La Procura della Repubblica di Milano riapre l’inchiesta sui “safari umani” dell’assedio di Sarajevo.
di Vincenzo Bolia
Sabato 14 marzo 2026 i media hanno riferito che la Procura di Milano ha allargato l’inchiesta sui cosiddetti “cecchini del weekend”, persone che negli anni Novanta si recavano a Sarajevo durante l’assedio per sparare sui civili della città.
Secondo diverse testimonianze raccolte negli anni successivi alla guerra, alcuni stranieri pagavano per essere portati sulle colline attorno alla capitale bosniaca per partecipare alle azioni dei cecchini. Le nazionalità erano diverse, provenienti da vari Paesi occidentali, e tra queste — purtroppo — non mancano neppure italiani.
Una circostanza che rende la vicenda ancora più amara per un Paese che ama raccontarsi con l’immagine rassicurante degli “italiani, brava gente”.
Un’immagine che, nella grande maggioranza dei casi, corrisponde alla realtà. Ma non tutti. E non sempre.
Sarajevo, la città assediata- Per comprendere la portata di questa vicenda occorre tornare a uno dei capitoli più drammatici della guerra nei Balcani.
Tra il 1992 e il 1996 Sarajevo visse uno degli assedi più lunghi della storia contemporanea: 1425 giorni durante i quali la capitale bosniaca rimase circondata dalle forze serbo-bosniache appostate sulle alture che dominano la città.
Da quelle colline partivano quotidianamente colpi di mortaio e di fucile di precisione. I civili vivevano sotto il tiro costante dei cecchini: uscire di casa, attraversare una strada, cercare acqua o pane poteva significare morire.
Uno dei luoghi simbolo di quell’orrore fu il grande viale cittadino che i giornalisti ribattezzarono “Sniper Alley”, il viale dei cecchini. Alla fine dell’assedio si contarono oltre undicimila morti, tra cui centinaia di bambini.
I racconti dei “cecchini del weekend”- Proprio in quel contesto di guerra cominciarono a circolare racconti che per anni apparvero quasi incredibili.
Secondo testimonianze raccolte dopo il conflitto, alcuni stranieri pagavano per essere portati sulle postazioni dei cecchini sulle colline che circondano Sarajevo.
Non erano soldati impegnati nel conflitto. Arrivavano per pochi giorni, talvolta nel fine settimana. Da qui il nome con cui furono poi ricordati: “weekend snipers”, i cecchini del weekend.
Una volta raggiunte le postazioni, sparavano sui civili che si muovevano nelle strade della città assediata.
Uomini, donne e bambini compresi: esseri umani trasformati in bersagli, talvolta colpiti — nella migliore delle ipotesi — per il solo gusto di centrare un obiettivo.
Per loro era una macabra “caccia”.
Per chi viveva a Sarajevo, semplicemente la guerra.
Il “safari umano”- Negli anni successivi questa vicenda è stata indicata con un’espressione che riassume bene la sua crudeltà: “Sarajevo safari”, il safari umano di Sarajevo.
Secondo ricostruzioni giornalistiche e testimonianze di ex combattenti, questi viaggi venivano organizzati attraverso contatti con le milizie presenti sulle alture attorno alla città. I visitatori venivano accompagnati nelle postazioni dei tiratori scelti e utilizzavano armi di precisione. Alcune testimonianze parlano persino dell’esistenza di un vero e proprio tariffario, con prezzi diversi a seconda del tipo di bersaglio. Dettagli che rappresentano uno dei punti più bassi raggiunti dalla disumanità durante la guerra nei Balcani.
L’inchiesta riaperta dopo trent’anni- Per molti anni queste storie sono rimaste sospese tra testimonianze, ricostruzioni giornalistiche e racconti difficili da verificare. Negli ultimi mesi, però, la magistratura italiana ha deciso di approfondire la questione.
L’inchiesta della Procura di Milano, ora riaperta e ampliata, cerca di ricostruire se cittadini italiani abbiano effettivamente partecipato a questi viaggi durante l’assedio di Sarajevo. Gli investigatori stanno esaminando testimonianze, vecchi documenti di viaggio e racconti raccolti negli anni, nel tentativo di verificare eventuali responsabilità individuali. Se le accuse dovessero trovare conferma, si tratterebbe di omicidi di civili in tempo di guerra, reati di una gravità estrema.
Giustizia e memoria- Qualcuno potrebbe osservare che si tratta di fatti lontani nel tempo, accaduti più di trent’anni fa. Ma quando si parla di vite umane spezzate, di uomini, donne e bambini presi di mira come bersagli, il tempo trascorso non può diventare una ragione per smettere di cercare la verità.
E forse è proprio questo il punto più difficile da accettare: che, in mezzo alla guerra, qualcuno abbia potuto considerare quella tragedia come un’occasione di divertimento.
A questa vicenda ha dedicato una riflessione anche la poesia. Lo ha fatto il poeta “di soglia” e critico letterario ligure Zeno V. Bolciani con una breve composizione intitolata “Sarajevo safari”.
Sarajevo safari
Poesia di Zeno V. Bolciani
Una collina
lontano
un dito
premuto
un uomo
nel mirino
qui non si spara
là qualcuno mirava
al cuore
Commento critico
“Sarajevo safari” condensa in pochi versi una delle immagini più tragiche dell’assedio della città. L’apertura richiama le alture da cui Sarajevo veniva dominata dai cecchini. Nel gesto minimo di “un dito premuto” è già contenuta l’azione della violenza evocata senza essere nominata. Il centro della poesia è lo sguardo del tiratore: la vita umana diventa un punto dentro l’ottica del fucile. La chiusa introduce la frattura tra chi osserva e chi colpisce: la distanza non è soltanto geografica ma morale.
La ricerca della verità, anche a distanza di molti anni, non sarebbe un risarcimento per le vittime.
Sarebbe, più semplicemente, dare a Cesare quel che è di Cesare: lasciare che resti almeno scritto, senza equivoci, chi furono quei tragici “tiratori scelti” della domenica.
Vincenzo Bolia
