Frugando su Internet salta fuori un film, ”Le Mura di Malapaga”, e ne propongo a mia moglie la visione. E’ una pellicola del 1949, strappalacrime, ma c’è un Jean Gabin tra i migliori ed una Isa Miranda da Oscar.
di Massimo Germano
Tutti lavorano alla perfezione, è un classico del tempo andato, quando più che la ”cosa”, la trama, si apprezzava il ”come”, la recitazione.
Ma c’è un altro ingrediente che mi inchioda alla poltrona nonostante le fastidiose pubblicità che interrompono la pellicola ad ogni istante. Il film è stato girato a Genova, la Genova dei primi anni del dopoguerra, e affiorano i ricordi.
Nel 1949 avevo sette anni e frequentavo a Noli la seconda elementare, ero in punizione dai miei nonni per le birichinate dell’estate, e mi divertivo un mondo.
Un giorno mia madre venne a trovarmi da Torino, per controllare la situazione. Tutto andava per il meglio e lei mi propose di fare una gita a Genova. Io ero felice, e a nulla valsero i discorsi di mio nonno: ”è diventata una città difficile….. è ancora troppo pericoloso…..” Quando mia madre si metteva in testa una cosa era difficile smuoverla, dovevamo vedere Genova, comunque fosse ridotta.
Mio nonno si consultò con Renato, il fidanzato di mia cugina Adriana, lui Genova la conosceva bene, e con il suo aiuto si compilò un programma di visita dettagliato in ogni minimo particolare. Il mio ruolo era essenziale, ero il paladino dell’avventura, ne ero orgoglioso e dovevo essere all’altezza. Inoltre conoscevo a memoria l’Orario Pozzo, era una delle mie letture preferite, a richiesta sapevo snocciolare stazioni, treni e coincidenze da La Spezia fino a Ventimiglia e oltre.
E così una mattina di quell’inverno partimmo dalla stazioncina di Noli, accompagnati dalle ultime raccomandazioni di mio nonno, e affrontammo da soli la grande avventura.
Mia madre era felice, la rivedo avvolta in uno dei suoi foulard che la facevano rassomigliare ad una donna del medio oriente. Soffriva sole e vento, e quando viaggiava si difendeva in quel modo dalle intemperie.
Arrivati alla stazione Principe scendemmo per via Balbis ed andammo ad ammirare le navi nel porto, allora non c’era ancora la sopraelevata, poi risalimmo verso San Lorenzo seguendo passo a passo la cartina del Touring compilata dal nonno e da me fedelmente seguita.
La città ci avvolgeva festosa e allegra, era diversa da Torino, era la prima grande città che visitavo e tutto mi sembrava nuovo e affascinante. Infine ci dirigemmo verso la trattoria che ci aveva consigliato Renato, dovevamo andarci a suo nome e mangiammo del pesce meraviglioso.
Come nel film la trattoria si trovava su di una salita che ricordo vagamente. Il nonno e Renato ci avevano avvertiti: ”non andate oltre”, ma
disobbedimmo e risalimmo quei gradini. Non dimenticherò mai quello spettacolo, intorno a noi le ferite della guerra erano ancora aperte, case sventrate, vicoli sbarrati, una rovina immensa. Ci fermammo finalmente in uno spiazzo sgombro dalle macerie, lontano si vedeva il mare, placido, tranquillo, e sopra di noi il cielo azzurro, come se nulla fosse avvenuto.
Ma non è facile levare l’allegria ad un bambino di sette anni, e così mentre consultavo la cartina di mio nonno, (dovevamo tornare da Brignole, c’era ancora molta strada da fare), levai lo sguardo su di lei. Mia madre piangeva.
Massimo Germano
