Si chiamavano Mehdi Ghasemi, Saleh Mohammadi e Saeid Davoudi i tre giovani iraniani mandati a morte, arrestati a gennaio mentre partecipavano alle manifestazioni anti-sistema che hanno portato in piazza centinaia di migliaia di persone e sono state represse brutalmente dalle forze di sicurezza.
Le vittime avevano dai 19 ai 22 anni. Mohammadi ne aveva compiuti 19 una settimana fa, era un atleta e membro della squadra nazionale di lotta libera. Prima di essere arrestato, aveva condiviso su Instagram alcuni video dei suoi allenamenti, in palestra, per strada con un compagno di squadra, raccontando la fatica per riuscire nello sport a cui aveva dedicato la sua vita, con successo: nel 2024 medaglia di bronzo alla Saitiev International Cup in Russia. È stato arrestato il 15 gennaio, il 3 febbraio il tribunale penale di Qom lo ha condannato a morte per il presunto omicidio di un agente. Hanno impiegato meno di 20 giorni per emettere la sentenza di morte, per giunta durante una guerra, quando il sistema giudiziario è rallentato se non fermo.
L’ultima immagine dei tre ragazzi è nell’aula di tribunale con indosso le tute azzurre a strisce blu dei condannati. Sono stati accusati di moharebeh (inimicizia contro Dio) perché avrebbero ucciso due agenti di polizia con “armi bianche” durante le proteste e avrebbero collaborato con «il regime sionista e il governo ostile degli Stati Uniti», così recita il comunicato della magistratura, controllata dagli ultraconservatori.
I media di Stato sostengono che gli imputati abbiano avuto accesso a un avvocato, ma le organizzazioni umanitarie denunciano processi farsa, condotti senza una difesa legale indipendente ed equa e tramite confessioni forzate. «Dal giorno degli arresti a quello delle esecuzioni sono passati a malapena due mesi, a conferma della sommarietà delle procedure usate nei processi, basati spesso su prove estorte con la tortura», denuncia Amnesty International. Si tratta delle prime esecuzioni annunciate ufficialmente dalla Repubblica Islamica collegate alle manifestazioni popolari di gennaio.

Le proteste avevano messo in seria difficoltà la teocrazia, mostrando una volta di più la crisi di legittimità e di consenso che attraversa il sistema e l’opposizione diffusa e trasversale nella società a un apparto giudicato autoritario e corrotto. La repressione, gestita e coordinata da Ali Larijani, ex capo del consiglio di sicurezza ucciso dagli israeliani, è stata feroce. Ma l’estensione del massacro non è ancora del tutto chiara: il governo parla di 3.117 morti, senza distinguere tra civili e forze dell’ordine, per l’ong indipendente Hrana, le Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali le vittime civili sono almeno 7mila, ma è probabile che la cifra si avvicini o superi le 10mila. La verifica delle informazioni già difficile in tempi di pace a causa della censura imposta dal governo è diventata ancora più complessa in guerra.
Dall’inizio del conflitto, le autorità hanno rinchiuso gli iraniani in un blackout di internet quasi totale — solo la rete nazionale funziona — e le informazioni che arrivano sono scarse. Anche quelle sulle esecuzioni. L’impiccagione di Mehdi Ghasemi, Saleh Mohammadi e Saeid Davoudi è stata comunicata dalla stessa magistratura, ed la prima di manifestanti di cui si ha notizia. «Come previsto, dopo il massacro senza precedenti di manifestanti della prima settimana dell’anno, è seguito l’arresto di decine di migliaia di persone e si è messo in movimento il nastro trasportatore della morte», denuncia ancora Amnesty. «Temiamo che, nell’attuale situazione di guerra, le autorità iraniane vedano l’occasione per una resa dei conti interna contro dissidenti e manifestanti in carcere che già rischiano la vita a causa dei bombardamenti israeliani e statunitensi o sono stati abbandonati a loro stessi dalla direzione delle prigioni».
Da gennaio le condanne a morte eseguite sono state almeno 648, più di 300 al mese, secondo Iran Humar Rights monitor.
