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Liguria e Basso Piemonte

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Uno squalo sulle colline di Dego. I fossili sono più spettacolari e importanti di tanti altri del savonese


Sembra impossibile ma al posto delle colline vicine a Dego, in Valbormida, sopra Savona, dove ora ci sono prati, rocce e alberi, in un tempo lontanissimo c’era il mare aperto. Un mare di tipo caraibico, molto diverso da quello cui siamo abituati oggi in Liguria: più caldo e popolato di coralli variopinti e rigogliosi, di squali, tartarughe e altri animali sottomarini.

di Tiziano Franzi

Con il progressivo ritiro del mare e il conseguente affioramento delle terre emerse, i sedimenti e i coralli sono diventasti roccia sedimentaria che può nascondere incredibili scoperte.

L’entroterra di Savona è un vero paradiso per i paleontologi. Tra i più famosi e frequentemente visitati siti fossiliferi ci sono sicuramente quelli di Sassello e di Stella Santa Giustina dove si osservano ricche faune a coralli e flore arboree. I fossili di Dego sono molto meno conosciuti dal grande pubblico, anche se noti agli studiosi da quasi un secolo, ma per certi aspetti sono di gran lunga più spettacolari e importanti di tanti altri del savonese.

Come spiega Antonino Briguglio, paleontologo dell’Università di Genova, professore associato in Paleontologia e Paleoecologia  al DiSTAV : “In questo sito, a un chilometro e mezzo a nord-ovest dell’abitato di Dego, ci sono i resti di una barriera corallina molto ben preservata. Coi suoi venti metri d’altezza per 150 di larghezza – è la barriera corallina più imponente del Nord Ovest italiano per quanto riguarda l’Eocene. Ventisette milioni di anni fa saremmo stati sott’acqua, in un ambiente di acqua cristallina, con tartarughe, sirenii, squali, e la roccia grigia che osserviamo oggi sarebbe stata un tripudio di colori, di coralli blu, verdi, rossi. La profondità era di circa 7-10 metri: al contrario di oggi, la terraferma era a sud e il mare a nord, occupava tutta la Pianura Padana”.

Con l’andare del tempo il reef crebbe sempre più lentamente, i sedimenti fluviali lo ricoprirono e i coralli scomparvero, lasciando solo alghe, molluschi e piccoli organismi unicellulari. Questo cambio nella biosfera è la conseguenza di un aumento di torbidità dell’acqua: i coralli preservati prediligono acque limpide e ben illuminate, le associazioni ad alghe indicano ambienti meno illuminati e quindi più profondi ma anche con acque sempre più influenzate da sedimenti fluviali che impediscono alla luce di arrivare in profondità.

Il reef viene quindi sepolto da sedimenti fluviali, che nel tempo vanno a depositarsi in un ambiente marino sempre più profondo, dato che il livello del mare si solleva incessantemente.

Conformazione della barriera corallina di Dego

Verso la fine della storia che leggiamo sulle rocce di Dego, scopriamo che il clima è tanto caldo da permettere il sostentamento di un reef, ma a Dego ormai il mare è troppo profondo e la luce non raggiunge il fondale. Questo innalzamento di temperature è conosciuto al mondo come il LOWE (Late Oligocene Warming Event) e a Dego abbiamo chiari segnali che la ripresa delle attività fotosintetiche in acque basse ci sia effettivamente stata durante questo evento climatico. Si osservano gli effetti di un grande e repentino aumento di temperatura, noto come LOWE, avvenuto in tutto il mondo alla fine dell’Oligocene. Le stime sono molto accurate per le grandi profondità marine, e parlano di 3-4 gradi di aumento della temperatura: per Dego, in questo periodo, la profondità è di circa 100-150 metri e l’incremento potrebbe essere stato di uno o due gradi, più contenuto ma in grado comunque di portare a un cambio drastico della fauna.

La crescita dal basso verso l’alto conferma che i coralli sono stati preservati nella stessa posizione che avevano in vita, nonostante il successivo innalzamento delle Alpi Liguri.
Il sito di Dego è interessante anche perché permette di leggere l’intera storia del reef, fino alla sua morte. Salendo in altezza, si scopre che i coralli si fanno più piccoli e radi, soffocati da sedimenti sempre più consistenti, sabbia e ciottoli portati da grandi fiumi. La fauna cambia: abbondano i molluschi – pettinidi e grandi ostriche -, ci sono ricci di mare e una gran varietà di alghe e altri vegetali, nutrimento perfino di dugonghi (di cui sono state trovate alcune costole). Lo studio di quanto già avvenuto milioni di anni fa ci può dare la misura del cambiamento climatico al quale stiamo andando incontro oggi.

Come prosegue il prof. Briuglio : “La barriera corallina è ricca di coralli, alghe, molluschi, ricci di mare e tanti microorganismi che popolavano il fondale marino. Questi resti fossili sono estremamente importanti per ricostruire la paleogeografia, il clima della antica Liguria e le caratteristiche dell’antico mare che la bagnava (le sue correnti, la torbidità e il pH dell’acqua). Il sito di Dego è peculiare perché racconta la storia del reef stesso, dalla sua nascita, la sua espansione, la sua diversità fino alla sua morte per soffocamento a causa di un ambiente sempre meno favorevole alla sua crescita. Detto così sembra di parlare di qualcosa di molto attuale legato ai cambiamenti climatici, ma questa storia è vecchia di milioni di anni e ora è immersa nel bosco e non più a mare. È questo che rende la paleontologia una scienza fondamentale per studiare la risposta degli organismi alle variazioni climatiche. I paleontologi studiano la storia degli organismi sulla Terra (quasi 700 milioni di anni di eventi climatici) e riescono a vedere cosa è successo quando le temperature erano troppo alte, o troppo basse, quando i vulcani hanno riempito l’atmosfera di gas o quando un asteroide ha colpito il nostro pianeta. Parlare di cambiamenti climatici moderni senza avere contezza di cause e conseguenze dei tantissimi cambiamenti climatici passati è pericoloso. Ed è qui che Dego con i suoi coralli entra prepotentemente nella scena globale e ci mostra chiaramente cosa accade se l’ambiente contrasta la crescita di un reef”.

Il reef di Dego nasce perché trova un ambiente piccolo ma ideale allo sviluppo dei coralli. È da poco finito un lungo periodo di grandissimo caldo che ha caratterizzato quasi tutto l’Eocene (da 30 a 50 milioni di anni fa circa), durante il quale molte barriere coralline, per scappare dal troppo caldo, hanno trovato rifugio a maggiori profondità o si sono spostate a latitudini maggiori. A partire dall’Oligocene (da 30 a quasi 23 milioni di anni fa circa), il clima si fa più temperato e in molte parti della Liguria, che in quel periodo vedeva una geografia molto diversa da quella odierna, con i monti a sud ed il mare a nord, si osservano i resti di piccoli ma diffusi reef corallini sparsi dalla Val Lemme a Valzemola.

E’ affascinante pensare che in quella che oggi è una distesa di alberi e boschi nuotava il leggendario megalodon, lo squalo “dal grande dente” vissuto nell’epoca preistorica del Miocene, oggi scomparso, considerato uno dei predatori più grandi e potenti mai vissuti. parente stretto dell’odierno grande squalo bianco, e di cui proprio a Dego sono stati ritrovati dei frammenti ossei e un dente.

Una storia vera che ha dell’incredibile e che può diventare un volano culturale e turistico per la Valbormida: tanto che il 17 marzo scorso, si è tenuto un incontro tra gli esperti universitari del Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e della Vita e il Comune di Dego che ha portato alla proroga della convenzione triennale per valorizzare e tutelare la barriera corallina fossile fino al 2028, per la quale è stata messa a bilancio una somma di sei mila euro (due mila per ogni anno) in favore della ricerca curata dall’ateneo genovese.

Tiziano Franzi


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