Trucioli

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Teodora: Leggete per vivere


«Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi; o, come fanno gli ambiziosi, per istruirvi. Leggete per vivere». (Gustave Flaubert)

di Teodora

Mi pare incresciosa e controproducente l’abitudine di molti insegnanti di obbligare a leggere determinati libri e addirittura di imporre compiti di verifica della lettura (che, ormai, gli studenti superano abilmente grazie alla AI o, più tradizionalmente, facendosi raccontare i testi dai pochi compagni che obbediscono e leggono su imposizione).

Forse dei consigli motivati e appassionati potrebbero invogliare alla lettura evitando di presentarla come un noioso dovere e così, magari, nascerebbero giovani lettori capaci di avventurarsi nell’oceano dei libri scoprendo la propria rotta: perché, confessiamocelo, nessuno può leggere tutti i classici di tutte le culture! Osservava Italo Calvino: «per vaste che possano essere le letture “di formazione” d’un individuo, resta sempre un numero enorme d’opere fondamentali che uno non ha letto» (Perché leggere i classici, 1981).

La lettura, al di là di quella praticata per motivi professionali, a me sembra un lusso raffinato, ma un lusso che possiamo concederci tutti… e non concordo del tutto con Flaubert: perché non dovremmo leggere per “divertirci”? Che male c’è nel divertissement, nel di(s)-vertĕre, nel volgersi altrove, «sdimenticare ogni affanno» e curare l’immodicus labor, l’ansia frenetica che tutti consuma?

Albert André – Woman at a window, 1913

«Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro».

(Niccolò Machiavelli, Lettera a Francesco Vettori, 10 dicembre 1513)

Machiavelli si riferisce, in particolare, alle opere degli antiqui huomini, cioè a quelli che noi definiamo “classici“, concetto che si è poi esteso sia cronologicamente sia geograficamente; consiglio vivamente di rileggere il saggio acuto, attuale, ricco di spunti di riflessione che dedica loro Calvino: ve ne offro un assaggio, come invito… alla lettura.

«Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli.

[…] non si leggono i classici per dovere o per rispetto, ma solo per amore. Tranne che a scuola: la scuola è tenuta bene o male a farti conoscere un certo numero di classici tra i quali (o in riferimento ai quali) tu potrai in seguito riconoscere i “tuoi” classici. La scuola è tenuta a darti degli strumenti per esercitare una scelta.

[…] non si creda che i classici vanno letti perché “servono” a qualcosa. […] citerò Cioran: “Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto. ‘A cosa ti servirà’ gli fu chiesto. ‘A sapere quest’aria prima di morire’».

(Italo Calvino, Perché leggere i classici, 1981)

Insomma, concediamoci il lusso di leggere, ozio creativo, pausa dedicata alla riflessione, confortati dalla saggezza antica:

Otia corpus alunt, animus quoque pascitur illis;

immodicus contra carpit utrumque labor.

L’ozio nutre il corpo, anche l’animo se ne nutre;

al contrario, l’affanno smisurato li consuma entrambi.

(Ovidio, Epistole dal Ponto, I, 4, 21-22)

E chissà se Machiavelli aveva in mente questo passo quando “si pasceva” dei suoi amati libri…

Un saluto e un augurio di serena Pasqua da Teodora.


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