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Il Primo Maggio del giornalista disoccupato

Guglielmo Olivero, giornalista pubblicista, era da 24 anni un lavoratore precario a La Stampa, redazione di Savona e in precedenza all’ufficio di Albenga. Un giorno non lontano, nel 2014, è stato ‘dimissionato’, non per esuberi o da giusta causa per ‘indegnità’, ma per aver sommessamente chiesto di essere regolarizzato. Per Willy, il Primo Maggio, sarà il suo terzo anno da disoccupato in attesa di giustizia. Due cause di lavoro. Una, la riassunzione, già respinta dal giudice. Resta in piedi l’iter del ‘risarcimento’ economico. Una snervante attesa, tanti patemi d’animo, tante pacche sulle spalle. La solitudine e la ‘lontananza’ di quei colleghi con i quali ha trascorso una vita di lavoro e socialità.Non vogliamo addentrarci nei meandri della giurisprudenza, dei ricorsi legali, delle memorie, degli interrogatori, della dottrina. Non ne siamo neppure capaci, è troppo complesso descrivere in ‘giuridichese’ cosa succede quando un giornalista, magari umile seppure laureato e senza santi in paradiso, con qualche diavoletto tra i pedi, si ritrova a combattere una lotta impari per le forze in campo. Solo, con il suo legale, contro una corazzata editoriale. Lui, figlio unico di una dignitosa famiglia  alassina – albenganese, con i genitori anziani e come tanti alle prese con gli acciacchi della Terza Età, una venerazione per Willy, l’amarezza di vederlo senza un lavoro. Anzi, la delusione di un immeritato ben servito. E il suo domani.

La storia umana di Willy non può sicuramente non tener conto dei tanti, dei troppi lavoratori alle prese con quell’articolo della Costituzione sul lavoro. Willy un lavoro l’aveva e lo svolgeva con diligenza, abnegazione, passione, correttezza, rispetto del datore di lavoro. Mai un richiamo, una contestazione, né lo sguardo alle lancette dell’orologio. Nei giorni feriali, come in quelli festivi. Lui dedicava le sue energie soprattutto agli sport cosiddetti minori. A volte meno blasonati, ma ricchi di ideali, di altruismo, di insegnamento civico. Il telefono, il cellulare, non conosce soste, pause, momenti di intimità umana e famigliare.

Non tragga in inganno credere, ritenere che quel giornalismo che pure ogni giorno crediamo di conoscere attraverso l’informazione televisiva, dalla carta stampata o dal web, sia un ‘mondo’ più o meno dorato, più o meno rispettoso della componente lavoro e di quella che definiamo ‘dignità della persona’.  Willy potrebbe scrivere un libro con le sue memorie, parlare soprattutto di cosa significa ‘fare giornalismo’ di provincia, di gavetta e ritrovarsi da un giorno all’altro fuori dalla porta. Fare nomi e cognomi magari di quei colleghi, noti o meno noti, ai lettori, al pubblico, che proprio a lui hanno voltato le spalle, fatto spallucce, se non addirittura ‘dimenticato’ di aver trascorso anni, oltre due decenni, nello stesso giornale.

Chissà, verrebbe da chiedersi, se si vergognano solo un pochino. C’è chi si gode una meritata pensione, chi è ancora nella trincea quotidiana del desk, della cronaca bianca, nera, sportiva, rosa, degli spettacoli. C’è chi ha potuto godersi ferie, riposi, periodi di malattia, retribuiti come Dio comanda. Willy pare non abbia avuto neppure questa fortuna. Eppure non urlava, non sgomitava, non faceva scioperi della fame, non inveiva alle ingiustizie terrene.

La solidarietà è facile dimostrarla con le parole, a meno che non siano pronunciate in una causa di giustizia. Non abusiamo di retorica a buon mercato. Ci sia sommessamente permesso di unirci a quanti sono vicini e solidali con Willy nel giorno che ‘celebra’ il lavoro. Per non dimenticare. Per non farci sentire tutti indifferenti, menefreghisti, opportunisti.

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