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Il ‘Coraggio di Cion’
affascina Irene e Mondovì

Ho la seconda casa ad Imperia, in via Bonfante. Se gli è stata dedicata una via, ovvio che sia un personaggio da ricordare. Ma chi era? Un Partigiano? Non solo. Era un comandante. Acquisto un libro che narra il “suo coraggio”. Curioso già il suo nome di battaglia: CION. Per fortuna mi viene spiegato che significa “chiodo”, per me piemontese sarebbe stato un rebus irrisolvibile.

La foto di copertina mi riporta l’immagine di un bellissimo ragazzo. Nonostante un’arma alla spalla destra , giacca sahariana con tasche rigonfie, stivaletti ai piedi, me lo vedo come un modello che sfila per moda uomo a Palazzo Pitti. Guardo le sue mani. Non hanno l’aspetto di chi coltiva terra. Sembrano quelle di un musicista. Invece no. E’ un guerrigliero. Uno che si è dato alla macchia, ha imbracciato un’arma per difendere altri che inermi sarebbero stati vessati e uccisi da forze prima alleate e poi occupanti, per poi terminare la sua vita avventurosa a soli 23 anni. Quel sorriso sotto i baffetti neri, quella fronte alta, quei capelli leggermente ondulati, portati all’ indietro rimarcando le tempie si è spento, è morto come tanti anche per me. Non riesco immaginarlo invecchiato. Gli eroi non cambiano restano nell’immaginario sui loro cavalli bianchi, cavalieri senza macchia e senza paura.

Il suo carattere e il suo aspetto affascinano. Non riesco a scinderli. Senza quel bel volto, avrebbe avuto lo stesso carisma? Non so. Credo di no. Ovviamente non ha importanza questa infantile riflessione femminile.

Intanto il libro, una volta iniziato, non può essere sospeso. Non l’ho letto superficialmente. Dovevo andare sovente alle pagine relative alle fotografie. Vedere quei luoghi. Quelle case in pietra di Pian Bellotto o sulle alture di Stellanello. E poi quella strada così scoperta che collegava l’abitato di Upega con il cimitero. Fasce sostenute da muretti a secco, ma non uliveti, soltanto ulivi sparsi. Mi ha colpito il problema del caldo. Per me la “Resistenza” era quella delle Langhe” o della montagna, quella facilitata dalla boscaglia, dai castagneti, quella che si combatteva in climi rigidi soprattutto in territori innevati come nell’inverno del 1945.

Ripenso a quella strada da percorrere. Vado anche a rileggermi qualche passo del libro di Ferruccio Iebole sulla VI divisione d’assalto Garibaldi Liguria “Silvio Bonfante”. A pag. 13. Cion ferito già da cinque giorni. Il tentativo di fuga verso il cimitero. Davanti Sauro che da solo regge le due stanghe della barella, dietro il drappello. Penso al medico. I gesti spontanei, gli atti di altruismo. Lui che risale la scarpata per dare aiuto a Sauro. Il dramma si compie.

E’ strano, sono vissuta a pane e Resistenza. Ho avuto la fortuna di sentire parlare e raccontarsi leggendari Comandanti, Partigiani e Patrioti e già ero stata disorientata a conoscere la resistenza in Emilia tramite il diario di Bulow. La pianurizzazione mi era ignota, come ignota mi era una così realistica partecipazione all’interno di una battaglia ligure.

Daniele La Corte ha saputo descrivere certe situazioni in modo da farmi sentire all’interno della vicenda. Credo come uno spettatore in una scena riprodotta in 3D. Ho sentito brividi. Mio padre, classe 1917, è stato un grande Comandante. Non ha mai parlato delle battaglie. I racconti che ascoltavo io con i suoi partigiani, quando si ritrovavano a raduni, erano imperniati su episodi cruenti, paesi dati dalle fiamme. Amici fucilati o impiccati. Cartelli posati sui loro corpi con scritto “abbiamo ucciso un bandito”. Ma non ho mai sentito la descrizione di uno scontro.

Stavo riordinando le carte ancora contenute in una enorme valigia riposta in cantina e trasportata da una casa all’altra, dopo il decesso di papà e la malattia di mamma.

Passati 30 anni dal decesso, uno studente ha discusso una tesi alla facoltà di Torino, su di lui. Per aiutarlo ho dovuto aprire quel contenitore marrone, senza rotelle, metterlo su un divano ed aprirlo. Non è l’armadio della vergogna. E’ un’infinita fonte di notizie. Di lettere, di documenti, di appunti disordinati. Ho stiracchiato e messo in ordine cronologico 121 lettere di partigiani che nel primo dopoguerra avevano espresso al loro comandante la propria amarezza, la disillusione, la miseria e qualcuno la speranza. Ragazzi che rappresentano un’umanità che deve studiare come tirare avanti.

Ne ho stilato un elenco con la sintesi del contenuto. Ho indicato la località di provenienza delle lettere. Sono di ragazzi come CION, me li vedo coi loro fazzoletti al collo, ma che sono sopravvissuti e hanno potuto gioire per la LIBERAZIONE. Uno spaccato di società che andrebbe approfondito. Molti vengono dal savonese, ma qualcuno dal centro Italia e dal meridione.

Sono i ragazzi della XVI Brigata Garibaldi General Perotti, al Comando di Perez, che dopo la liberazione di Torino hanno smobilitato al Castello di Moncalieri. Erano rimasti 246. Morti 34. Feriti 22.

Interrompo a questo punto perché mi conosco. Se riprendo punto per punto la vita di Cion, continuo a fare parallelismi con quelle di altri Partigiani e mi perdo.

Irene Rosso

 

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