Affluenza alta e risultato netto: alle urne sono andati i cittadini, non le categorie.
di Vincenzo Bolia
Il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo 2026 si è chiuso con una scelta chiara degli italiani: ha prevalso il NO (53,7%), mentre il SÌ ha raggiunto il 46,3%. L’affluenza è stata alta, al 58,9%. Nella nostra regione il distacco è stato ancora più marcato: 57,03% al NO e 42,97% al SÌ. In controtendenza la città di Albenga: su 10.621 voti validi i SÌ sono stati 5.636 (53,36%) e i NO 4.926 (46,64%).
Il risultato ha assunto un valore politico e civile rilevante, segnando una presa di posizione complessiva del Paese.
Nel dibattito immediatamente successivo al voto, segnato dalla vittoria del NO, media e analisti hanno proposto letture che hanno interpretato il risultato non nella sua globalità, ma per fasce: giovani e anziani, Nord e Sud, città e provincia, centro e periferie, e così via. Una chiave di lettura semplificata che rischia di frammentare, anche tra vincitori e sconfitti, ciò che il voto ha invece ricondotto a unità.
Il dato essenziale è uno: l’Italia ha votato NO. Non una parte contro un’altra, non una categoria contro un’altra, ma un corpo elettorale che, nel suo insieme, si è espresso in modo prevalente e riconoscibile.
Anche il ruolo dei giovani, e in particolare della cosiddetta Generazione Z, spesso richiamato nelle letture a caldo di media, analisti e politici, è stato collocato in questo quadro generale. I dati hanno indicato una maggiore incidenza del NO tra gli elettori più giovani, ma leggere questa tendenza come una contrapposizione generazionale rischia di alterare il significato complessivo del voto, poiché sia tra i giovani sia tra i meno giovani si sono registrate entrambe le posizioni.
Nel confronto politico che ha accompagnato il voto non sono mancate interpretazioni che hanno ricondotto l’esito a una dinamica di consenso o dissenso verso il governo in carica. Una parte dell’elettorato può aver espresso il proprio NO anche come forma di contrarietà all’azione dell’esecutivo, così come altri possono aver scelto il SÌ in un’ottica di sostegno.
Tuttavia, i referendum non dovrebbero essere un voto politico in senso diretto, ma una consultazione su un quesito preciso. Il corpo elettorale, in questo caso, è stato chiamato a rispondere a una domanda:
“Volete voi approvare la riforma della giustizia che introduce la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, con la creazione di due distinti organi di governo autonomo” ?
Il significato del voto è rimasto quindi, prima di tutto, legato a questa domanda. Per questo motivo, ogni interpretazione che ha trasformato il risultato in una semplice contrapposizione tra favorevoli e contrari al governo rischia di semplificare eccessivamente la natura del referendum.
Il voto referendario, per sua struttura, ha richiesto una risposta nel merito del quesito proposto.
Allo stesso modo, è stato riduttivo attribuire la vittoria esclusivamente ai partiti schierati per il NO o la sconfitta a quelli schierati per il SÌ. Anche il Comitato per il NO ha contribuito, nel corso della campagna referendaria, a sostenere e diffondere le proprie posizioni nel dibattito pubblico e sul territorio. Tuttavia, il voto referendario è rimasto, per sua natura, un atto diretto dei cittadini, che nel loro insieme ne hanno determinato l’esito.
Per questo motivo, parlare di “vittoria” o di “sconfitta” politica in senso stretto è improprio. Più corretto è riconoscere che sono stati i cittadini, nel loro insieme, a determinare l’esito.
In questo contesto, non è mancata una lettura che ha visto nel risultato anche una conferma di fiducia nell’impianto della Costituzione italiana, nata dal lavoro dei padri costituenti – tra cui Sandro Pertini – e tuttora punto di riferimento dell’ordinamento democratico. Una interpretazione possibile, che ha richiamato il valore di equilibrio e continuità delle istituzioni, come a voler idealmente affiancare, con il proprio voto, quello dei 556 padri costituenti.
Il referendum ha restituito dunque un’indicazione chiara: su un tema complesso come la giustizia, l’elettorato ha espresso una scelta netta, senza che essa possa essere ricondotta a una sola parte o a una sola lettura. L’Italia, o meglio gli italiani, hanno votato NO.
Ciò non significa che, nel campo della giustizia, tutto funzioni alla perfezione, come dimostrano la lentezza dei processi (civili e penali), l’ingente arretrato di cause pendenti — dovuto anche alla carenza di personale (giudici, cancellieri e personale amministrativo) e di mezzi tecnologici avanzati — e il persistente sovraffollamento delle carceri.
Vincenzo Bolia
