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Borghetto S. Spirito, l’oracolo

X,Y e Z, tre borghettini diciamo tra i 50 e i 70 anni (i veri nomi non possono essere rivelati per questione di privacy), salgono sulla Panda 4×4 verso le 8,30: destinazione Colle del Melogno.

Sono imbacuccati dalla testa ai piedi per il freddo pungente e per la tramontana che da più di dieci giorni soffia a Borghetto S.S. Inoltre si è aggiunta anche una fastidiosa pioggerella.

Spèremu che au Meögnu u nu nêve
dice Z mentre chiude la portiera.

“Porco *#¤àƹ֍Ѫ non cominciare a rompere le scatole che altrimenti non partiamo neppure” sbotta X e mette in moto. “A proposito” chiede “lo sappiamo di preciso dove abita sta maga?”

“Ha detto Y che lo sa, che la conosce bene e che ha anche una specie di carta stradale. A l’è vea Y? “ chiede Z girandosi verso i sedili posteriori dove Y si sta accendendo una sigaretta.

“Sci, sci. A gò tuttu. Andemmu tranquilli” risponde Y.

“Y spegni sta cacchio di sigaretta. T’ho detto che in macchina non si fuma” urla X, intanto che imbocca un senso unico e si dirige sull’Aurelia.

Alle 11,30, sotto una bufera di neve che non si vedeva da parecchi anni, la Panda con i tre borghettini a bordo arriva al Colle del Melogno. Le istruzioni che Y aveva dato si erano rivelate completamente fasulle e la carta stradale che aveva esibito con tanto orgoglio era quella della Germania Occidentale, recuperata dalla sua macchina che aveva comprato usata da un pensionato di Torino.

“U riva in föastrada da Furestale” fa osservare Z “lampeggia, fagghe di segni, fèrmila”

La macchina della Forestale si avvicina. Il conducente abbassa il finestrino e urla “Ma siete matti!! Dove andate con sto tempaccio? E’ pericoloso!”

Anche X cerca di aprire il finestrino della Panda che però oppone una certa resistenza. “Porco *#¤àƹ֍Ѫ al finestrino e a chi l’ha inventato”. Avviene il miracolo: il vetro scende obbediente.

“Dobbiamo andare dalla Maga del Melogno, sapreste mica dirci come facciamo a trovarla?”

“Avete sbagliato” risponde il forestale “Dovete tornare indietro per cinque/sei chilometri lungo la provinciale e prendere la deviazione per Isallo”

“Grazie” risponde X che subito fa inversione di marcia e tenta di richiudere il finestrino che però rimane bloccato a metà.

La casa dove abita la Maga del Melogno è proprio sullo stradone e i tre la individuano immediatamente. Scendono dalla Panda e arrivati alla porta di ingresso bussano con forza. Aspettano un po’ e ribussano. Niente.

“Mia se a porte a l’è avèrta” dice Z “Entremmu che li a ghe restemmu secchi dau freidu “.

Una volta entrati si trovano in una lunga stanza, poco illuminata da una lampadina che pende dal soffitto, ma piacevolmente calda. Al fondo una scala in legno sale nel sottotetto. E’ arredata con semplici cose: un tavolo, quattro sedie, una credenza e una poltrona bergere collocata vicino alla cucina economica, sulla quale è appoggiata una grande padella chiusa da un coperchio di alluminio.

“Che bellu udû de cuniu “ esclama Y.

“Porco *#¤àƹ֍Ѫ,” interviene X col suo solito intercalarenon cominciamo col mangiare che lì dobbiamo fare una cosa veloce e portare via il beliscimo”

“Cusu l’è tuttu stu burdellu!” esclama improvvisamente una donna mentre scende dalla scala. Età indefinita tra i settanta e i novant’anni.

“Bungiurnu scignua a vegnimmu dau Burghettu pè quella faccenda…..” spiega Z che si era tolto la berretta di lana in segno di educazione.

“A me ciammu Mariuccia. Nènte scignua “

“Ve ben. Ca scuse pe u burdellu Mariuccia, ma a saiescimu vegnui per quell’uraculu in sciû proscimu scindicu du nosciu paise “

“A l’o capiu. Setaive”

I tre si accomodano al tavolo sul quale X appoggia un sacchetto di plastica chiuso con un nodo. Lo apre e ne rovescia il contenuto. “Mariuccia sono 37 euro e 60 centesimi. E’ tutto quello che siamo riusciti a raccogliere”

“Va ben, va ben, ma tegnive i citti de ramme. A ghe nò in muggiu perché i me paga tutti cun sti lì. U se vegghe che quande i ven da mi i sciappa a bisciuetta” dice Mariuccia mentre si dirige lentamente verso la credenza da dove preleva un barattolo di latta chiuso da un coperchio, un pentolino e una tazza di terracotta. Riempito il pentolino d’acqua lo appoggia sulla cucina economica, dopo aver spostato la padella che Y non aveva mai perso di vista.

Poi Mariuccia apre il barattolo e preleva un pizzico di erba secca che butta nell’acqua e aspetta che raggiunga il bollore. Quando l’intruglio è pronto lo versa nella tazza. Soffia sul liquido ed inizia a berlo a piccoli sorsi fino a quando non ne rimane un goccio. Allora si dirige verso la poltrona sulla quale si siede pesantemente. Chiude gli occhi e appoggia la testa all’alto schienale da dove pende un ricamo all’uncinetto che sicuramente ha visto tempi migliori.

I borghettini non fiatano.

“AAAAAAAAAAAAAAAAHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH!” l’urlo improvviso gela il sangue ai tre clienti che si guardano perplessi.

“UUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUHHHHHHHHH”

“OOOOOOOOOOOOOOOOHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH”

“MMMMMMMMMMMMMMMMMMMMMMMMMHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH”

“CECHE’ CECHE’ CECHE’ CECHEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE’”

Mariuccia urla e si dimena sulla poltrona. Cade per terra, urla ancora più forte, si rotola più volte sul pavimento fino a che, spossata, rimane distesa sul dorso con la bava alla bocca.

X,Y e Z non sanno se ridere o telefonare al 118.

Dopo pochi minuti Mariuccia inizia a parlare, anche se la sua voce non è più la stessa. Sembra che in lei ci sia un’altra persona.

“A veggu……A veggu….AAAAAAAAAAAAAAAAHHHHHHHHHHH!!! Disgrasie! UUUUHH Cuante disgrasie! A veggu ina bestia, brutta urènda……grossa cumme in liufante. U gà tante teste chi sbragia…..i giastéma……i tia maledisiui……….i se morde una cun
l’âtra……”.

“E cose a fa sta bestia????” domanda Z.

“Sittu!!! Sta sittu ti!” urla Mariuccia “Ti l’ai sempre crédüu de capî ma ti nu l’ai mai capiu in belin!”

Z non cede a questa violenta critica e ripete ancora la stessa domanda.

“Cose ti öi ca fasse: a mangia. A mangia a farmacia cumunale, a mangia campagne, fasce e tocchi de Piccheu. A mangia tuttu quello ca tröva. L’unica cosa ca nu mangia a lè a Fabrica e u nu se capisce cumal’è. Poi a gìa pèe u Burghettu e a caga. A caga cundumini.. Cundumini de quattro, sinque, sei, sètte, ottu, növe e dexe ciài.

“E cusse u se po’ fâ?” Chiede Y disperato.

“U nu ghè nènte da fâ, Oramai u Burghettu u l’è bellu che fritu”.

“Ma quarcosa u se purià ben fâ pè fermâ sta bestiassa” esclama X.

“U se purieva tentâ sulu ina cosa” risponde Mariuccia.

“E’ cose?” incalza Y.

“Cacei zu u Municipiu e au so postu feighe in bellu santuariu pè a Madonna de Fatima! E aù andai via. A l’o finiu, u nu ghè ciù nènte da dî.”.

X,Y e Z si alzano e in silenzio si avviano verso l’uscita che li avrebbe riportati fuori, in un altro mondo, in un’altra dimensione. Non si sa se più giusta o sbagliata. Diversa certamente.

Ma prima di chiudere la porta Y si volta e dice: “Mariuccia, ca scuse, ma lei quande a cöxe u cuniu a ghe u mette u vin giancu? “.

Silvestro Pampolini



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