Concessioni balneari e Direttiva Bolkestein: il modello spagnolo è davvero la soluzione per l’Italia? Quali i risultati e dove hanno fallito i protettori della ‘lobby’. A Forza Italia e ai suoi esponenti. Pochi ricordano che in Liguria il primo fu Claudio Scajola che in occasione delle elezioni inviava ad ogni concessionario una lettera.
Si aggiunse Forza Italia, seguita dalla Lega e da ultimo la ‘fallita cura Salvini‘, fino a Fratelli d’Italia che alle loro vere origini (Movimento Sociale di Almirante) non stravedevano per il sistema corporativo ed erano molto più sensi al tema sociale delle spiagge come bene comune.
In provincia di Savona, per fare un esempio, l’estremismo pro balneari è stato portato avanti a viso aperto da Angelo Vaccarezza, seguito quasi a gara da Marco Scajola (classe 1970 Psicologo, Psicoterapeuta, specialista in psicologia generale e clinica, socio benemerito dell’Associazione Nazionale Finanzieri d’Italia A.N.F.I.) tra le deleghe assessore al Demanio Marittimo e costiero, coordinatore del tavolo nazionale sul Demanio marittimo della Conferenza delle Regioni, da Paolo Ripamonti e da ultimo Rocco Invernizzi che tra l’altro è stato concessionario di stabilimento balneare, ad Alassio, con la madre e la sorella rimasta titolare. Tra i ‘baciati‘ dalla fortuna lo stesso presidente provinciale (ora anche di Confcommercio) e regionale. Enrico Schiappapietra, vicepresidente vicario nazionale del SIB (Sindacato Italiano Balneari). Trucioli.it aveva pubblicato la testimonianza di un gestore di un’importante stabilimento balneare di Laigueglia. Un piemontese che aveva scelto di ristrutturare in toto un’attigua struttura di un centinaio (o forse più di mq.). Si rivelò un errore non previsto. Si è ritrovato a pagare 55 mila euro all’anno di concessione e mentre lui provvedeva a gestire la spiaggia, non riusciva a trovare chi prendesse in affitto il locale. Fino a quando si fece avanti un operatore che gestiva altre strutture in Piemonte. Con un affitto che pareggia la spesa della concessione (55 mila €). Schippapietra, invece, aveva affittato una struttura analoga senza essere ristrutturata, pagando poco più di 5 mila euro, nel contempo incassando dall”inquilino gestore’ una somma considerevole.
IL MODELLO SPAGNA- la strada più sicura e definitiva per l’Italia è elaborare una riforma seria delle gare pubbliche. Un sistema che accetti il principio europeo della libera concorrenza, ma che al contempo inserisca criteri chiari per riconoscere e indennizzare il valore aziendale, l’esperienza e gli investimenti fatti dai concessionari uscenti.
Più difficile quantificare quale sia l’ammontare del reddito di una singola concessione visto che anche in questo settore l’evasione vola da sempre. E anche nella nostra Liguria la media della denuncia dei redditi si attesta sui 25 €. E la concessione demaniale che si versa parte da poco più di 2,20 € al mq. E ancora le nostre spiagge offrono bar- tavola calda e fredda, ristorante, pizzeria e in base agli spazi attrazioni per grandi e piccini. Negli anni vendere/cedere una concessione demaniale ha rappresentato un business senza pari. Di fronte ad una carenza di offerta prezzi alle stelle, seppur diversificati da località a località.
Difficile dimenticare quel giorno quando un massimo rappresentante della categoria confidava al cronista che “si era arrivati a cifre fuori da ogni logica” Tra gli investitori famiglie benestanti provenienti da fuori regione, ma anche professionisti. Il mercato è crollato man mano che la Bolkestein produceva sui suoi effetti sul ‘rischio investimento’.
In Europa tutti o quasi sono arrivati a una soluzione, solo l’Italia annaspiamo fra incertezze e ansie per gli stessi operatori, che si trovano in una situazione inaccettabile per un imprenditore che deve pensare a investire per il lungo periodo . Dunque o si va o non si va all’asta, questo continuo tira e molla non fa bene a nessuno, sicuramente i canoni vanno adeguati e vanno tutelate certe categorie e alzato il livello di attenzione per gli investimenti di capitali sporchi o di eventuali monopolisti, ma guardiamoci intorno.
Nel complesso e decennale dibattito sulle concessioni balneari in Italia e l’applicazione della Direttiva Bolkestein (2006/123/CE), c’è un Paese che viene costantemente citato come esempio virtuoso da politici e associazioni di categoria: la Spagna. Spesso si sente dire che Madrid sia riuscita ad aggirare l’obbligo delle gare pubbliche, garantendo ai propri operatori concessioni lunghe quasi un secolo. Ma come funziona realmente il sistema iberico? E soprattutto, può essere importato in Italia per risolvere l’impasse?
Ecco un’analisi di come la Spagna ha affrontato la questione e perché il suo modello è molto meno solido di quanto sembri.
1. Come funziona in Spagna: la Ley de Costas- In Spagna, la gestione del demanio marittimo è regolata dalla Ley de Costas (Legge delle Coste). Il punto di svolta che ha attirato l’attenzione dei balneari italiani è avvenuto nel 2013. In quell’anno, il governo spagnolo ha varato una profonda riforma della legge originaria del 1988, introducendo una novità enorme: la possibilità di prorogare le concessioni esistenti fino a 75 anni.
Questa estensione straordinaria è stata concessa senza passare per le procedure di evidenza pubblica (le gare) richieste dall’Europa. Il sistema iberico, tuttavia, presenta alcune differenze strutturali rispetto a quello italiano:
Strutture leggere (Chiringuitos): A differenza dei grandi “stabilimenti balneari” italiani spesso costruiti in muratura, in Spagna la maggior parte delle concessioni riguarda strutture in legno, leggere e smontabili. Le costruzioni permanenti di tipo residenziale o turistico pesante direttamente sulla sabbia sono severamente vietate e spesso soggette a demolizione per la tutela ambientale.
Libera cessione: Le concessioni spagnole di lunga durata possono essere vendute o cedute liberamente insieme all’azienda, creando un vero e proprio mercato immobiliare dei titoli concessori.
2. Perché piace (e illude) i balneari italiani- A prima vista, l’approccio spagnolo sembra il sogno di ogni balneare italiano. Una concessione garantita per 75 anni offre alle imprese una sicurezza a lungo termine, permettendo di ammortizzare gli investimenti, tutelare il valore storico delle aziende familiari e, soprattutto, evitare il rischio di perdere l’attività in una gara pubblica europea.
È proprio su questa base che in Italia si è spesso invocata una “via spagnola”, cercando giustificazioni nella salvaguardia degli investimenti o in presunti diritti acquisiti per prolungare le concessioni all’infinito.
3. Il rovescio della medaglia: la scure di Bruxelles- Tuttavia, la narrazione di una Spagna che ha “sconfitto” l’Unione Europea è inesatta. L’Europa, infatti, non ha affatto chiuso un occhio.
La Commissione Europea ha aperto una procedura d’infrazione formale contro la Spagna (così come contro il Portogallo). Bruxelles ha inviato a Madrid un parere motivato, contestando apertamente la riforma del 2013 e la proroga automatica delle concessioni. Secondo la Commissione, rinnovare le concessioni per decenni senza una procedura di selezione trasparente viola palesemente i principi di concorrenza della Direttiva Bolkestein, impedendo a nuove imprese di entrare nel mercato.
Oggi, i balneari spagnoli si trovano a fronteggiare lo stesso clima di incertezza dei colleghi italiani. Le associazioni di categoria iberiche stanno chiedendo a gran voce aiuti ai governi, consapevoli che il sistema attuale è a forte rischio di essere smantellato dalla Corte di Giustizia Europea.
Conclusioni: può essere un modello per l’Italia?- La risposta breve è no. Il modello spagnolo non è una soluzione praticabile per l’Italia per un motivo molto semplice: copiare la Ley de Costas oggi significherebbe importare una legge che l’Unione Europea considera illegale. La mossa del governo spagnolo nel 2013 si è rivelata non una soluzione strutturale, ma solo un espediente temporaneo che oggi sta presentando il conto. L’Italia, avendo già subìto sentenze avverse sia dalla giustizia europea che dai tribunali nazionali (come il Consiglio di Stato), non ha più i margini temporali e legali per tentare proroghe generalizzate.
