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L’ACUTO – Cronache teatrali. Dal teatro genovese. Il Trovatore infiamma di passione il Carlo Felice


Molti applausi per l’allestimento del capolavoro verdiano. Regia di Marina Bianchi che accentua la dimensione interiore ed onirica della vicenda, voci nel complesso all’altezza dei ruoli, pur con qualche difficoltà.

di Angelo Magnano

Senza agitazioni sindacali, com’era stato per Cavalleria rusticana, e senza roghi veri, come quello che ha bruciato le scenografie di Coppèlia, il Trovatore che ha aperto il nuovo anno solare al teatro Carlo Felice è filato liscio con le sue passioni estreme e le sue fittizie pire, con l’orchestra e il coro a ranghi completi e i cantanti in forma smagliante, incassando un confortante successo di pubblico, sebbene non abbia ottenuto lo sperato sold out.

Come sempre accade per la trilogia popolare di Verdi, innovare e discostarsi dalla tradizione interpretativa comporta dei rischi, che a Genova non si sono corsi: la regia di Marina Bianchi non ha cercato improbabili attualizzazioni della cupa vicenda e la direzione di Giampaolo Bisanti si è mossa sul solco delle consolidate convenzioni: cabalette senza daccapo, qualche aggiustatina di tonalità per favorire le voci e l’immancabile do di petto per Manrico: sennò – ci perdoni il maestro Muti – che Trovatore sarebbe?

Tutto sommato, le scelte registiche della Bianchi, che si appoggiavano alle scene e ai costumi di Sofia Tasmagambetova e Pavel Dragunov e alle luci di Luciano Novelli, si sono rivelate vincenti. Vuoi perché l’impianto scenico girevole permetteva rapidi passaggi d’ambiente, contribuendo a mantenere serrato il ritmo narrativo del libretto di Cammarano e della potente musica di Verdi, vuoi perché l’essenzialità delle architetture, che in alcuni particolari evocavano quasi le spazialità metafisiche di De Chirico, riconduceva l’opera alla sua dimensione più autentica, che non è quella esteriore da romanzo di cappa e spada bensì quella inconscia, onirica, ossessiva che imprigiona i protagonisti in spire di vendette e passioni inconciliabili con la realtà.

Sartori e Margaine

Non c’è apertura – commenta la regista – è una storia chiusa che non ha punti di fuga o risoluzioni”. Le sue scelte, riducendo all’essenziale anche i movimenti dei personaggi – salvo qualche inutile e distraente trovata nelle scene di massa – ha favorito la concentrazione dell’interesse sui moti interiori dei protagonisti, ben cogliendo la modernità e la coerenza della drammaturgia verdiana. Spade e corazze non mancavano, ma erano mosse con eleganza dalla sapiente mano del maestro d’armi Corrado Tomaselli e ben interagivano con i movimenti di solisti e coro.

Della direzione di Giampaolo Bisanti già si diceva: rispettati i tagli di tradizione, la sua bacchetta ha impresso una dinamica incalzante all’esecuzione, ma senza lasciarsi prendere troppo la mano e, anzi, indugiando con delicata cura strumentale e  raffinato fraseggio sulle oasi più squisitamente liriche della partitura. Non ha del tutto risolto l’equilibrio fra buca e palcoscenico, sicché soprattutto negli interventi del coro si registravano qua e là sfasature ritmiche, e talvolta il volume orchestrale tendeva a coprire le voci soliste. Però complessivamente la sua interpretazione merita un buon voto. Così come lodevole è stato l’impegno del coro, preparato come sempre con diligenza da Claudio Marino Moretti.

Clémentine Margaine

Dal quartetto dei protagonisti spiccava, per autorevolezza, il mezzosoprano Clémentine Margaine, che vanta un ragguardevole curriculum nel repertorio sia barocco sia romantico: vigorosa la sua lettura del ruolo di Azucena, della quale ha saputo cogliere, con sapienti colori vocali sempre sorretti da un canto ben appoggiato sul fiato, l’ambiguità scissa fra ossessiva ansia di vendetta ed ancestrale tenerezza materna. Al suo fianco, Fabio Sartori ha fatto valere la sua consueta vigoria tenorile ma, come altre volte, spingendo eccessivamente sui volumi forti a scapito delle finezze che il ruolo di Manrico richiederebbe, e palesando di conseguenza, soprattutto nella quarta parte, qualche difficoltà di emissione ed intonazione.

Erika Grimaldi

Il soprano Erika Grimaldi ha regalato alla sua Leonora delicatezza di accenti, musicalità raffinata e credibilità attoriale, pur con qualche carenza nel registro grave. Il baritono d’origine mongola Ariunbaatar Ganbaatar, in possesso di notevoli doti tecniche,  ha talvolta privilegiato la potenza sulla finezza espressiva, accentuando nel complesso personaggio del Conte di Luna più l’animo protervo e vendicativo che quello dell’amante infelice. Convincente, per la voce ben chiaroscurata, il basso coreano Simon Lim nel ruolo, tutt’altro che marginale, di Ferrando. Di solido mestiere nelle parti di contorno Irene Celle (Ines) e Manuel Pierattelli (Ruiz), più incerti Antonio Mannarino (un messo) e Roberto Conti (un vecchio zingaro).

Ariunbaatar Ganbaatar

Dal medioevo avventuroso e fosco del Trovador di Gutiérrez si passerà ora sulle scene del Carlo Felice ad un altro medioevo, quello del Tristan di Gottfried von Strassburg, riletto in chiave schopenhaueriana da un altro sommo genio della musica. Si avvicina l’ora del Tristan und Isolde di Wagner, altro titolo di punta della stagione 2025/26, che andrà in scena il 13, 15, 20 e 22 febbraio. Occhio all’orario serale: 18,30 anziché 20. Non è il Wagner più lungo ma è pur sempre Wagner

Angelo Magnano


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