un suo sermone: “Amo quia amo, amo ut amem” e se mi riconoscevo. Dissi di sì, mi rispose di non esitare ad abbracciare la vita monastica. Uscendo da quell’incontro, presi la mia decisione: entrai in monastero il primo ottobre, il giorno di santa Teresa di Lisieux. Questa frase mi accompagna ogni giorno: Amo perché amo, amo per amare».
Ha mai pensato di lasciare tutto?
«Sì, ma non è mai una questione di “rimango o vado via”, bensì di capire perché rimango. Dopo quarant’anni, più che stilare un bilancio, posso parlare di serenità. Sono sereno perché non mi aspetto altro da ciò che ogni giorno mi raggiunge dal mio “punto di vita».
Come si svolge una giornata tipo?
«Sveglia alle 3,30, la “Vigilia” alle 4, poi la “lectio divina” in cella, la preghiera silenziosa, le Lodi, l’Eucaristia, lavoro. Pranzo in silenzio, lavoro pomeridiano, Vespri, cena, Compieta. Ora et labora. L’attività consiste nell’accoglienza, l’orto, la cucina, la legatoria e il restauro di libri antichi in collaborazione con laici esperti. La giornata è scandita da ritmi precisi, che liberano dalla preoccupazione di prestazione. È faticoso, ma mai stressante».
Lei ha scritto molti libri. Perché?
«Non ho un’ambizione personale, i miei libri nascono da richieste e domande. L’ultimo, Non perfetti ma felici, parla di libertà e unicità, della possibilità di essere sé stessi nel rispetto degli altri. Il monastero è un avamposto che tutela questo principio. San Benedetto non immaginava uomini perfetti, sapeva bene che ogni giorno nascono spine di contesa anche tra i fratelli. Ha costruito un ordine di vita che rende il conflitto abitabile e vivibile per “non disperare mai della misericordia di Dio” e della bontà radicale dei fratelli e sorelle in umanità».
C’è una domanda che ritorna spesso, soprattutto da chi osserva la vita del monastero da fuori: e la castità? Non è “chiedere troppo”?
«No, non è chiedere troppo. È chiedere tutto. È una scelta di totalità. San Benedetto non parla di repressione, ma di libertà nelle relazioni, di non possesso. Vivere la castità significa che nessuno è proprietà di nessuno, e che la vita può essere donata pienamente senza legami esclusivi. La rinuncia avviene come conseguenza, ma l’orizzonte è la totalità della vita».
Cosa rimane, alla “fine del giorno”?
«La preghiera, e con la preghiera tutto riinizia. Ogni giorno ogni monaco riparte. Ogni giorno ricominciamo a “fare” i monaci sperando di essere cristiani per diventare umani. Come diceva Sant’Antonio Abate: “Oggi ricomincio».
