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Noli e la gestione dei beni culturali (Parte 1°): Il caso bizzarro di San Paragorio

Il millenario viaggio nel tempo del già falcidiato patrimonio storico dell’umanità, giunto a noi dagli albori del passato per proseguire verso il futuro più lontano, risulta denso di multiformi insidie da superare.

Per contro altrettante sono state le modalità poste in campo per la sua doverosa tutela, mediante una gestione complessa di iniziative espresse dalle culture storiche, nelle più disparate circostanze.

In sintesi si tratta di una perenne ed impari lotta delle schiere della purtroppo effimera Conservazione, contro un inevitabile esito di Distruzione, promosso dai preponderanti agenti avversi.

Tra questi ultimi, esiziali sono state le guerre, accanto alle offese del clima, oltre alla consunzione naturale dei materiali causata dal tempo.

Innumerevoli i casi di crollo eticamente gravi, dovuti all’incuria anche nei periodi non proibitivi, come quelli della chiesa di S. Margherita a Noli, oppure le demolizioni eseguite per motivi religiosi e/o ideologici, come quelli dei parchi archeologici in Siria o in Afganistan.

Più comprensibili sono state le demolizioni compiute per il riutilizzo dei materiali per necessità fondamentali, come le torri nolesi smontate mattone per mattone, per costruire le case.

Assolutamente deplorevoli invece sono state le parziali asportazioni da parte degli inglesi dei templi dell’Acropoli, ora nei musei di Londra, oppure delle gradinate del teatro greco di Agrigento per costruire alcune ville statunitensi.

Al contrario, paradossalmente notevoli sono stati gli esempi di conservazione, di valore mondiale, dovuti alla natura o a grandi eventi come gli interramenti o le eruzioni vulcaniche, rispettivamente delle città romane di Ercolano e Pompei, e della villa siciliana di Piazza Armerina con i suoi eccezionali mosaici.

Straordinari anche i casi delle grotte scavate nelle montagne, che continueranno lungamente a conservare nel modo naturale e più efficace possibile le opere d’arte, come le tombe dei faraoni, oppure i graffiti preistorici nei Pirenei.

Inoltre numerosissime e meritevoli sono state le ricostruzioni post belliche in europa, per aver traghettato verso il futuro un patrimonio culturale di cui non ci sarebbe stata più alcuna testimonianza, sebbene soltanto in forme non originali ma filologicamente corrette, come la basilica benedettina di Cassino, o le innumerevoli chiese gotiche tedesche.

Comunque, grandemente positiva è risultata sempre la cultura della tutela, cui fa riferimento anche l’articolo 9 della nostra costituzione.

Sempre e dovunque indispensabili sono la cura e la manutenzione, quando non alterano la originale identità storica, per una deviata intenzione di riutilizzo.

Al limite talvolta, persino la conservazione dei beni storici ottenuta per interesse privato o per valorizzazione economica, può svolgere un ruolo positivo.

Riguardo alle modalità di intervento, positivo risulterà l’esito del contrasto sempre attuale, tra le due scuole di pensiero fondamentali, se finalizzato alla tutela in sicurezza del patrimonio storico: -Quella pubblica, mira all’integrazione dei beni storici nella città circostante e nell’attualità., da vivere in modo aperto come un bene di tutti i cittadini. Come sostenuto dal grande intellettuale Antonio Cederna che nel secondo dopoguerra, sosteneva la salvaguardia integrale del vecchio e la creazione del nuovo nelle città, come operazioni complementari e separate. Infatti considerava l’Appia Antica come fosse l’Acropoli, da proteggere dalla privatizzazione e dalla cementificazione, facendone un parco urbano pubblico, indispensabile per la salute, la vivibilità e la qualità ambientale ottimale di Roma. Una operazione lungimirante e virtuosa che si scontrò con l’intenzione determinata delle istituzioni, di liberarsi del patrimonio storico e artistico a vantaggio dei privati, che in molti casi riuscirono ad appropriarsene e a costruirvi le loro ville lussuose.

-Esattamente contrapposta è invece quella privata sostenuta talvolta dalle istituzioni, che ritiene indispensabile proteggere i beni alzando barriere e cancellate, anche per monetizzare il loro valore, come si trattasse di un museo privato.

Probabilmente interessante ed istruttiva, potrà risultare l’osservazione delle conseguenze che l’alternanza delle due teorie ha prodotto nel prezioso ambiente millenario nolese, nel confronto tra il caso positivo di S Paragorio e quello diverso del Castello del monte Ursino.

Durante la sua storia millenaria, la chiesa romanica del XI secolo, ora monumento nazionale, ha beneficiato di una corretta conservazione e di una gestione protettiva, tanto da trovarsi in condizioni ottimali malgrado abbia subito eventi molto critici, a partire dalla sua collocazione non protetta fuori dalle mura, fino alla costruzione su un terreno antropizzato da precedenti rilevanti edifici, reso così non omogeneo e labile, dilavato inoltre da acque meteoriche non canalizzate e percolanti di un pozzo. Senza dimenticare infine il disastroso terremoto del 1887.

Anche la serie di interventi di trasformazione integrarono senza danni la sua identità, come l’aggiunta del portico per l’ingresso laterale e la tomba ad arcosolio del XIII-XV secolo, aderente alla parete nord.

Nei successivi secoli dal XVI al XIX, dopo la costruzione di altre due tombe ad arcosolio, anche il tamponamento dell’ingresso principale non alterò in modo irreversibile la chiesa, mentre i restauri di ripristino di tutte le parti alte delle pareti perimetrali furono corrette.

Immediatamente dopo il terremoto dell’87 Alfredo d’Andrade con il suo restauro “archeologico” e le opere di consolidamento e risanamento, riuscì a “ridonare alla chiesa il suo aspetto antico”.

Negli anni settanta gli scavi di Nino Lamboglia alla base della parete meridionale scoprì le strutture del battistero paleocristiano ed evidenziò le gravi fessurazioni e il pericolo di instabilità, che negli anni dal 1990 al ’98, furono eliminati, insieme alla precarietà delle altre strutture fondanti e di alcuni pilastri, con il restauro dell’Arch. Maria Di Dio Rapallo, e la Soprintendente Liliana Pittarello.

Quest’ultimo restauro, probabilmente il più complesso e difficile, è stato eseguito con successo per la metodologia interdisciplinare e il supporto della tecnologia più sofisticata, applicando una tecnica innovativa e meno distruttiva.

Infine accanto alla virtuosa conservazione millenaria descritta, anche la gestione protettiva di tutto il complesso archeologico di S.Paragorio è stata ottimale e tuttora è garantita da una cancellata perimetrale di tutto il sito, con visite a ingresso controllato, con tempi possibilmente da ampliare, ma a costi ragionevoli gestite attualmente da benemeriti volontari nolesi.

Tutto è filato liscio fino a dopo gli scavi archeologici del 2006, diretti da Alessandra Frondoni e la Soprintendente Marina Sapelli Ragni, tanto che si erano create le condizioni per realizzare un parco archeologico bimillenario di rilevanza internazionale, comprendente i resti del villaggio altomedioevale, sovrastante quelli di epoca romana di una necropoli e delle fondazioni di un approdo poco lontano.

Progetto purtroppo compromesso da iniziative gravemente errate, realizzate sul territorio.

Giovanni Maina


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