Vecchietti, ex primario anestesista al S. Corona e S. Paolo: “Magistratura, mi vergogno e inorridisco in che mani siamo”. 2 / Nordio ministro della Giustizia: “Nel CSM sistema paramafioso”
Pur non avendo mai ricoperto cariche politiche e nelle istituzioni il dott. Massimo Vecchietti è un personaggio assai popolare nel savonese e nel mondo della nautica. In barca a vela, assieme alla moglie, Giro del mondo per “curare gli altri”: bandiera italiana, del Comune di Loano e Croce Rossa.
Il dott. Massimo Vecchietti medico volontario nella Croce Rossa di Loano. Non ha mai nascosto le sue simpatie e prese di posizione a destra e non nasconde di essere un tifoso del presidente Trump
Da pensionato è stato commissario della Croce Rossa a Loano e Ventimiglia. Sulla sua pagina facebook di febbraio 2026 ha scritto e postato: Questi erano anni ruggenti….nuovo reparto (al San Paolo di Savona), tanto impegno…tanta collaborazione e i risultati si vedevano !!! …… SAUDADE !!
Con un secondo post: “Se avete tempo, guardate questo report che descrive DRAMMATICAMENTE lo stato di parte della nostra Magistratura…..io mi vergogno e inorridisco a pensare in che mani siamo !!!!!”
2/”Il GIP, per chi non mastica il gergo dei tribunali, è una di quelle figure che dovrebbe fare da arbitro tra l’accusa e il cittadino. Quando un Pubblico Ministero chiede di arrestare qualcuno, di sequestrargli i beni, di mettergli le cimici nel telefono, non può farlo da solo. Deve chiedere il permesso a un giudice.E quel giudice, il GIP, appunto dovrebbe leggere, ragionare, valutare, e poi decidere in autonomia se quella richiesta ha un senso oppure no.
La realtà è un’altra, e la conosciamo da così tanto tempo che ormai non fa quasi più notizia. Il GIP, nella stragrande maggioranza dei casi, accoglie tutto. Arresti? Accolti. Sequestri? Accolti. Intercettazioni? Accolte.
Ma il vero problema non è tanto che accoglie tutto, è che spesso non si prende nemmeno la briga di scrivere le motivazioni con parole sue.Prende il documento del PM, lo copia parola per parola, virgola per virgola, e lo trasforma nella propria ordinanza.
Il fenomeno è talmente diffuso, talmente sfacciato, che nel 2015 il Parlamento ha dovuto modificare l’articolo 292 del codice di procedura penale per imporre, a pena di nullità, che il giudice motivi autonomamente le proprie decisioni.
Cercate su google “tribunale del riesame annulla ordinanza GIP per copia-incolla”… e attenzione il danno è spesso gravissimo, non tanto quando il riesame è poi costretto a liberare un innocente, quella semmai è una fortuna, ma quando è costretto a liberare mafiosi e camorristi.
A Venezia il Tribunale del Riesame annulla arresti perché rileva un «generale e radicale appiattimento del giudicante rispetto alla richiesta dell’accusa». A Vicenza si scoprono ordinanze con «identità linguistica e grafica» tra la richiesta del PM e il provvedimento del GIP, un modo elegante per dire che il giudice ha usato il tasto Ctrl+C e poi Ctrl+V. A Treviso un GIP, beccato a copiare per un caso di omicidio, si difende con una frase che meriterebbe di essere incorniciata: «La prossima volta cercherò di scrivere di più».
Nell’agrigentino sospetti mafiosi vengono scarcerati in blocco perché le ordinanze cautelari risultano costruite per copia-incolla. A Lecce un’intera operazione antimafia, nome in codice “Omega“, va in fumo per lo stesso motivo, e salta fuori perfino una lettera dei PM al GIP in cui si lamentano che qualcuno, finalmente, abbia osato annullare i loro provvedimenti fotocopia.
Come se il vero scandalo non fosse copiare, ma essere scoperti. A Napoli il Riesame annulla le misure cautelari contro il clan Belforte perché le autorizzazioni del GIP riproducevano esattamente le richieste dell’accusa. E sempre a Napoli, nell’ordinanza contro Gaetano Riina, sì, il fratello di Totò, il GIP dimentica perfino di cancellare l’espressione «questo PM» dal testo copiato.
Non ho voluto riportare il mio caso ma ho pescato a caso tra le tantissime notizie di questo tipo e c’è un racconto di un direttore di giornale finito sotto processo per diffamazione, che vale più di mille statistiche.
Per quattro anni, sette mesi e diciotto giorni quest’uomo ha subìto il calvario della giustizia italiana: sei notifiche dell’ufficiale giudiziario, il condominio che ti guarda come un mezzo criminale, una montagna di carte che passano da una cancelleria all’altra, un PM, un GIP, un GUP, tutti hanno “preso visione” del caso.
Tutti hanno timbrato, protocollato, rinviato.
E nessuno, letteralmente nessuno, ha fatto la cosa più elementare del mondo: leggere le carte. Perché se qualcuno l’avesse fatto, avrebbe scoperto che nell’articolo incriminato non compariva né la foto né il nome del locale che sarebbe stato diffamato. L’ha scoperto il giudice monocratico, alla fine, quando il direttore ha aperto il giornale in aula e ha detto: “Giudice, ma di cosa devo rispondere?”.
Il PM ha balbettato, l’avvocato della parte lesa si è ammutolito.
Fine del processo e inizio di una domanda che dovrebbe togliere il sonno a chiunque abbia a cuore lo stato di diritto: quanti altri processi come questo stanno macinando vite, reputazioni e denaro pubblico in questo momento?
Ora, se raccontate tutto questo a un cittadino normale, uno che paga le tasse, che magari ha avuto a che fare con la giustizia anche solo per una multa, la sua reazione sarà ovvia: qualcosa non funziona, bisogna cambiarla.
Ed è qui che la faccenda diventa surreale. Perché quando il legislatore prova a intervenire, separazione delle carriere tra giudici e PM, sorteggio per il CSM, valutazioni più serie, si alza un muro. Un muro fatto non di argomenti, ma di slogan: “attacco all’indipendenza della magistratura”, “la Costituzione è in pericolo”, “si vuole una giustizia asservita alla politica”.
Fermiamoci ancora un momento. Un GIP che copia le richieste del PM non è indipendente: è dipendente. Un giudice che condivide carriera, concorso, uffici, mensa e percorso professionale con il PM che dovrebbe controllare non è terzo: è collega. E un collega, si sa, non si sconfessa volentieri.
Non per malafede, non necessariamente. Per qualcosa di più sottile e più umano: per appartenenza. Per spirito di corpo. Per quella solidarietà automatica che scatta tra chi ha fatto lo stesso concorso, frequentato gli stessi corridoi, condiviso le stesse battaglie sindacali. È fisiologia prima ancora che patologia.
Antonio Ingroia, che per una vita ha fatto il magistrato e oggi fa l’avvocato, nel 2017 affermava con la chiarezza di chi vede le cose da entrambi i lati del bancone: «Il GIP ormai svolge una funzione notarile rispetto al PM». Notarile. Non decisoria, non valutativa, non di garanzia. Notarile. Come dire: timbra e passa.
E allora qualcuno spieghi al cittadino perché opporsi alla separazione delle carriere dovrebbe essere un atto di civiltà giuridica. Qualcuno gli spieghi perché un sistema in cui il GIP del lunedì diventa il PM del martedì e magari poi torna giudice il mercoledì dovrebbe garantirgli un processo equo.
Qualcuno gli spieghi perché difendere questo stato di cose, con le unghie e con i denti, in nome di principi astratti, sia più importante che garantirgli una giustizia che funzioni davvero.
La verità è che nessuna corporazione nella storia ha mai riformato se stessa con entusiasmo. È naturale. È umano. Nessuno smonta volentieri la casa in cui abita, anche se il tetto perde e le fondamenta scricchiolano. Ma la giustizia non è la casa dei magistrati. La giustizia è la casa dei cittadini. E i cittadini hanno il diritto di pretendere che funzioni per loro, non per chi ci lavora dentro.
Non si tratta di punire nessuno, non si tratta di umiliare la magistratura, non si tratta di vendette politiche. Si tratta di una cosa molto semplice: fare in modo che quando un giudice decide della libertà di un essere umano, lo faccia davvero. Con la propria testa, con il proprio ragionamento, con la propria coscienza. Non con il copia-incolla. Non con la funzione notarile.
Un processo giusto non nasce dalla difesa a oltranza di ciò che non funziona. Non nasce dal terrore di ogni cambiamento, dall’equazione perversa per cui riformare equivale a distruggere. Un processo giusto nasce dal coraggio di guardare in faccia la realtà, anche quando la realtà è scomoda. E la realtà, oggi, ci dice che un sistema in cui il cinquanta per cento degli imputati viene assolto in primo grado, dopo essere passato dal filtro di un PM, di un GIP e di un GUP, non è un sistema che funziona.
È un sistema che macina.
Macina tempo, macina vite, macina fiducia.
E la fiducia, una volta persa, non si recupera con i comunicati stampa dell’ANM. Si recupera con i fatti. Con giudici che giudicano davvero. Con carriere separate che rendano impossibile la confusione dei ruoli. Con un Consiglio Superiore della Magistratura che non sia il prodotto di logiche correntizie ma di un sorteggio che spezzi le catene del potere interno. Con una giustizia che il cittadino possa guardare negli occhi senza abbassare lo sguardo.
Perché alla fine la domanda è una sola, ed è brutalmente semplice: la giustizia italiana è fatta per i cittadini o per i magistrati? Se la risposta è la prima, allora smettiamola di avere paura delle riforme. Se la risposta è la seconda, almeno abbiate l’onestà di dirlo”.
2/IL SECOLO XIX DEL 16 FEBBRAIO 2026. IL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA, EX PM A VENEZIA, DENUNCIA:
LA MAGISTRATURA AVREBBE CREATO NEL CSM UN SISTEMA PAFAMAFIOSO
3/L’AVVOCATO COPPI- E uno dei più noti penalisti italiani, celebre per aver difeso figure di primo piano della politica e noti casi di cronaca, tra cui Silvio Berlusconi (nei processi Mediaset e Ruby), Giulio Andreotti (processo Pecorelli), Sabrina Misseri, Antonio Fazio, Gianni De Gennaro e Vittorio Emanuele di Savoia. I suoi migliori clienti sono stati esponenti politici della destra.”Ho passato tutta la vita nei tribunali e posso dire tranquillamente che è una gabbia di matti». Con altri processi a carico di Andreotti e Berlusconi, per mafia, lanciò anche una sua giovane collaboratrice di studio, oggi presidente della commissione Giustizia al Senato, Giulia Bongiorno eletta con la Lega di Salvini Premier.