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Albenga ai tempi di Nostradamus
Il primo lavoro? Coltivazione della canapa
Ecco poi le guaritrici, c’era anche mia nonna

Ai tempi di Nostradamus (1503 – 1566) Albenga godeva di una certa importanza e i ricchi del tempo rinnovavano , in città, le loro case facendole diventare veri palazzi con grande uso di ardesia scolpita, affreschi e dipinti sia all’interno di essi che all’esterno. Certo, come i genovesi non ostentavano la loro opulenza molto al di fuori, lasciando i muri perimetrali molto austeri e grigi.

Dalla centuria VI, quartina 62, TROP TARD DEUX LES FLEURS SERONT PERDUES, CONTRE LA LOY SERPENT NE VOUDRA FAIRE: DES LIGUEURS FORCES PAR GALLOTS CONFRONDUES (CONFONDUES). SAVONE (SAUONE), ALBINGUE PAR MONECH GRAND MARTYRE ( Troppo tardi tutti e due i fiori saranno perduti, troppo tardi ambo i fiori saranno persi, contro la legge il serpente nulla vorrà fare: (il serpente non vorrà agire contro la legge) le Liguri forze da Galli sconfitte, (le forze dei Leghisti confuse dai francesi) Savona, Albenga per monaco grande martirio.(Savona, Albenga attraverso Monaco grande martirio).

Questa quartina sembra riferirsi alla Francia di Francesco I , Enrico II e Francesco II ; alla Spagna di Carlo V e di Filippo II, il desiderio di conquista e di potere sul ponente ligure. La quartina successiva parla di Caterina de’ Medici.

…..Solo l’essenzialità quindi all’esterno con il piacere di mettere massime e scritte , in latino, per dare il loro senso di supremazia sul popolo illetterato e sottomesso. Anche le torri vengono inglobate nelle magioni perdendo il loro primitivo significato. Tempo di grandi guerre ed arrivi in città, certamente i più importanti furono Carlo V, arrivato il 25 ottobre del 1536 e nel settembre del 1560 Emanuele Filiberto duca di Savoia con la sua sposa Margherita di Valois, principessa di Francia, duchessa di Berry, figlia di Francesco I e di Claudia di Francia, sorella di minore del re Enrico II, molto legata alla zia Margherita che fu poi regina di Navarra ed ebbe grande amicizia e legame profondo con la cognata Caterina de’ Medici, sepolta nel 1574 alla Sacra di San Michele, nel 1564 i principi figli del Duca di Boemia Massimiliano II, Anna che poi sposò lo zio Filippo II di Spagna, Rodolfo, in seguito imperatore, Ernesto, che divenne arciduca e governatore dei Paesi Bassi, e forse Elisabetta, futura moglie di Carlo IX di Francia , essi erano nipoti di Ferdinando I d’Asburgo, accompagnati da Cardinale d’Augusta Ottone di Walburge un numeroso seguito di cavalieri.

Lavoravano in città calzolari, muratori (massacani), scalpellini, fabbri ferrai, stallieri, maniscalchi, conciatori(afaitarii), fabbricanti d’olio, costruttori di funi (cannavarii), importantissimo infatti era il lavoro derivante dalla coltivazione della canapa, pescatori, tessitori (draperii), tessitrici, tintori, fabbricanti di candele e tanti altri artigiani oltre a tutti i lavoranti in agricoltura, vessati da gravi affitti e doveri, che dovevano essere onorati il giorno di San Michele (29 settembre)

Le donne del popolo avevano anche altri gravosi compiti, raccolta della legna, delle olive, lavare i panni per gli altri (lavandee), pulire le strade, allevare i bambini e allattare i figli dei ricchi e tanto altro ancora.

In mezzo a loro vi erano donne che erano delle autentiche fatucchiere che, in cambio di denaro, sfruttando l’ignoranza e la credulità della povera gente, facevano sortilegi, divinavano, erano cartomanti, erano creatrici di amuleti, in netto contrasto con la Chiesa che cercava di contrastarle anche aspramente.

Altre invece erano delle autentiche guaritrici, delle curanderos e portavano avanti la tradizionale medicina popolare fatta d’esperienza e grande conoscenza della natura.

Le loro magie buone consistevano nel curare con erbe, metalli e grande manualità. Ecco di cosa si servivano: aria, fuoco ed acqua anche sotto forma di rugiada, come elementi principali, prendendo dal mondo minerale oro , argento e zolfo, da quello vegetale elementi importanti, sicuramente tramandati dalla sacralità delle piante degli antenati Celti come ulivo e olio, ginepro, mirto, lentisco, camomilla, ruta, aglio, marrubio, salvia, rosmarino, malva , papaveri ovvero il frutto o capsula , semi di lino e altri semi caldi, olio di ricino, farina e acqua (impiastri) e tante altre ancora.

Dal mondo animale grasso di gallina, pelle della muta di primavera delle bisce,topi, lumache, rospi, bombi, miele; dal corpo umano oltre le segrezioni mestruali, anche l’urina e il cerume prodotto dalle orecchie.

Alcune pratiche sono arrivate quasi fino a noi e , specialmente sulla costa, praticamente scomparse alla fine del novecento, restano la cura contro i colpi di sole e l’herpes zoster . All’interno della regione, nelle zone montane resistono ancora.

A parte vi erano le ostetriche che non avevano alcun titolo, ma erano donne del popolo che si erano impratichite in questo lavoro e spesso tra di loro si trovavano “le mammane” ovvero coloro che avevano i metodi per far interrompere le gravidanze con metodi a volte assurdi come il costringere le donne a saltare violentemente, usavano diaframmi di cera d’api o pezze di lino, purghe, sale, miele, olio, catrame, piombo, succo di menta, semi di cavolo, segale cornuta, rosmarino, mirto, coriandolo, foglie di salice, mirra, prezzemolo, semi di trifoglio e addirittura urina animale.

La manualità ovvero massaggi e aggiustatura di storte, ossa e muscoli e nervi si dovevano soprattutto all’esperienza di pastori che stagionavano negli inverni. A noi sono giunte ancora delle tipiche figure come Briasco, di origine arenzanese, il pastore Pierin Dolla che era famoso per far passare il mal di schiena con una semplice pressione delle dita, e una donna incredibile di nome Giovanna, figure oramai scomparse.

Una grande importanza ebbe per le guaritrici e per i contadini l’uovo. L’uovo raccolto alle prime ore del giorno nel giorno dell’Ascensione del Signore, era un vero toccasana. Aveva la grande dote di non marcire e quindi il suo potere durava tutto l’anno. Serviva sia a difendere dai mali, ad interrompere la grandine, le forti burrasche, il suo sollievo era tanto anche al solo guardarlo e per questo veniva esposto in cucina, nel luogo dove tutti passavano.

Mia nonna Marinin, anch’essa di origine arenzanese, morta quasi centenaria, è stata una delle ultime buone guaritrici. Le sue specialità erano le guarigioni dal mughetto o candida della bocca, l’erisipola e i vermi intestinali, uso dell’uovo, non mancava mai una piccola canna per massaggiare la parte malata infiammata. Ogni giorno vi era gente che arrivava a bussare alla sua porta, i suoi servigi sempre fatti in amore e con l’aiuto di Dio e senza mai chiedere alcun compenso, se non quello di dire una preghiera per lei ed io , da bambino , aiutandola, ho appreso molte delle sue saggezze, ma, come promesso a lei, non le ho mai messe in pratica.

Imporre il calore delle proprie mani sui corpi malati è privilegio di pochi ( ora si chiama pranoterapia), ma si è sempre praticata questa pratica ed ultimamente è mancata l’ultima delle guaritrici buone che curava con la sua energia e con lo zolfo, si chiamava Meri, anch’essa di origine arenzanese), dono arrivatole dopo la morte di un suo figlio in tenera età.

Molto ci sarebbe ancora da dire ed approfondire, sarà per una prossima volta.

Gerry Delfino

 

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