Politicamente corretto e diritto di critica. Il confine sottile tra rispetto, autocensura e verità scomode.
di Vincenzo Bolia
Il diritto di critica e la libertà di manifestazione del pensiero non sono concessioni dello Stato. Sono pilastri delle democrazie costituzionali. Eppure, negli ultimi anni, il loro esercizio appare attraversato da una tensione crescente: da un lato la tutela della dignità individuale, dall’altro il timore della censura sociale.
Il cosiddetto “politicamente corretto” nasce come esigenza di rispetto. Ma, se irrigidito, può trasformarsi in un meccanismo di autocontrollo collettivo che restringe lo spazio del dissenso.
Non si tratta di negare la necessità di linguaggi responsabili. Le parole incidono sulla realtà. Possono ferire. Possono orientare comportamenti. L’articolo 21 della Costituzione tutela la manifestazione del pensiero, ma non protegge diffamazione o incitamento all’odio. Il nodo non è l’esistenza dei limiti. È il loro corretto bilanciamento.
Un equilibrio delicato- Ogni società pluralista vive di equilibri. Da un lato vi è l’interesse pubblico alla libera circolazione delle idee, anche scomode o minoritarie. Dall’altro vi sono diritti da tutelare: dignità personale, reputazione, sicurezza collettiva. Quando questi piani si sovrappongono, il conflitto non è un’anomalia. È una prova di maturità democratica.
Il diritto di critica gode di una protezione ampia, purché fondato su fatti veri o verosimili e espresso con linguaggio proporzionato. È legittimo criticare scelte politiche, decisioni amministrative, comportamenti pubblici. Non lo è trasformare la critica in attacco personale gratuito. Il confine è sottile, ma esiste.
Il diritto (e il rischio) dell’autocensura- Accanto ai limiti giuridici esiste un fenomeno più sottile: l’autocensura. Non è imposta da una norma, non nasce da un divieto formale. È una scelta individuale che può essere prudenza o responsabilità.
Il problema emerge quando la scelta non è pienamente libera, ma condizionata da un clima che scoraggia il dissenso. In questi contesti diventa difficile affermare l’evidenza. Anche quando un errore appare manifesto, si preferisce il silenzio o l’adesione al coro.
La storia recente offre esempi emblematici di voti parlamentari che hanno formalmente sancito ricostruzioni politiche controverse. Si pensi, nel 2010, al caso Ruby-Berlusconi e alla definizione della giovane come “nipote di Mubarak”, percepita da una parte significativa dell’opinione pubblica come difficilmente sostenibile. Non vi fu censura formale. Nessuna legge impediva il dissenso. Ma il contesto mostrò quanto fragile possa diventare il confine tra libertà giuridica e libertà effettiva. 314 parlamentari che votarono “Ruby come nipote di Mubarak“ parecchi sono ancora in parlamento e al governo. Appartenevano al Gruppo Popolo della Libertà, Gruppo Lega Nord, Gruppo Iniziativa Responsabile.
Media, schieramento e verità dei fatti- L’informazione non si limita a raccontare il dibattito pubblico: contribuisce a costruirlo. Le parole scelte, l’ordine delle notizie, ciò che viene evidenziato o omesso orientano la percezione collettiva. L’obiettività assoluta non esiste, ma esiste l’onestà intellettuale: distinguere con chiarezza i fatti dalle opinioni, verificare le fonti, evitare che l’appartenenza diventi criterio di selezione della verità.
Il pluralismo non significa che ogni tesi abbia lo stesso valore. Non tutte le opinioni sono equivalenti quando si confrontano con dati verificabili. Se si arriva a sostenere argomentazioni prive di base oggettiva, non siamo più nel campo del confronto democratico, ma nella negazione dell’evidenza.
La delegittimazione selettiva- Un’altra forma di compressione del dibattito è la delegittimazione selettiva. Non si censura una tesi nella sua interezza: la si frammenta. Si isola una frase, la si decontestualizza, la si utilizza per squalificare l’intero ragionamento.
Accade così che parole pronunciate in un contesto complesso vengano ridotte a slogan, piegate pro domo propria, utilizzate come prova di ciò che non intendevano dimostrare. La manipolazione non avviene per invenzione, ma per sottrazione: si elimina ciò che spiega, si conserva ciò che colpisce.
A ciò si aggiunge uno squilibrio strutturale: la smentita raramente ha la stessa forza e diffusione dell’affermazione originaria. Una tesi fragile può circolare rapidamente; la rettifica fatica a raggiungere la stessa platea.
Il potere e la critica- In democrazia il potere non coincide con lo Stato, né con chi temporaneamente lo incarna — sia esso il presidente della più grande nazione del mondo o quello di una piccola Regione italiana. Le istituzioni sono più ampie delle persone che le guidano.
Chi esercita responsabilità pubbliche è, per definizione, esposto a un controllo più intenso. La forza di un sistema democratico non si misura nell’assenza di contestazioni, ma nella capacità di sostenerle e di rispondere nel merito.
Politica e partitica- La politica è la cura della cosa pubblica, la ricerca dell’interesse generale. La partitica è la competizione tra schieramenti. Quando le due dimensioni si sovrappongono completamente, ogni critica viene letta come attacco alla politica in sé. Ma contestare una scelta di governo significa esercitare un diritto previsto dall’ordinamento democratico. La democrazia vive di pluralismo, non di uniformità.
Libertà di parola e partecipazione- La crescente disaffezione al voto non è soltanto un dato statistico. È un segnale culturale. La partecipazione non è un dettaglio accessorio della democrazia: ne è una condizione essenziale. Il buon andamento della società dipende anche dall’impegno concreto dei cittadini. La democrazia non vive solo nelle istituzioni. Vive nei comportamenti quotidiani. Anche ciascuno di noi può contribuire a sostenerla: partecipando, informandosi il più possibile, esercitando il diritto di voto secondo la propria coscienza. Perché la libertà è sì un diritto, ma soprattutto partecipazione.
E la democrazia è responsabilità.
Vincenzo Bolia
