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Noli e il “profugo” n° 1

Quando leggiamo la parola profugo pensiamo a qualcuno che fugge, da un Paese povero, dalla fame o dalla sete, da una guerra o da una catastrofe naturale. Alla fine è proprio ciò che accade, ma la lettura della parola è solo una mezza verità. I profughi fuggono, sì, ma il termine – di origine latina: agg profŭgus, a, um; extorris, e; sm e sf exŭl, -ŭlis. – pone l’accento non sulla provenienza, bensì sulla destinazione: “profugo” è chi fugge verso qualcosa, più che da qualcosa.Profugo è chi cerca un nuovo posto in cui vivere, un futuro, un lavoro, una speranza, una nuova vita. Nei suoi occhi c’è, non la disperazione del passato, ma il fuoco della speranza, che, a volte, viene spento dalle onde del mare, o dall’indifferenza. Ecco perché, quando muore un profugo, non dovremmo pensare a un “povero disgraziato”, ma a un sogno spezzato.

La parola “profugo” veniva sovente utilizzata da persone del centro Italia per indicare quelle popolazioni non autoctone, ovvero che, stanziate da epoca remota in un determinato territorio, si ritenevano nate dalla terra stessa; estens., aborigeno, indigeno; dal greco
autòs stesso, e chthòn suolo/terra

(ANSA) – GENOVA, 23 AGO – Un gruppo di migranti ospiti della cooperativa Agorà di Genova in due diversi centri temporanei di assistenza hanno iniziato stamani a lavorare in piazzale Kennedy per assistere la municipalizzata per le manutenzioni Aster nella operazione di riordino delle cancellate in vista della assemblea generale della Cei che avrà uno dei suoi momenti culmine proprio nel piazzale antistante il mare. Questa prestazione fa parte di un progetto che ha coinvolto circa 200 migranti, tutti volontari, in diverse parti della città.

Sull’esempio di Genova, a Noli un gruppo di migranti ospite nella frazione di Tosse, li trovi lungo le provinciali 8 e 45, nei pressi dei centri abitati, intenti ad eseguire lavori di taglio erba nelle cunette e di pitturazione dei parapetti arrugginiti [Voze].

Sandro Lagomarsini
giovedì 19 gennaio 2017 di Avvenire, scrive: “La vicenda è poco nota, ma il collegamento con l’attualità salta agli occhi. Era il 1879 e Robert Louis Stevenson, non ancora il romanziere che conosciamo, fece un viaggio negli Stati Uniti. Nato da una infatuazione sentimentale, il viaggio si trasformò in uno studio sull’emigrazione e diede origine a due scritti: L’emigrato dilettante e Attraverso le pianure. Viaggiando su nave in terza classe, Stevenson aveva cominciato a capire che l’emigrazione non era quell’epica avventura che politici e opinione pubblica europea volevano credere. Sul treno verso la California poi, lo scrittore si accorse di essere in mezzo a due onde umane: una che andava in cerca di fortuna, l’altra che riportava i naufraghi di quell’avventura. E dai reduci affacciati ai treni che correvano in senso contrario usciva, come da un «coro lamentoso», un invito pressante: «Tornate indietro!».

Anche oggi si levano voci che invitano la gioventù a riflettere su rischi e pericoli prima di mettersi in viaggio. Lo ha fatto, ultimamente, anche la cantante del Mali Rokia Traorè. Ci ho riflettuto, ne ho parlato con i miei allievi profughi africani e ho concluso che solo questa gioventù sarà capace di gestire in modo più accettabile un flusso finora disordinato. Possono farlo, questi giovani, se non li trasformeremo in vinti che, vivendo in condizioni estreme come quelle del centro di Cona, perdono coraggio e dignità. Per prima cosa – a mio parere – si dovrà mettere nuovamente in programma la vecchia ‘cooperazione’, che aveva dato nei primi anni 80 del secolo scorso dei buoni risultati. In questa prospettiva, il periodo nel quale i migranti attendono di essere convocati dalle Commissioni, può essere bene utilizzato. Lo dimostrano, al di là della ‘faccia feroce’ dei Cie e del terrorismo mediatico in cui si sono specializzate alcune reti televisive, le esperienze positive di accoglienza.

Il Centro della Croce Rossa Italiana col quale collaboro è attrezzato per una trentina di persone. Se il numero non si appesantisce per le emergenze, le cose funzionano. Questi giovani imparano alla svelta la nostra lingua. Se qualcuno è poco scolarizzato, nasce un gruppo che lo sostiene nel recupero: basta una piccola lavagna e qualche gessetto. I profughi cristiani frequentano le chiese e partecipano alla vita delle parrocchie. Tutti indistintamente offrono e danno collaborazioni di lavoro volontario alle istituzioni culturali ed educative locali. Qualcuno è inserito in società sportive di centri vicini. Ma la nostra è zona montana e per alcuni lavori occorre una copertura assicurativa. Vale per la gestione dei boschi, il recupero dei castagneti, la riattivazione dei pascoli comuni, la pulizia dei sentieri. Non si riuscirà forse a tenere attivi questi giovani nei mestieri esercitati in precedenza. Avremo però evitato un delitto che il futuro ci rimprovererà duramente: lasciare a lungo inattiva una gioventù capace e generosa e che non ha bisogno di diktat per rimboccarsi le maniche, ma delle occasioni e delle condizioni per farlo davvero utilmente per sé e per le comunità di inserimento”

A sostegno di quanto Sandro Lagomarsini scrive ” la nostra è zona montana e per alcuni lavori occorre una copertura assicurativa“.

Il Parlamento Ue ha votato un rapporto che chiede di assicurare un lavoro a tutti i profughi che arrivano in Europa. A discapito dei disoccupati europei, fisso o part time non importa, l’importante è che sia un lavoro. In barba ai milioni di disoccupati che vivono da anni in Unione Europea e che non hanno lo stesso privilegio dei rifugiati di ottenere un lavoro dalle istituzioni Ue.

Uno schiaffo Ue ai nostri disoccupati: “Un lavoro a tutti i profughi”.

“Integrare i rifugiati – ha detto il deputato Pd, Brando Benifei, che è relatore del provvedimento – nel mercato del lavoro è un passo necessario” per l’integrazione. Riassumendo: loro arrivano qui, sono senza contatti e senza lavoro, rischiano di diventare sbandati e l’Ue allora gli dà un lavoro. Facile. Ma discriminatorio. “È una sfida che comporta la necessità di investire maggiori risorse pubbliche sia da parte degli Stati membri che dell’Unione – dice ancora Bonifei, ripreso da Libero – In particolare chiediamo alla Commissione che il fondo sociale europeo venga portato al 25% del bilancio della politica di coesione”.

La risoluzione, fa notare Libero, è stata approvata con 486 voti favorevoli e 189 voti contrari. Il parlamentare Pd si dice “orgoglioso del voto contrario di Le Pen, Salvini e Farage“.

A Noli, come a Genova e in tanti altri Comuni italiani, di disoccupati nostrani non ce ne sono o se ci sono sono ben nascosti. Eppure gli organici occupazionali di tutte le categorie di lavoro, facenti capo all’area opere pubbliche, dei singoli Comuni, sono ben al di sotto degli effettivi; chi va in quiescenza non viene rimpiazzato con una nuova assunzione. Il territorio di Noli con superficie territoriale di 9,62 km2 , ha circa 7 – 8 persone che dovrebbero, il condizionale è d’obbligo, tenere una efficiente manutenzione del verde pubblico, sia esso relativo alle aiuole sia esso relativo alle strade comunali.

Sta di fatto che, il verde pubblico del Capoluogo, bene o male è garantito, fuori dal capoluogo è un vero obbrobrio.

Noli è gemellata con Langenargen, comune tedesco di 7.573 abitanti, situato nel land del Baden-Württembergche che si affaccia sul lago di Costanza, e dista circa 40 km da Bregenz [Austria], e lì il “verde” come in Austria e Svizzera è trattato con tutti i riguardi. Le strade extra urbane, sono “disegnate” nelle loro reali dimensioni ovvero a lato delle stesse l’erba è rasata ed i campi a lato pure.

Tornando ai disoccupati nostrani, questi preferiscono fare i disoccupati per mestiere o vocazione; un noto albergo della regione, ha assunto, per la stagione due facchini per i bagagli dei clienti ed un giardiniere.

Il primo giorno è “andato”, il secondo giorno è “andato”, il terzo giorno sono “andati”, perché il lavoro era troppo pesante. Il giardiniere ha dato le dimissioni dopo una settimana: il lavoro che svolgeva, secondo lui, non era gratificante per il titolo di studio che aveva: licenza di quinta elementare.

Nei vigneti dell’astigiano, nelle melonaie del Parco dell’Oglio, nelle coltivazioni di pomodori della Bassa, negli agrumeti della Sicilia, nelle coltivazione di bergamotto in Calabria, ect…………., incontri, par-time e rigorosamente in regola, frotte di extra comunitari, la maggior parte di colore; dei “nostrani” manco l’ombra, eppure, in tempi passati, gli studenti per pagarsi i corsi universitari, d’estate lavoravano nelle campagne a raccogliere frutti o nei consorzi agrari a scaricare sacchi di frumento o granoturco.

Una notizia, sui maggiori quotidiani nazionali, dice: “senza migranti addio alle coltivazioni di pomodori“; infatti se nessuno li raccoglie, questi o vengono importati dall’estero, con conseguente rincaro al dettaglio, o la catena alimentare non è più in grado di soddisfare le esigenze della popolazione nazionale.

Da Savonanew – CRONACA | venerdì 16 giugno 2017, 16:44

Decretato lo stato di grave pericolosità da incendi per le province di Genova, Savona e Imperia, che avrà effetto dalla mezzanotte di oggi, a causa della particolare secchezza del terreno e della vegetazione e delle condizioni climatiche che tendono a favorire l’insorgere di incendi.

Lo ha deciso la Regione Liguria sulla base delle indicazioni arrivate dalla Direzione Regionale dei Vigili del Fuoco, per evitare l’innesco di focolai dovuti all’intervento dell’uomo. E’ pertanto vietato accendere qualsiasi tipo di fuoco, per esempio per l’abbruciamento di materiale vegetale derivante da lavorazioni agricole e anche usare attrezzature che possono provocare scintille.

A questo punto si attiva un potenziamento del sistema di contrasto degli incendi boschivi che riguarda, sia le squadre dei Vigili del Fuoco, sia dei volontari sulle tre province interessate, pronti a intervenire.

E si raccomanda di seguire 10 semplici regole che servono per non mandare in fumo il patrimonio boschivo che ricopre oltre il 70% del nostro territorio.

In caso di incendio boschivo occorre attivare subito il sistema regionale di intervento chiamando il numero unico di emergenza 112 o il numero verde regionale “il Salvaboschi” 800.80.70.47

Per prevenire a tutto ciò, sarebbe utile incominciare, come una volta avveniva, ad effettuare una rigorosa opera di pulizia dei crinali, pubblici e privati, ripristinare canali, canalette e scoli delle acque, pulizia dei boschi al fine di evitare scoscendimenti e frane nel periodo delle piogge con conseguenze che tutti, ormai, conoscono.

Alesben B.

 

 


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