Ottima prova d’insieme di direttori e solisti nell’allestimento di un titolo poco frequentato. La regia di Bertolani immagina una Venezia “senza tempo” ma travolta dal tempo.
di Angelo Magnano

L’overtourism non risparmia l’angusto e pettegolo campiello di goldoniana memoria e così, nella scena conclusiva dell’opera di Wolf-Ferrari, mentre Gasparina intona il suo malinconico addio a Venezia, la piazzetta si riempie di crocieristi malati di selfie compulsivo e i balconi da cui si affacciavano Gnese, Orsola e Luçieta si popolano di distratti turisti armati di cineprese digitali. Come a dire: oggi, dell’umanità chiassosa ed ingenua cantata da Goldoni non resta più nulla e trovare qualche veneziano nella città lagunare è come scovare il proverbiale ago nel pagliaio.
Non manca di amaro realismo, insomma, la regia che Federico Bertolani ha escogitato per l’allestimento (proveniente dalla Fondazione Arena di Verona) del Campiello di Ermanno Wolf-Ferrari, andato in scena per tre sole rappresentazioni al teatro Carlo Felice. Alla scenografia e ai costumi rigorosamente settecenteschi e di gradevole impatto visivo, immaginati da Giulio Magnetto e Manuel Pedretti, faceva da controcanto, sullo sfondo della piazzetta, il susseguirsi di mimi che incarnavano, di volta in volta, i volti di una Venezia dove il tempo scorre veloce e inesorabile e dove le antiche maschere di Arlecchino e Colombina – l’opera è ambientata durante il carnevale – cedono il posto prima ad altolocati turisti ottocenteschi in gondola e poi a volgari crocieristi sbarcati da una meganave MSC. Se già ai tempi di Wolf-Ferrari il campiello non era più quello narrato da Goldoni ma poteva ancora assomigliargli per alcuni aspetti, ai giorni nostri negli stessi luoghi restano solo B&B e case-vacanza a servizio dell’industria turistica di massa.
Il guizzo creativo di Bertolani impreziosisce una regia che, per il resto, asseconda le indicazioni del libretto di Mario Ghisalberti nel descrivere l’umanità, chiassosa e naif, che popola il campiello veneziano: libretto che tanto si attagliava alla retorica del fascismo sulle perenni virtù di una italianità tanto piccola quanto provinciale, e che faceva passare sottotraccia le sfumate punzecchiature di critica sociale presenti nella commedia di Goldoni. Così come la partitura del compositore italo-tedesco, volutamente aliena dalle avanguardie musicali (degli stessi anni è la Lulu di Berg!) e densa di richiami all’ultimo Verdi e soprattutto all’amato Mozart, non poteva non dispiacere all’estetica conservatrice del regime. “Abbiamo perduto la grammatica musicale coll’assurdo che basti essere sgrammaticati per essere poeti”, scriveva Wolf-Ferrari lanciandosi poi in un elogio dell’ordine fascista. Ebbene, la grammatica del Campiello è esemplare, quanto a scrittura vocale ed orchestrale, ma proprio questo ne costituisce il limite: un’opera gradevole ma che forse non si andrebbe a riascoltare. Al netto di simile grammatica musicale, ben altra vitalità si respira nel Cappello di paglia di Firenze di Rota.
La rappresentazione genovese, oltreché dell’interessante regia, si è avvalsa della precisa concertazione di Francesco Ommassini, attento a valorizzare la ricca tavolozza orchestrale della partitura, equilibrato nel gestire il rapporto con le voci, e al suo meglio nel sottolineare la trasparenza cameristica di diversi passaggi. L’orchestra del Carlo Felice lo ha ripagato con un’esecuzione convincente, così come il Coro del teatro – in buca nel secondo atto – preparato questa volta da Patrizia Priarone.
La coralità nell’opera di Wolf-Ferrari, peraltro, è più affidata alle relazioni fra i solisti, spesso impegnati in scene d’insieme, che agli interventi del coro vero e proprio. Il Campiello non vive principalmente delle espansioni ariose dei personaggi, disseminate con parsimonia, ma di un declamato che permea tutta la partitura ed affida spesso allo strumentale le caratterizzazioni psicologiche dei personaggi. Ciò richiede agli interpreti un lavoro certosino nel piegare le risorse vocali alle esigenze della parola scenica (in veneziano per quasi tutti) e una buona dose di istrionismo attoriale. Il cast non ha deluso le attese, dimostrando una lodevole coesione.
Molto acclamato il soprano genovese Benedetta Torre, beniamina del pubblico, che ha sfoggiato una vocalità ben timbrata e un elegante fraseggio nel tratteggiare il ruolo di Gnese. Anche Gilda Fiume si è ben disimpegnata nella parte più focosa di Luçieta, esibendo solido registro centrale e maturità interpretativa. Bianca Tognocchi, nelle vesti della pretenziosa Gasparina, non ha ecceduto nell’accentuare l’aspetto caricaturale del personaggio (il difetto di pronuncia, presente anche nel testo di Goldoni) e ha risolto la sua parte con raffinata musicalità, padroneggiando bene le agilità richieste dalla scrittura. Il mezzosoprano Paola Gardina, frittolera Orsola di bell’aspetto e fin troppo giovane, si muoveva con notevole spigliatezza in scena, compensando qualche opacità nella voce con sicuro mestiere.
Istrionici, ma mai sopra le righe, i due tenori en travesti Saverio Fiore e Leonardo Cortellazzi nei panni delle vecie Dona Pasqua e Dona Cate. Promette bene il giovane tenore Matteo Mezzaro, che restituiva un credibile ed innamorato Zorzeto dal timbro smagliante, mentre il basso Gabriele Sagona, oltre a rifilare il non politicamente corretto sciafazzo alla morosa Luçieta, accentuava anche con la prestanza vocale la sinistra propensione alla gelosia di Anzoleto. Biagio Pizzuti vestiva con disinvoltura i panni del donnaiolo e prodigo Cavalier Astolfi, padroneggiando una linea di canto ben poggiata sul fiato e declinata con varietà d’accenti. Meno convincente il basso Marco Camastra, “barba” Fabrizio dei Ritorti.
Dopo la sublime profondità del Tristan wagneriano, non guastava la leggerezza veneziana del Campiello, allestimento godibile e disimpegnato che, non dimentichiamolo, prendeva il posto dell’inizialmente previsto Rinaldo, ahimé. Il cartellone continua ora con la sempreverde Tosca pucciniana, in scena dal 10 al 19 aprile, in sostituzione del titolo più innovativo inizialmente programmato, Il nome della rosa di Filidei. Che, entro il 2030, ha promesso il Sovrintendente Michele Galli, calcherà le scene del Carlo Felice.
Angelo Magnano
