Il prato irregolare, per me, è tuttora un bene rifugio.
di Bruno Chiarlone Debenedetti
Ma non solo un bene mio, che non sono neanche il proprietario ma solo il beneficiario, bensì un bene di tutti quelli che passano vicino. Ne osservano magari solo i suoi fiori e gli insetti che vivono nel prato.
Un bene rifugio che regala beneficio a tutti i viventi, non si chiude in una cassetta bancaria ma vive all’aria aperta. Ci avete pensato? Un prato vale molto più dell’oro.
Il lato a valle del grande prato irregolare di Rocchetta è accompagnato dal fosso e dalla carrareccia, che aveva, lungo il percorso, due solchi paralleli lasciati dalle ruote dei carri agricoli.
Dopo la pioggia se passava un carro vedevamo le impronte profonde lasciate dalle mucche che lo avevano tirato e mucchi di sterco scuro, per chi voleva concimare l’orto.
Qualche volta resta anche il segno dei ferri da cavallo e pile di sterco di altra consistenza.
Mi piacerebbe sapere se quei carri agricoli della mia infanzia qualcuno sopravvive in paese.
Il fosso diventa ancora oggi un ruscello limpido nella stagione umida e straripa nella strada per scaricare sul lato opposto e proseguire verso valle.
Il prato irregolare cambiava il suo stato quando nevicava. Come arrivavo in quella distesa bianca immacolatami sembrava di non essere più sulla terra ma tra le nuvole fredde. Un candore che spandeva luce. Si vedevano solo la cima dei pali di recinzione, i due alberi di amarene, spogli e i rovi. un paesaggio strano, irreale.
Bruno Chiarlone Debenedetti
