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L’agnello. Perché la guerra, la violenza, il male vogliono negare l’esistenza di Dio. Chi ignora il grido dei bambini di Gaza


 Giovanni il Battezzatore, con alcuni discepoli, incontra Gesù di Nazareth e lo indica con queste parole: “Ecco l’agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo!”(Gv 1,29). Il senso di queste parole, per un ebreo, era chiaro.

don Giuseppe Dossetti, jr.

L’agnello non era solo il simbolo della mitezza, ma era il sacrificio pasquale, iniziato in Egitto, la notte della liberazione: rito poi ripetuto ogni anno dalla comunità di Israele. Col sangue della vittima, veniva tinta la porta delle case degli ebrei, così che l’angelo della morte saltasse le abitazioni del popolo: la morte dell’animale innocente conservava in vita coloro che erano chiamati al cammino della libertà.

Che la vita del popolo fosse pagata con la morte dell’animale innocente, vien detto ancora più chiaramente dal profeta Isaia (cap. 53), dove sta scritto: ”Egli si è caricato delle nostre sofferenze,si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti. Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello”.

Si comprende, alla luce di questo testo, perché Giovanni usi il singolare: il peccato del mondo, cioè il peso di tutto il male che abita e ha abitato la storia umana. Il verbo “togliere” significa anzitutto sollevare: il perdono non è un colpo di spugna, un’amnistia, ma una sostituzione. L’innocente prende su di sé il peso delle violenze, delle guerre, degli egoismi mortali.

Ivan Karamazov, nel romanzo di Dostojevskij, si ribella, non può accettare il dolore innocente e afferma che nessuno ha il diritto di sostituirsi, perché ci sono sofferenze che non possono essere sanate o almeno riparate, in particolare quelle dei bambini.

Il tempo che stiamo vivendo sembra dar ragione a Ivan. Il dolore viene declassato a “danno collaterale”, perché la guerra è guerra e viene combattuta con le regole della guerra, cioè con nessuna regola. La pietà va bandita, perché indebolisce la determinazione dei combattenti. Gesù viene pregato di uscire di scena, perché c’è bisogno di un dio degli eserciti, non di uno che dica di porgere l’altra guancia.

I cristiani, pur con il loro carico di incoerenze, continuano a indicare al mondo un Dio crocifisso. Ci sono però dei momenti, nei quali anche loro, con sofferenza amara, fanno proprie le parole dei sacerdoti di Gerusalemme:Ha salvato gli altri e non può salvare se stesso! E’ il re d’Israele: scenda ora dalla croce e crederemo in lui” (Mt 27). Ma Gesù tace; o, meglio, non risponde agli uomini, ma si rivolge a quel Dio che egli continua a chiamare Padre. “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” E tuttavia, mi consegno a Te: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”.

Queste parole di Gesù svelano la posta in gioco. La guerra, la violenza, il male in tutte le sue forme, vogliono negare l’esistenza di Dio, non necessariamente sul piano filosofico, ma su quello storico: Dio non serve, è l’assente; addirittura, il Salmo 88 lo accusa di essere il nemico: “Perché, Signore, mi respingi? Sin dall’infanzia sono povero e vicino alla morte”. I bambini di Gaza potrebbero far proprio questo grido. “I tuoi spaventi mi hanno annientato. Hai allontanato da me amici e conoscenti, mi fanno compagnia soltanto le tenebre”

Abbiamo una risposta al dolore innocente? Lo dico con timore e tremore: penso di no. Possiamo solo vivere il dolore, chiedendo che non estingua la nostra fede e pregando per coloro che non ce la fanno.  Non siamo in grado di spiegare; possiamo solo testimoniare che, per misterioso privilegio, la croce del Figlio di Dio è per noi lo strumento della sua presenza; che egli è l’agnello, sul quale è caricato tutto il peso del mondo, chiedendo agli innocenti, agli agnelli, di pregare per noi.

18 gennaio 2026                                                                                     don Giuseppe Dossetti, jr.


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