Riceviamo – L’uomo arrestato a Pietra Ligure si chiama Davide Ghigo, 54 anni, coniugato – stimata famiglia che aveva gestito un’edicola sul viale della Repubblica – dirigente di ente pubblico che opera nel comune di Finale Ligure.
Ghigo è stato arrestato in flagranza di reato: avrebbe estorto 15 mila euro a una coppia di settantenni. Questo scrivono i mass media locali. Punto. Una cifra, un reato, una manciata di righe. Fine della storia.
Peccato che non sia affatto la storia.
Perché dietro quei 15 mila euro c’è una relazione clandestina durata anni tra Ghigo e la moglie – oggi defunta – della vittima, una relazione segnata anche da una differenza d’età di almeno quindici anni, con lui più giovane. C’è una doppia vita consumata in ambienti riservati, locali per scambisti dove sarebbero stati girati video e scattate fotografie intime. E c’è, soprattutto, un presunto ricatto costruito su quel materiale: la minaccia di distruggere la reputazione di un uomo che, forse, nulla sapeva.
Ed è qui che la vicenda smette di essere solo molto opaca e che diventa crudele.
Perché quell’uomo non è solo una vittima di presunta estorsione. È un vedovo. Una persona che ha già perso tutto ciò che contava e che si è ritrovata, mesi dopo, a dover difendere non solo se stesso ma anche il ricordo della donna con cui aveva condiviso la vita. Un asserito ‘ricatto’ che colpisce il presente e profana il passato. Che non si limita a chiedere denaro, ma scava dentro il lutto, lo apre, lo usa. Due volte vittima: prima della perdita, poi della minaccia.
Eppure, tutto questo, sui media viene taciuto.
Non c’è il dolore. Non c’è la complessità. Si omettono passaggi fondamentali.
C’è però un dettaglio che meriterebbe un’analisi più profonda: la SIM intestata alla vittima, fatta consegnare e poi usata da Ghigo per inviare i messaggi minatori. Un paradosso gelido. Il ‘ricatto’ che parla con la voce burocratica di chi lo subisce. Un meccanismo perverso, studiato, che meriterebbe attenzione, analisi, domande. Invece niente.
Ma il silenzio più pesante riguarda un altro fatto.
L’autore dell’estorsione è il genero del sindaco. Una persona dentro un circuito di relazioni, di ruoli, di fiducia pubblica.
Ed è qui che la cronaca si piega. O forse si adatta.
Perché subito dopo questo dettaglio, la storia smette di approfondire e comincia ad evaporare. Diventa prudente, asciutta, incompleta. Come se qualcuno avesse deciso che oltre una certa soglia non si può andare.
E allora quei 15 mila euro restano lì, sospesi, innocui solo in apparenza. E viene quasi da chiedersi — con un’ironia che punge — se non fossero serviti a qualcosa di molto più “ordinario”: magari un viaggio a New York con moglie ignara. Un regalo pagato a colpi di omissioni. Un’immagine volutamente surreale, certo. Ma è proprio il vuoto lasciato dall’informazione a renderla possibile. Quando i contorni vengono cancellati, qualsiasi scenario, anche il più grottesco, smette di sembrare impossibile.
E qui entra in scena la contraddizione che nessuno ama nominare.
Le stesse testate che oggi scelgono la prudenza chirurgica (solo Il Secolo XIX ha pubblicato nome e cognome), la penna leggera, il dettaglio omesso, sono spesso le stesse che — in campagna elettorale — ospitano pagine pubblicitarie, banner, inserti a pagamento di quei mondi politici che dovrebbero raccontare senza timori. Tutto regolare, certo. Tutto legittimo. Ma è anche tutto terribilmente ambiguo.
Perché l’indipendenza dell’informazione non si misura solo in ciò che si scrive. Si misura, soprattutto, in ciò che si sceglie di non scrivere. Non serve una censura esplicita quando esiste la convenienza.
E così una storia che un tempo avrebbe riempito pagine, acceso domande, costretto qualcuno a rispondere, oggi viene compressa in un trafiletto molto anonimo. Senza nervi. Senza conseguenze. E’ questa la scuola di giornalismo che si pratica in provincia di Savona?
A Pietra Ligure però, la verità non è scomparsa. È solo scivolata altrove. Nei discorsi a bassa voce, negli sguardi, nelle frasi lasciate a metà. Una verità senza firma, senza responsabilità, ma perfettamente compresa.Ed è forse questo il punto più grave. Non quello che è successo.
Ma il modo in cui è stato raccontato.
O, più precisamente, il modo in cui è stato deciso di non raccontarlo.
(e mail………)
IL SECOLO XIX -SAVONA, con la firma del capo redazione Alberto Parodi, ha riferito nome e cognome. Una vicenda che su altri media locali è stata autocensurata.

