Da Nilla Pizzi e Claudio Villa all’era dei format: il Festival 2026 premia il lavoro e l’esperienza
di Vincenzo Bolia
Il Festival della Canzone Italiana, giunto alla sua 76ª edizione, continua a chiamarsi così. Eppure da tempo non è più soltanto la canzone — parole e musica — a determinare la vittoria. Il cambiamento è stato graduale, quasi impercettibile, ma profondo.
Negli anni Cinquanta, nella sala del Casinò di Sanremo, si giudicavano le canzoni in gara, come recita la stessa denominazione della manifestazione. A presentare le prime edizioni fu Nunzio Filogamo. Il cantante restava fermo davanti al microfono, l’orchestra accompagnava con discrezione. Era l’Italia che usciva dalla guerra e cercava conforto nella melodia.
Prima ancora del “reuccio” Claudio Villa, Sanremo ebbe la sua regina. Nilla Pizzi dominò le primissime edizioni e nel 1951 occupò addirittura primo, secondo e terzo posto in classifica. Un primato irripetibile, che segnò l’inizio della storia del Festival. La canzone era soprattutto interpretazione e linea melodica, affidata alla solidità della voce.
Accanto a quella stagione emerse Claudio Villa, che incarnò per anni la tradizione melodica italiana. Vocalità potente, timbro riconoscibile, presenza scenica essenziale ma autorevole. Vinse più volte, diventando simbolo di un’Italia ancora legata al bel canto e alla forza interpretativa pura.
Poi arrivò Domenico Modugno e il Festival cambiò linguaggio: la canzone divenne gesto, presenza, interpretazione.
Negli anni Sessanta la manifestazione consolidò la propria identità attraverso figure simboliche. Nel 1964 una giovanissima Gigliola Cinquetti vinse con “Non ho l’età”, portando a Sanremo un’idea di misura che conquistò l’Europa. Nel 1965 fu la volta di Bobby Solo. In quegli anni e nei successivi salirono sul palco artisti come Gianni Morandi, Iva Zanicchi, Massimo Ranieri, Al Bano con Romina Power e i Ricchi e Poveri, contribuendo a definire un repertorio entrato stabilmente nella memoria collettiva italiana.
Il 1968 rappresentò uno snodo drammatico e simbolico. Fu l’anno della morte di Luigi Tenco. Ma fu anche un’edizione di grande rilievo internazionale, con la presenza di artisti come Louis Armstrong e Wilson Pickett, e con la formula delle doppie interpretazioni, italiana e straniera.
Negli anni successivi la televisione prese definitivamente il sopravvento. Con Pippo Baudo il Festival divenne una grande macchina spettacolare.
Con il passare degli anni, il ruolo dei presentatori è diventato sempre più centrale. Non soltanto conduttori, ma veri e propri garanti dell’indirizzo artistico del Festival. La scelta delle canzoni, degli interpreti, dell’equilibrio tra tradizione e innovazione è ormai parte integrante della loro responsabilità. Figure come Carlo Conti, Fabio Fazio, Claudio Baglioni e Amadeus hanno inciso non solo sullo spettacolo, ma sulla fisionomia culturale della manifestazione. Il baricentro si è progressivamente spostato dal singolo interprete al progetto complessivo, dal cantante al format.
Sanremo oggi è evento totale: settimane di anticipazioni, polemiche, storytelling. Si giudica ciò che si rappresenta: l’impatto scenico, la costruzione del personaggio. La canzone resta centrale, ma non è più sola.
Ed è proprio dentro questa trasformazione che va letta l’edizione di quest’anno.
Quest’anno, invece, ha vinto un anti-personaggio.
Ha vinto Sal Da Vinci con “Per sempre sì”. Nato nel 1969 a New York, il prossimo 7 aprile compirà 57 anni. Figlio di un cantante che si guadagnava la pagnotta tra tournée e palcoscenici lontani da riflettori e copertine, è cresciuto respirando musica e teatro senza scorciatoie. La sua non è stata una vittoria costruita sull’effetto, ma sulla coerenza, sull’impegno.
Non l’effetto speciale.
Non la scenografia più studiata.
Non l’immagine più giovane.
Il confronto con la generazione più giovane è inevitabile. Annalisa — che peraltro quest’anno non era in gara — rappresenta un certo modello di modernità del pop: laurea in Fisica (triennale), metodo, disciplina, controllo dell’immagine, progetto artistico ben programmato e costruito con precisione. Al Festival c’erano altri interpreti, uomini e donne, riconducibili a quella stessa logica: macchina scenica, effetti speciali, strategia digitale, identità calibrata. Tutti ingredienti vincenti.
Al contrario, il vincitore di quest’anno proviene da palcoscenici non sempre di prima grandezza. Teatro, tournée, duro lavoro. Non un prodotto di laboratorio, ma un percorso maturato nel tempo.
Il pubblico, almeno quest’anno, ha scelto il vissuto. Ha scelto una voce credibile, una traiettoria reale.
Non ha vinto la costruzione.
Non ha vinto la scenografia.
Non hanno vinto gli effetti speciali.
Ha vinto una storia sofferta.
Una storia, questa volta, vera.
O almeno più verosimile.
In fondo, ogni edizione del Festival non è soltanto una gara, ma un capitolo del racconto collettivo italiano.
Cambia il linguaggio, cambiano le tecnologie, cambiano i volti. Resta la domanda di fondo: che cosa vogliamo ascoltare di noi stessi?
Quest’anno la risposta sembra chiara: meno scena, più verità; più sostanza e meno superficie; più memoria e meno artificio.
E forse, dopo tanti effetti speciali, il pubblico ha semplicemente scelto la verità di una voce: forse non perfetta, forse non la più bella,
certamente non da laboratorio.
Vincenzo Bolia
