Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

Settimanale d’informazione senza pubblicità, indipendente e non a scopo di lucro Tel. 350.1018572 blog@trucioli.it

Crans-Montana, quei ragazzi non dovevano essere lì. Una lezione che riguarda tutti


Quei ragazzi non dovevano essere lìLa tragedia in Svizzera e i controlli mancati in una nazione considerata “perfetta” (ma non come i suoi orologi).

di Vincenzo Bolia

Sono passate tre settimane dall’incendio divampato nel bar Le Constellation di Crans-Montana, nel Cantone svizzero del Vallese, nella notte di San Silvestro, dove hanno perso la vita 40 persone, di cui metà minorenni, e dove altre 116 hanno riportato intossicazioni e gravi ustioni. Un tempo sufficiente perché l’urgenza emotiva si sia attenuata, ma non abbastanza per sottrarsi alle domande che quel dramma continua a porre.
Proprio ora, lontano dal clamore delle prime ore, diventa possibile — e necessario — tentare una riflessione più ampia. Non per raffreddare il dolore, ma per evitare che esso stesso diventi un alibi.

Un dolore che chiede rispetto, non silenzio

Questo tipo di morte resta un fatto umano enorme, lacerante, specie se colpisce dei ragazzi con una vita intera davanti. Colpisce famiglie, amici, comunità intere. È un dolore autentico, che merita rispetto e tutta la nostra solidarietà. Ma il rispetto non coincide con il silenzio. Quando il lutto si consuma nella sola rappresentazione pubblica della commozione, rischia di trasformarsi in immobilismo. E l’immobilismo, in questi casi, è una forma di rimozione.

Le lacrime di coccodrillo

Di fronte a tragedie come questa, le lacrime non mancano mai. Molte sono sincere. Altre diventano commozione a tempo determinato, indignazione che dura quanto il ciclo mediatico. Si piangono le vittime, ma si evita di porre domande scomode. Così il dolore diventa consolatorio, non trasformativo.

La Svizzera “perfetta” e la crepa nel mito

Crans-Montana non è una periferia dimenticata. È una località simbolo di ordine, benessere ed efficienza, inserita in un sistema cantonale considerato affidabile. Proprio per questo la tragedia ha colpito così profondamente l’immaginario collettivo. L’idea di una Svizzera immune da falle ha mostrato una crepa evidente. Gli orologi sono proverbiali per precisione. I controlli e la prevenzione, evidentemente, non sempre lo sono.

Non un incidente, ma una sequenza

Parlare di incidente è riduttivo. Non siamo di fronte a un evento casuale, ma a una sequenza di omissioni, tolleranze e responsabilità diluite. Ancora di più se si considera il contesto: la notte di San Silvestro, una serata prevedibilmente critica, che avrebbe richiesto attenzione massima e controlli rafforzati. Quando la responsabilità si frammenta, il rischio diventa sistemico.

Il nodo dei minorenni

Al centro resta un dato che non può essere rimosso: la presenza di ragazzi minorenni, anche di soli 14 anni, in un contesto notturno, in un luogo non pensato né strutturato per loro, senza una reale e responsabile supervisione adulta.
Dire che quei ragazzi non dovevano essere lì non significa colpevolizzare le vittime, ma riaffermare un principio di responsabilità collettiva che va oltre il singolo episodio.

La presenza di minorenni in ambienti notturni ad alta concentrazione, con musica, alcol e affollamento, non è un dettaglio secondario: aumenta oggettivamente l’esposizione al rischio. In una notte come quella di San Silvestro, questa esposizione era prevedibile e avrebbe richiesto cautele ancora più stringenti.

Quei ragazzi sono vittime due volte:
– vittime, anzitutto, di chi gestiva il locale senza rispettare le regole e di chi avrebbe dovuto vigilare e controllare ma non lo ha fatto;
– vittime anche di un contesto adulto colpevole, spesso disorientato, incerto, talvolta incapace di esercitare fino in fondo il proprio ruolo di guida, o addirittura assente, avendo delegato ad altro o ad altri il proprio ruolo di guida.

Il grande tabù delle responsabilità adulte

Nel dibattito pubblico si preferisce fermarsi alle responsabilità immediate: chi ha gestito il locale, chi non ha controllato, chi ha tollerato. Tutto vero, tutto doveroso. Ma sarebbe incompleto fermarsi lì. Accanto a queste responsabilità evidenti, esiste anche un livello più scomodo, raramente evocato: quello delle responsabilità educative, che non sono mai esclusivamente “di qualcuno”, ma di un mondo adulto nel suo insieme.

L’immaturità, la superficialità, talvolta la rinuncia a esercitare un ruolo educativo pieno — per quieto vivere, per paura del conflitto, per delega — non come accusa generalizzata,  ma come interrogativo serio e collettivo. In questo quadro, anche la difficoltà a porre limiti chiari e tempestivi diventa parte del problema: non come colpa diretta, ma come responsabilità indiretta che pesa quando viene sistematicamente elusa.

Il silenzio dei media e il politicamente corretto

A questo quadro va aggiunto un ulteriore elemento: la responsabilità dei media. In nome di un politicamente corretto diventato spesso un riflesso automatico, gran parte dell’informazione ha evitato di affrontare il tema più scomodo: le responsabilità educative.

Si è parlato a lungo del dolore, delle vittime, delle dinamiche immediate, ma quasi mai del contesto più ampio che ha reso possibile tutto questo. Il risultato è un racconto incompleto, che rischia di anestetizzare invece di interrogare. Tacere su questi aspetti non è neutralità, ma una forma di rimozione collettiva.

Non siamo immuni

Sarebbe un errore pensare che quanto accaduto a Crans-Montana non possa verificarsi altrove. Poteva accadere anche in Italia. Nessun Paese è immune quando i controlli si allentano e le responsabilità si delegano. I comportamenti a rischio esistono anche da noi. Talvolta è solo la fortuna a fare la differenza.
Per questo è necessario intensificare i controlli, farli rispettare davvero e non solo sulla carta. Ma i controlli, da soli, non bastano.

Una lezione che riguarda tutti

Crans-Montana dovrebbe segnare uno spartiacque. A distanza di tre settimane, resta però il dubbio che quella tragedia possa essere archiviata come un fatto eccezionale. Ma le tragedie che si ripetono non sono mai solo sfortuna.
Riaffermare che quei ragazzi non dovevano essere lì significa difendere una verità impopolare ma necessaria: i limiti non negano la libertà, la rendono possibile. Senza limiti, anche la società più ordinata rischia di affidare il futuro dei suoi ragazzi alla casualità.
E questo è un rischio che nessuna famiglia, nessuna nazione civile, dovrebbe accettare.

Vincenzo Bolia


Avatar

Vincenzo Bolia

Torna in alto