La cultura italiana è tradizionalmente umanistica. Dall’arte alla letteratura, dalla filosofia alla storia, il nostro patrimonio intellettuale è profondamente radicato nelle discipline che esplorano l’essere umano e le sue espressioni. Eppure, manca qualcosa. Manca la matematica.
di Franco Calcagno
Non che sia assente dai nostri curricula, ma è spesso relegata a materia tecnica, vista come un ostacolo più che come una forma di pensiero. La matematica, invece, è portatrice sana di verità. Non solo nel senso più astratto, ma anche in quello più concreto: ci offre strumenti per interpretare il mondo, per cogliere relazioni, per riconoscere modelli. È il linguaggio della scienza e della tecnologia, ma soprattutto è il linguaggio della precisione e della logica.
E qui sta il punto: possiamo davvero dire che la cultura italiana si è appropriata di questo linguaggio? Oppure siamo rimasti prigionieri di una tradizione che esalta l’argomentazione retorica più della dimostrazione rigorosa? Possiamo parlare di innovazione senza un pensiero matematico diffuso?
Non è un caso che Flatlandiadi Edwin A. Abbott sia ancora un testo affascinante. Il racconto della scoperta della terza dimensione da parte del protagonista, un abitante di un mondo bidimensionale, è una metafora perfetta per il modo in cui la matematica spalanca le porte della percezione. La verità matematica è esatta e necessaria, ma diventa assoluta solo nel contesto in cui la si applica. È una proiezione di perfezione con cui proviamo a descrivere la realtà, pur sapendo che la realtà non è mai perfetta.
E qui arriva il paradosso: i matematici definiscono il mondo ideale, gli altri cercano di avvicinarsi, spesso arrancando. Ovviamente, detta così suona “razzista” – ma non lo è nel senso comune del termine. Piuttosto, è un monito: senza una cultura matematica diffusa, senza un’educazione che la consideri parte integrante del nostro patrimonio culturale, continueremo a vedere la matematica come un insieme di regole da applicare, piuttosto che come uno strumento di comprensione.
Forse è il momento di attraversare la nostra Flatlandia culturale e scoprire nuove dimensioni del pensiero.
La Matematica e scienza: tra verità, modelli e dubbi fecondi? La cultura italiana ha da sempre privilegiato la parola rispetto al numero, la dialettica rispetto alla dimostrazione, l’argomentazione rispetto al calcolo. La matematica, pur essendo presente nei nostri programmi scolastici, non è mai davvero diventata parte del nostro patrimonio culturale diffuso, come invece è accaduto con la letteratura, la filosofia e le arti. Eppure, la matematica non è solo una disciplina tra le altre: è il linguaggio con cui descriviamo l’universo, lo strumento con cui formalizziamo il nostro pensiero e lo rendiamo coerente.
Ma attenzione: la matematica non è la scienza. È il suo scheletro, la sua grammatica, la sua architettura logica. Le discipline sperimentali – dalla fisica alla chimica, dalla biologia all’astronomia – utilizzano la matematica come strumento per incardinare teorie e dimostrare leggi, ma non possono accettarne i risultati come dogmi inamovibili. Qui sta la distinzione fondamentale: se la matematica produce verità assolute all’interno dei propri sistemi formali, le scienze naturali devono invece convivere con l’incertezza e il dubbio metodologico.
Un esempio paradigmatico di verità matematica è il teorema di Pitagora. Nell’ambito della geometria euclidea, esso rappresenta una certezza assoluta: in ogni triangolo rettangolo, la somma dei quadrati costruiti sui cateti è uguale al quadrato costruito sull’ipotenusa. Questa affermazione è dimostrabile in modo rigoroso e non può essere smentita entro il sistema di assiomi da cui deriva. Tuttavia, questa verità non è universale in senso assoluto: dipende dall’assunto che lo spazio in cui si lavora sia quello della geometria piana.
Se cambiamo contesto e consideriamo la geometria non euclidea, le cose cambiano radicalmente. Ad esempio, chi progetta rotte oceaniche o traiettorie aerospaziali non utilizza la geometria euclidea, bensì la geometria sferica, nella quale il quinto postulato di Euclide – quello sulle rette parallele – non vale più. Su una sfera, infatti, due rette inizialmente parallele possono intersecarsi, e il teorema di Pitagora non è più valido nella sua forma classica. Questo dimostra che, assumendo postulati diversi, si può sviluppare una matematica differente, con conseguenze sostanziali. Le geometrie non euclidee hanno avuto un impatto enorme sulla fisica moderna, in particolare sulla relatività generale di Einstein, che descrive la curvatura dello spazio-tempo in relazione alla presenza di massa ed energia.
Questa distinzione tra verità matematica e verità scientifica è cruciale. La matematica offre modelli e strutture perfette, ma le scienze sperimentali devono adattare questi modelli all’osservazione della realtà. Una teoria scientifica è valida fintanto che le sue previsioni vengono confermate sperimentalmente. Non appena si registra una violazione delle previsioni, diventa necessario costruire una nuova teoria. È questo il motore del progresso scientifico: il dubbio, la revisione, il costante affinamento delle conoscenze. In un certo senso, sappiamo con certezza solo ciò che è falso, perché ogni teoria che ha subito una falsificazione sperimentale ci ha avvicinato a una comprensione più profonda del mondo.
La matematica, però, non è solo un supporto per la scienza: è anche una forma di pensiero logico che ci aiuta a contrastare narrazioni false e manipolazioni. È tipico delle dittature ripetere falsità fino a trasformarle in verità imposte, e il pensiero logico-matematico rappresenta un baluardo contro questa deriva. Il rigore della matematica ci insegna a distinguere tra dimostrazione e opinione, tra evidenza e propaganda.
Forse, allora, la nostra cultura dovrebbe smettere di vedere la matematica come un esercizio astratto e distante, e iniziare a riconoscerla per quello che è: non solo il linguaggio della scienza, ma il fondamento stesso del pensiero razionale. Un fondamento, però, che non deve mai diventare un vincolo rigido, ma piuttosto un trampolino per continuare a cercare, a dubitare e a scoprire.
Non esiste, nella scienza, una verità definitiva. Ogni teoria, per quanto solida, è sempre suscettibile di revisione alla luce di nuove osservazioni. La teoria della gravitazione di Newton ha retto per secoli, fino a quando Einstein ha dimostrato che essa era solo un caso particolare di un principio più generale. E anche la relatività, per quanto straordinariamente confermata, rimane incompleta: non riesce a conciliarsi con la meccanica quantistica in un’unica teoria del tutto.
La matematica, invece, si muove su un piano differente. Una volta dimostrato un teorema, esso rimane valido per sempre, almeno entro il sistema di assiomi che lo ha generato. Il teorema di Pitagora non è mai stato smentito, così come i fondamenti dell’algebra rimangono immutati nel tempo. Tuttavia, la matematica non è un monolite impenetrabile: anche essa evolve, si sviluppa, si generalizza, dando vita a nuove strutture e nuove prospettive. La geometria euclidea sembrava l’unica possibile fino a quando si sono sviluppate le geometrie non euclidee, che hanno permesso di descrivere la curvatura dello spazio-tempo.
Ed è proprio qui che risiede la bellezza del rapporto tra matematica e scienza. La matematica offre strumenti di precisione, modelli ideali, strutture perfette. Le scienze sperimentali, invece, cercano di applicare questi strumenti alla realtà imperfetta, sapendo che ogni modello è sempre una semplificazione, un’approssimazione, una rappresentazione parziale della complessità del mondo.
Questa tensione tra la necessità della matematica e il dubbio scientifico è ciò che rende la conoscenza umana un processo vivo e dinamico. Senza matematica, la scienza sarebbe cieca; senza dubbio, sarebbe dogmatica. La vera spinta del sapere sta proprio in questo equilibrio: nell’usare la matematica per comprendere il mondo, senza mai smettere di metterla alla prova.
Forse, allora, la nostra cultura dovrebbe smettere di vedere la matematica come un esercizio astratto e distante, e iniziare a riconoscerla per quello che è: non solo il linguaggio della scienza, ma il fondamento stesso del pensiero razionale. Un fondamento, però, che non deve mai diventare un vincolo rigido, ma piuttosto un trampolino per continuare a cercare, a dubitare e a scoprire.
La geometria è la disciplina che più di ogni altra ha cercato di costruire un ponte tra l’astrazione matematica e la realtà fisica. Fin dai tempi di Euclide, essa ha fornito strumenti per misurare, classificare e comprendere il mondo che ci circonda. Tuttavia, la geometria non è solo un mezzo per descrivere il mondo: è anche una chiave di lettura per interpretarlo.
Il punto, la retta, il piano: questi concetti fondamentali della geometria euclidea non esistono nella realtà tangibile. Sono idee, astrazioni perfette che ci permettono di strutturare il pensiero e dare ordine al caos. La natura non ci offre mai un vero punto, una vera retta o un vero cerchio: ogni linea tracciata su un foglio ha uno spessore, ogni sfera ha imperfezioni microscopiche. Ma proprio in questa distanza tra la perfezione geometrica e l’imperfezione della realtà si nasconde il valore della geometria: essa non è una semplice fotografia del mondo, ma un modello che ci aiuta a comprenderlo con maggiore consapevolezza.
La fisica, la chimica, la biologia – tutte le scienze naturali – si affidano alla geometria per rappresentare le loro strutture e fenomeni. Dalle orbite planetarie descritte dalle coniche di Keplero, alla struttura elicoidale del DNA, fino alla disposizione degli atomi nei cristalli, la geometria è ovunque. Eppure, ogni nuova scoperta ci mostra che il modello geometrico che avevamo costruito può essere raffinato, migliorato, persino superato. La scienza è un processo dinamico, e la geometria, sebbene appaia come una disciplina della perfezione, è essa stessa in continua evoluzione.
Questa distinzione tra verità matematica e verità scientifica è cruciale. La matematica offre modelli e strutture perfette, ma le scienze sperimentali devono adattare questi modelli all’osservazione della realtà. Una teoria scientifica è valida fintanto che le sue previsioni vengono confermate sperimentalmente. Non appena si registra una violazione delle previsioni, diventa necessario costruire una nuova teoria. È questo il motore del progresso scientifico: il dubbio, la revisione, il costante affinamento delle conoscenze. In un certo senso, sappiamo con certezza solo ciò che è falso, perché ogni teoria che ha subito una falsificazione sperimentale ci ha avvicinato a una comprensione più profonda del mondo.
Franco Calcagno
(Dirigente scolastico)