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Caro ciclista, qui sei ospite e non padrone
La ribellione sulle strade del Finalese

“Ciclista sei ospite, non padrone”. Questa la scritta comparsa su un muro a lato strada a Feglino.

Da IVG leggiamo: “Il rapporto tra automobilisti e ciclisti, si sa, non è mai stato idilliaco. Da un lato i fan delle due ruote rivendicano il loro diritto a percorrere le strade in sicurezza, dall’altro chi è al volante spesso mal digerisce i lunghi convogli di bici, talvolta pure affiancate, che obbligano ad allargarsi invadendo la corsia opposta oppure, in alternativa, a rallentare procedendo “a passo di lumaca”.Un conflitto che sulle strette strade dell’entroterra savonese è più sentito che mai. E che in queste giornate di sole è finito sul muro, come monito per tutti i ciclisti che passano da lì: “ospiti”, quindi tenuti a dar strada alle auto”.

Il Codice della Strada, che in Italia, ancora oggi, definisce la bicicletta un “velocipede”, dedica ad essa l’ Art. 182. , decreto legisl. 30 aprile 1992 n. 285 e successive modificazioni.

TITOLO V – NORME DI COMPORTAMENTO

Art. 182. Circolazione dei velocipedi.

1. I ciclisti devono procedere su unica fila in tutti i casi in cui le condizioni della circolazione lo

richiedano e, comunque, mai affiancati in numero superiore a due; quando circolano fuori dai centri

abitati devono sempre procedere su unica fila, salvo che uno di essi sia minore di anni dieci e proceda

sulla destra dell’altro.

2 I ciclisti devono avere libero l’uso delle braccia e delle mani e reggere il manubrio almeno con una

mano; essi devono essere in grado in ogni momento di vedere liberamente davanti a sé, ai due lati e

compiere con la massima libertà, prontezza e facilità le manovre necessarie.

9-bis. Il conducente di velocipede che circola fuori dai centri abitati da mezz’ora dopo il tramonto del sole a mezz’ora prima del suo sorgere e il conducente di velocipede che circola nelle gallerie hanno l’obbligo di indossare il giubbotto o le bretelle retroriflettenti ad alta visibilità, di cui al comma 4-ter dell’articolo 162 498 . 497 Articolo modificato dall’art. 96, D.Lgs. 10 settembre 1993, n. 360 498 Comma aggiunto dal comma 5 dell’art. 28, L. 29 luglio 2010, n. 120

10. Chiunque viola le disposizioni del presente articolo è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 25,00 a euro 100,00. La sanzione è da euro 41,00 a euro 169,00 quando si tratta di velocipedi di cui al comma 6

(1) Comma introdotto dalla legge 29 luglio 2010, n. 120 ( G.U. n. 175 del 29 luglio 2010 suppl. ord.), che si applica a decorrere dal sessantesimo giorno successivo alla data di entrata in vigore della legge cit.

(2) Per le violazioni del comma 9-bis la sanzione va da euro 24 a euro 97 (Decreto interministeriale 22 dicembre 2010, tabella II).

Questi citati sono i punti più disattesi che si incontrano per chi va in bicicletta; sono norme che non vengono applicate dai ciclisti ma anche da parte delle forze dell’ordine che sovente chiudono un occhio se non addirittura tutti due.

I più disciplinati sono i biker stranieri, mentre i “nostrani” ritengono che la strada che percorrono sia o a senso unico o interdetta al traffico veicolare; ed è li che da parte di chi guida un mezzo motorizzato si manifesta una certa aggressività.

Che la maggior parte delle nostre strade siano state concepite e costruite a uso e consumo dell’automobile è cosa nota: per rendersene conto basta dare un’occhiata a quello che avviene fuori dai nostri confini. In Paesi ciclistica_mente avanzati, la bicicletta è considerata un mezzo di trasporto quotidiano mentre il nostro Codice della Strada la definisce ancora “velocipede”, come se si trattasse di un bizzarro oggetto di modernariato del secolo scorso rispetto alle automobili sempre più proiettate al futuro, nonostante siano per lo più ancora alimentate da combustibili fossili.

Fino agli anni sessanta, su tutte le arterie stradali, i paracarri, quelli a forma di “supposta” un tempo avevano la funzione di trattenere i carri dalle uscite di strada, erano elementi in pietra [porfido del trentino] o in cemento, disposti ad intervalli sul ciglio della carreggiata, oggi ridotti a piccole dimensioni, in plastica bianca ed nera, muniti di catarifrangenti bianchi e rossi, servivano a delimitare visivamente la carreggiata.

Tra il paracarro ed il ciglio del fosso correva una pista ciclabile in terra battuta, che prendeva il nome da coloro che si occupavano del manto della carreggiata e dello scolo delle acque da essa: “stradina” [il nome è di derivazione dialettale, ogni zona aveva il suo]; li transitavano i ciclisti come dal testo unico circolazione stradale DPR 15/06/1959 n° 393.

Cambiando la velocità di progetto delle grande arterie, si è dovuto allargare la carreggiata stradale ed eliminare i così detti elementi pericolosi [paracarri], le corsie di transito sono state portate ad un minimo di ml. 3.50, ed è scomparso il ciglio stradale primitivo e sono comparsi i paletti di plastica sopra menzionati.

Ma cambiando la velocità di progetto per le grandi arterie, non sono cambiate le strade provinciali e tanto meno quelle comunali, ed è li che si creano problemi di contrasto tra ciclisti e automobilisti.

L’insofferenza di alcuni automobilisti nei confronti dei ciclisti è palpabile sui social network e sui forum di appassionati di motori – dove non si contano i post e le pagine che inneggiano a fare strike di chi pedala, magari con un Suv – così come sulle nostre strade: il ciclista viene visto come un pericoloso ostacolo mobile da schivare e quando rivendica il proprio spazio sulla strada che “è di tutti” la miccia è già accesa e il litigio è dietro la prima curva, all’incrocio con una ciclabile oppure ai margini di una carreggiata che dovrebbe essere condivisa tra chi guida e chi pedala e invece si trasforma in un campo di battaglia.

Una buona dose di colpevolezza, da entrambi le parti, è dovuta ad atti di maleducazione generalizzata.

L’aggressività al volante si manifesta in molti modi: attraverso sorpassi azzardati, strombazzando il clacson quando si è fermi in coda, lanciando insulti e anatemi per una mancata precedenza. talvolta, sulle nostre strade, una banale lite può sfociare in una rissa: e così per futili motivi si passa alle vie di fatto. ha fatto il giro del web ed è finita in prima pagina per la notorietà la recente aggressione a vittorio brumotti, inviato di striscia la notizia e campione di bike trial, del personaggio coinvolto ma ha anche attirato l’attenzione sulla questione “automobilisti contro ciclisti”, dove i casi di pedalatori aggrediti da guidatori sembrano essere all’ordine del giorno.

Ma anche l’aggressività del ciclista non è da meno come ad esempio il dito medio della mano sinistra innalzato nei confronti di chi sorpassa e che ha chiesto, con un segnale acustico, il rispetto delle norme di comportamento.

“Ciclista sei ospite, non padrone”. Questa la scritta comparsa su un muro a lato strada a Feglino, riguarda anche un altro aspetto.

Sulle strade dell’entroterra moltissimi sono gli episodi che riguardano sia ciclisti professionisti sia cicloamatori o semplici cittadini in bici, quest’ultimi in maniera particolare.

Un vecchio adagio lombardo veneto dice: “la roba dei campi è d’Iddio e dei Santi, della Vergine Maria e di chi la porta via”. A bordo delle arterie secondarie, vicino ai centri abitati o semplici gruppi di case, troviamo orti e piante da frutto, giardini con essenze varie di piante ornamentali o di semplice macchia mediterranea.

Se il ciclista si ferma all’ombra di un ciliegio o di una noce e ne assaggia qualche frutto, nessuno osa redarguirlo; ma se oltre ad assaggiare ne raccoglie un cesto o più, allora non è più un assaggio è un furto. Se poi il furto è accompagnato dalla manomissione della pianta …. l’unica forma di dissuasione potrebbe essere la salatura del lato B.

Un giorno di fine maggio, di due anni fa, un turista di mezza età, che transitava sulla provinciale n° 8, all’improvviso cambiò il senso di transito e si fermò presso l’albero delle amarene. Curioso, a piedi e fingendomi camminatore, arrivai fino a lui. Gli chiesi se erano buone e lui con enfasi mi fece vedere che aveva già riempito mezzo cestino e nello stesso tempo mi disse: << vede ieri ne avevo già raccolto uno, lo porto al padrone della pensione a Spotorno dove sono alloggiato perché me le paga bene >>; peccato che l’albero delle amarene era di mia proprietà e pertanto sequestrai subito il raccolto e dandogli del ladro lo cacciai via.

Sempre sulla provinciale, una bella mimosa selvatica svettava verso il cielo i suoi grappoli d’oro. Si fermò un auto e la signora che era in macchina con il marito, non si accontentò di raccogliere i grappoli più accessibili, voleva quelli che erano più alti; la conclusione: la mimosa è stata poi fatta a fette da una squadra di vigili del fuoco poiché l’albero tranciato a metà occupava la sede stradale.

Con il passare del tempo gli orti sono stati arretrati dal ciglio stradale e le recinzioni si sono ispessite anche con filo spinato. Non posso dar torto a chi su un muro di Feglino ha scritto quella frase !

Alesben B.

 

 

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