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Giuseppe Conte, imperiese e ligure diventato un classico della letteratura italiana. L’onestà intellettuale è il suo credo di vita


Giuseppe Conte nato ad Imperia nel 1945 è uno scrittore, poeta, librettista, traduttore e critico letterario italiano. I principali temi della sua poetica sono la natura, l’eros, il mito.

di Gianfranco Barcella

Giuseppe Conte scrittore, poeta, librettista, drammaturgo, traduttore e critico letterario italiano

Giorgio Ficara nella prima pagina della sua introduzione a Poesie 1983-2015 del Nostro, edite per i tipi degli Oscar Mondadori così scrive: “Se da una parte il mitografo e mitologo, autore delle <Terre del mito>, aborre il Novecento più spoetizzato e demitizzato, dall’altra però lo considera proprio in quanto vuoto, scomodo e desolato ma colmabile di nuovi sogni”.

Tra le raccolte di poesia, ricordiamo:<L’Oceano ed il ragazzo”BUR 1983 e TEA 2002). Le stagioni (BUR 1988, Premio Montale). Ferite e Rifioriture (Mondadori, Premio Viareggio) Poesie (1983-2015) (Oscar Mondadori 2015). Non finirò di scrivere sul mare) Mondadori, 2019). Poeta dalla tenera età ad oram ha prodotto moltissime opere che meriterebbe ben altri saggi critici. Ha confessato “In assoluto, la mia prima prova in versi è una traduzione dall’inglese di Chauser, il mio primo componimento poetico, sempre attorno ai 14 anni, in quarto ginnasio. (Prima ero stato appassionato di astronomia e di musica, studiavo il clarino e mi ero innamorato del Jazz) è stato un sonetto in stile carducciano, con endecasillabi un po’ roboanti e un assunto un po’retorico. Ma da poesia zampilla poesia! Per incominciare a parlare della poetica di Giuseppe Conte preferisco rivolgermi a Holderlin ed alla sua <Essenza della poesia>:“Nell’individualità poetica, in essa soltanto risiede l’identità dell’ispirazione, la perfezione del genio e dell’arte, la presentificazione dell’infinito, del momento divino”. Giuseppe Conte è il poeta che per tutta la vita ha avuto la necessità di indagare nell’interiorità dell’homo e nel contempo, cercare il valore assoluto della realtà in sé con la poesia.

Da qui scaturiscono due conseguenze: la prima è il vivere perennemente tra finito ed infinito, tra particolare ed universale; la seconda, per esprimere questa dicotomia, la necessità di usare un linguaggio poetico ineccepibile e capace di esprimere interiorità ed esteriorità in totale armonia. E Conte con il suo linguaggio lirico riesce ad assurgere all’”Aufhebung della metafisica” anche perché mai ha mentito o mistificato la realtà. La sua poesia non ha tollerato la menzogna anche se qualche volta si è ritrovato a cinguettare come un usignolo sopra il mucchio di letame della realtà umana. Ha testimoniato con coerenza ed onestà intellettuale il suo credo di vita, per contribuire con la sua opera a rendere gli uomini più consapevoli della loro essenza.

E il poeta Conte esprime <il divino> che sente e sperimenta nel proprio mondo, abitando la propria solitudine come spazio di risonanza, dove l’io si confronta non solo con se stesso ma con gli altri ma anche con il destino e con il significato più profondo dell’esistenza. A volte pare che utilizzi  il verso non per abbellire il pensiero filosofico, ma per metterlo alla prova, sfidando  la razionalità e testimoniando l’esperienza individuale nel gesto creativo.

In un tempo dominato dalla velocità e dalle risposte immediate dell’intelligenza artificiale la poesia di Conte diventa un atto di resilienza individuale, un invito a rallentare, ad ascoltare ed immergersi nella profondità delle parole per cogliere la   relazione, tra pensiero, canto e destino personale. Ed è per questo che il poeta imperiese non sparirà nel tempo come gli autori di qualche silloge senza valore ed importanza, non germogliate dal sentire proprio del carattere poetico dove risiede propriamente l’individualità della lirica.

La poesia ormai classica di Conte traspone in una realtà oggettiva la propria soggettività e grazie ad essa si rivela. In questo caso il linguaggio poetico è un bene assoluto perché permette di intendersi da cuore a cuore. C’è ancora da sottolineare la libertà che sostiene il Nostro nel processo creativo che acclara il suo mondo interiore. In tal senso la sua poesia diviene incarnazione sensibile del suo spirito. E per dirla con Heidegger con l’<istituzione in parola del suo essere>riesce a raggiungere la sua destinazione di poeta . Ciò implica in lui un’ulteriore comunione tra la sua vocazione poetica ed il pensiero filosofico per ottenere la possibilità di esternare compiutamenteil proprio io interiore.

Un aspetto fondamentale della poetica di Giuseppe Conte è il rispetto dovuto per le “creature di natura”. Esistono liriche quali per esempio : “Ben pochi sanno” dalla quale si rivela  una sequenza di immagini ricche e sensorie, tale da apparire una sorta  di manifesto sull’ignoranza diffusa rispetto alla vera natura dell’albero, non solo come elemento vegetale, ma come entità di vita. “Ben  pochi sanno che cos’è un albero./ Le radici abbarbicate, acide, nere, sprofondate a delta nel corpo della terra, il tronco, i rami, il fogliame, e le famiglie innumerevoli dei fiori,estinte, ora, e i rifiuti colmi, pesanti, che erano cibo, la buccia tesa, la polpa ruvida,il nocciolo”. L’incipit <Ben pochi sanno ancora che cos’è un albero>è un’affermazione dal tono critico, quasi amaro. Sottintende che nella società contemporanea, l’esperienza diretta della natura si è progressivamente rarefatta.

In senso simbolico, le radici rappresentano il legame dell’essere vivente con la propria origine, con il passato e con la terra intesa come madre. Nella visione di Conte, comprenderle è parte essenziale del <sapere che cos’è un albero, senza riconoscere ciò che è nascosto, non si può davvero conoscere la sua natura. La poesia a mio modesto avviso deve essere letta come metafora della vita  anch’essa inserita nel disegno di Natura come l’albero ed i fiori (<dopo la stagione dei fiori, arrivano i frutti, coli, pesanti, che erano cibo>).

La Natura è stata le grande Musa dei poeti, artisti e scrittori. Gli alberi son stati una fonte di ispirazione e riflessione per i più grandi poeti come Giuseppe Conte. Come non rimanere incantati dagli alberi come giganti maestosi e silensiosi che connetton terra e cielo? La Natura si è così intrecciata con  i capolavori della letteratura:dagli aceri di Emily Dickinson al Ginkgo di Goethe. Emily Dickinson, in poesia 12 del 1858 ci racconta i cambiamenti che porta l’autunno, le temperature che calano, la formazione  <paffute> i campi con una veste scarlatta e la colorazione <più gai che ci regala la stagione:il rosso degli aceri. Montale, <Sul Lago d’Orta del 1975, vi presenta uno scenario lacustre in cui compare un salice che pare davvero <piangente>, tanto da trasmettergli angoscia.

Il salice è una specie in grado di crescere e svilupparsi presso i corsi d’acqua tanto che si pensa che il suo nome derivi dal sanscrito<saras>, axqua. Il paesaggio sembra riflettere la condizione del poeta, ormai giunto alla vecchiaia, riprendendo temi quali il tempo, la memoria, i ricordi che gettano un senso di inquietudine sulla vita. La Natura dunque si fa strada nei versi di Conte come nelle poesie dei grandi poeti, mediante la semplice forma di un mandorlo che nella propria fioritura, incarna l’amore meglio quanto riesca a dirci qualsiasiasi teoria filosofica.

La poetica di Conte è dunque una poetica della natura che intende fenologicamente ritornare alle origini per come essa era, ricollocando l’uomo all’interno del suo cosmo che pulsa di vita. “E c’è una dolcezza giù nella vita”. Ancora in un’intervista il Nostro ha rivelato: “ Tanti anni fa, scrivevo che la poesia è una mano tesa nel buio, in attesa che uno sconosciuto la stringa. La poesia mi appare sempre il canto dell’universo, il punto più alto in cui arriva una civiltà, e nello sesso tempo che il più misconosciuto ha tradito. I sogni a occhi aperti dei poeti disegnano il mondo, ma poi altri lo imbarbariscono e lo rovinano. La poesia è energia sprituale che si cala nel linguaggio, immettendovi una misica inaudita. Preserva per noi gli antichi dei e tutto ciò che è ancora sacro nel mondo. E’ l’irriducibile ribelle o almeno io così la amo ancora”. E così la poesia resta la prima chiave d’accesso alla verità, in quanto procede diversamente dalle filosofie della ragione e dell’intelletto.

Non si può dimemticare che il poeta e scrittore Giuseppe Conte considera il mito come fondamento vitale e archetipo dell’ immaginario, centrale in tutta la sua opera, secondo punto cardine della sua poetica. Il mito greco è considerato come la manutenzione dell’anima. Il poeta interpreta le divinità e gli eroi greci (Apollo, Dioniso, Ulisse ecc.) come energie attive nell’anima umana contemporanea, proponendo il mito come chiave di consapevolezza e felicità.  La funzione <ri-incantatrice del mito si genera da opere come le Ierofanie o Il Passaggio di Ermes. Il mito serve a contrastare la desacralizzazione del mondo moderno, unendo sacro, poesia e natura. Anche il legame con la terra ed il mare è un punto cardine della sua poetica, spesso alimentata dalla bellezza delle Riviere di Liguria e dal mare come luogo di scambio e orizzonte mitico. Il mito è anche per Conte un modi essere antagonisti, ribelli al conformismo e alla tecnica, cercando una verità profonda e ancestrale. La sua sicilianità l’ha nutrito di questi valori.

Opere come <il mito greco> e la manutenzione dell’anima (GIUNTI, riassumono il suo approccio, ricorrendo ai miti per curare la disperazione moderna. La produzione poetica del Nostro è profondamente ntrisa dal tema dell’Eros, spesso intrecciato  al mito ed alla natura, Per Conte, l’eros non è solo una tematica amorosa, ma una forza vitale, cosmica e creante, strettamente connessa al processo poetico stesso che il poeta descrive come<madre e figlia insieme>. Nella Sua poesia intitolata . “Uscire da sé”, descrive  l’amore come un traboccare da se stessi, un’energia mutabile ed eterna, “un cuore feroce e ragazzo”. Conte, tra le altre, ha intitolato na sua raccolta di poesie del 2018 dal titolo <Non finirò di scrivere sul mare> nelle quali si lega l’amore al paesaggio marino e naturale. Anch’io non finirei mai di scrivere su Giuseppe Conte , ormai un classico della Letteratuta Italiana. Forse un giorno, un bel saggio critico, chissà……

Gianfranco Barcella


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G.F. Barcella

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