Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Il gruppo poetico ligure ponentino Symbol 2000 e la poesia ermetico-moderna di soglia


Nel panorama poetico contemporaneo, segnato dalla diffusione di forme di narratività espansa e dalla scrittura dell’io esposto, emerge una linea di ricerca che mira a restituire alla parola poetica una misura etica.

di Rodolfo Tommasi

In un tempo dominato dalla sovraesposizione del soggetto e dall’espansione incontrollata del discorso, questa linea sceglie consapevolmente il limite, l’arresto e la sottrazione come strumenti espressivi e come presa di posizione sul destino del linguaggio poetico.

Tale orientamento non nasce come scuola né come corrente organizzata, e nemmeno come manifesto ideologico. Si afferma piuttosto come esito di un confronto continuo tra poeti uniti da una comune esigenza di rigore linguistico e di responsabilità del dire.

Per comprenderne appieno il valore, questa linea va collocata all’interno della più ampia tradizione poetica europea del Novecento. È il secolo in cui la poesia prende definitivamente atto della crisi delle grandi narrazioni e dell’impossibilità di una visione totalizzante del reale. La parola poetica perde progressivamente la funzione di spiegazione del mondo e assume quella, più fragile ma più responsabile, di testimonianza parziale. In questo passaggio, il linguaggio poetico diventa consapevole della propria insufficienza e, proprio per questo, della propria responsabilità etica.

Su un piano europeo, questa tensione dialoga con alcune esperienze fondamentali della modernità poetica. Già in Charles Baudelaire si manifesta una frattura decisiva: la poesia prende atto della perdita di un ordine simbolico condiviso e si confronta con la precarietà dell’esperienza moderna. I Fiori del male non riconciliano né redimono, ma espongono una condizione di inquietudine e di scarto, inaugurando una poesia del limite, nella quale il senso non è mai pienamente disponibile e la bellezza nasce dalla tensione irrisolta.

Nel Novecento questa linea si radicalizza. In Paul Celan la parola poetica è ridotta a ciò che resta dicibile dopo la catastrofe; in René Char il frammento diventa una scelta etica, una forma di resistenza contro l’eccesso del dire; in Yves Bonnefoy la parola rinuncia al dominio del senso per farsi presenza fragile, esperienza dell’immanenza. Anche il confronto con Fernando Pessoa e con la crisi dell’io lirico contribuisce a definire una poesia che rinuncia alla centralità del soggetto per farsi luogo di ascolto e di sospensione.

Solo a partire da questo orizzonte europeo si comprendono appieno alcune radici italiane di tale orientamento. La lezione di Giuseppe Ungaretti rappresenta un passaggio decisivo: il verso si accorcia, si isola, diventa respiro. Tuttavia, nella poesia ungarettiana permane una tensione epifanica, che questa linea successiva assume sul piano formale, ma sospende nei suoi esiti.

È soprattutto in Giorgio Caproni che questa tensione trova una delle sue formulazioni più radicali. In Caproni la poesia si configura come cammino senza approdo, gesto minimo che insiste nel movimento senza promettere rivelazioni. Il senso non viene consegnato, ma lasciato in sospensione, e il gesto poetico tende progressivamente verso l’arresto.

Accanto a Caproni, Eugenio Montale introduce nella poesia italiana del Novecento la consapevolezza che il senso si manifesta come mancanza. La poesia non risolve né spiega, ma segnala: indica un punto critico dell’esperienza senza colmarlo. Da questa impostazione deriva una pratica poetica sempre più rarefatta, nella quale la parola si misura costantemente con ciò che resta non detto.

È lungo questa linea, già matura sul piano storico e critico, che all’interno del gruppo poetico ligure ponentino Symbol 2000, nato nel 2007, la figura di Vincenzo Bolia assume un ruolo centrale di chiarificazione e stabilizzazione teorica, dando nome e forma a ciò che viene definito poesia ermetico-moderna di soglia.

Attraverso un lavoro di lunga durata, Bolia contribuisce in modo determinante a definire i presupposti etici ed espressivi di questa poesia, sottraendola tanto alla dispersione lirica quanto alla pura sperimentazione formale. La sua scrittura, fondata su versi brevi ed essenziali, mantiene il simbolo allo stato di immagine e lascia il senso deliberatamente incompiuto, fornendo una grammatica riconoscibile del limite, nella quale la misura della parola, l’uso del silenzio e l’arresto del discorso diventano principi strutturali.

In questo quadro, l’adozione congiunta della lingua italiana e del dialetto ligure di Albenga non rappresenta un elemento ornamentale o identitario, ma un dispositivo ulteriore di misura e di ascolto, funzionale alla costruzione del senso e alla tenuta etica della forma.

Chino Bert, Donna in bleu, tecnica mista (2006)

Questa linea poetica trova espressione esemplare nei componimenti Donna in bleu e Martiri da Bucca. In particolare, Donna in bleu nasce in dialogo diretto con la pittura: il testo è ispirato all’omonimo dipinto Donna in bleu (2006) del pittore Chino Bert, da cui la poesia eredita la sospensione figurativa, la centralità del volto e il valore simbolico del silenzio come presenza. In questi testi la parola non promette rivelazioni né si impone al lettore. Non occupa lo spazio, ma lo lascia. Nel punto in cui il dire si arresta, continua a operare come esperienza e non come spiegazione. È in questo arresto consapevole che la poesia di soglia trova la sua forza, la sua resistenza e la sua misura.

Nel 2010, del resto, in occasione della prefazione al volume Pensieri… parole (Montedit, Melegnano), tale tensione all’essenzialità già affiora, orientata verso versi brevi e misurati, capaci di dire per sottrazione e di anticipare ciò che solo in seguito avrebbe trovato una definizione più compiuta.

Firenze, marzo 2012

DONNA IN BLEU

Luce sospesa
viso d’attesa

tra rose
spente

respira
il silenzio

un filo d’oro
sfiora
l’aria.

Commento critico

Donna in bleu” apre su una sospensione luminosa, dove luce e attesa coincidono in uno stato fermo e raccolto. Il volto non agisce, ma resta, come se il tempo si fosse assottigliato fino a farsi respiro. Le rose spente non indicano una fine, ma una quiete necessaria, una pausa che prepara l’ascolto. Quando respira il silenzio, la poesia sposta il centro dalla cosa detta alla percezione che accade. Il silenzio non è vuoto, ma presenza viva, capace di movimento minimo. Il filo d’oro introduce un segno leggero, quasi impercettibile, che non divide ma attraversa. È un gesto che non incide, ma sfiora, come la parola stessa. La poesia procede per sottrazione, lasciando che siano gli intervalli a parlare. Nulla viene spiegato, nulla concluso. Nel suo arresto, il testo resta aperto e continua a risuonare nel lettore.

MARTIRI DA BUCCA

Ègue
facce

da-e valladde
a-a Bucca

pe in seugnu
de libertè.

In sce-a pria
nummi,
ün deré l’âtru.

MARTIRI DELLA FOCE

Acque
volti

dalle vallate
alla foce

per un sogno
di libertà.

Sulla pietra
nomi,
uno dietro l’altro.

Commento critico

Martiri della Foce” si ferma davanti a una memoria che non chiede parola ma rispetto, già trattenuta in “Acque / volti“, dove l’identità si dissolve nel destino comune. La poesia nasce da un fatto storico preciso: i Martiri della Foce sono 59 persone, civili e partigiani, uccisi per la libertà dai nazifascisti tra il dicembre 1944 e il marzo 1945, lungo il Centa e alla sua foce. “dalle vallate / alla foce” non è percorso simbolico, ma reale, imposto dalla violenza. Il sogno di libertà non è astratto, è ciò per cui furono martirizzati. La pietra non racconta, registra. “Sulla pietra / nomi, / uno dietro l’altro” restituisce l’ordine freddo dell’elenco contro l’unicità delle vite. L’acqua scorre, i nomi restano. Nulla viene spiegato, nulla redento. La memoria non consola, ma chiede di essere tenuta ferma nel tempo.

Rodolfo Tommasi è stato un giornalista, scrittore e critico musicale e letterario italiano (1946 Torino- 3 agosto 2015 Firenze)

Vincenzo Bolia
(Albenga, 1951), giornalista e poeta ligure. Studioso dei dialetti della Liguria, con speciale attenzione alla parlata albenganese, ha pubblicato il Vocabolario del dialetto di Albenga con grammatica essenziale (Philobiblon Edizioni, Ventimiglia, ottobre 2025).

All’età di diciotto anni supera l’esame SIAE come autore di parole di canzoni e avvia la propria attività nel mondo della musica. In quegli stessi anni si dedica alla poesia nella forma descrittivo-narrativa. Nel 2007, all’interno del gruppo poetico ligure ponentino Symbol 2000, approda alla poesia ermetico-moderna, dando forma a uno stile definito “di soglia“, fondato su versi brevi ed essenziali, nei quali il simbolo resta immagine pura e il senso rimane deliberatamente incompiuto.

Scrive poesia sia in lingua sia in dialetto ligure di Albenga, inteso come spazio di misura e di ascolto della parola. In questo percorso, la sua voce si colloca in modo riconoscibile e coerente, contribuendo in maniera determinante alla definizione e alla stabilizzazione di tale linea poetica.

Ha pubblicato raccolte di poesia, tra cui Pensceȓi… paȓolle (Montedit, Melegnano, 2009, 2015, 2016), Liguria e altre poesie e Poêxie in zenéize de Zêna (Nuova Editrice Genovese, Genova, 2010); sue opere sono inoltre presenti in antologie a diffusione nazionale. Ha ottenuto, tra gli altri, i primi premi O. Nipoti (Ferrera Erbognone, 2006), U Giacuré (Vallebona, 2014), Città di Bassano del Grappa (2018) e Beppin da Cà (Savona, 2019 e 2025).

In ambito giornalistico ha collaborato con lo storico quotidiano genovese Il Lavoro (1981) e per oltre venticinque anni, come giornalista sportivo, con Il Secolo XIX. Dal 2007 dirige la testata giornalistica online Liguria 2000 News e, dal 2016, il trimestrale cartaceo A veggia Arbenga dell’Associazione Vecchia Albenga, di cui è socio fondatore.


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