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‘Sono massone e resto fedele ai miei ideali’
Savona, addio al commercialista
che sfidò la Dc con una lettera a Andreotti

Alessandro Gimelli ha lasciato la vita terrena a 77 anni. Commercialista, abitava ad Albisola Capo in corso Ferrari, aveva esercitato la professione a Savona, Millesimo, Albenga. Era luglio del 1983 quando convocò il cronista nel suo studio di Piazza Mameli per una conferenza stampa molto inedita ai quei tempi e vedremo perchè. Con lui presenti i vertici savonesi di una loggia massonica di Rito Scozzese Antico ed Accettato. Si dissociavano dalla P 2 ( Gelli, Teardo e C.). Ma Gimelli annunciava anche le dimissioni dalla Dc perché il segretario provinciale del partito aveva sancito l’incompatibilità, da qui la sferzante lettera indirizzata a Giulio Andreotti.

La inusuale conferenza stampa del 1983 nello studio del dr. Alessandro Gimelli, al centro della foto. A ds. Filippo Cuneo e Giuseppe Maria Rosso. A sn. il notaio Enzo Motta e di profilo il cronista Luciano Corrado (foto archivio trucioli)

Una plateale protesta che allora fece scalpore, non solo in Liguria.  Non era mai accaduto nei riservati ambienti esoterici che i responsabili di una loggia ci mettessero il nome e la faccia per prendere le distanze da Licio Gelli, dai fratelli savonesi e liguri che risultavano iscritti al potente e misterioso clan di piduisti del Bel Paese.  Si aggiungano pure logge spurie, deviate, persino infiltrate dalla mafia come poi emergerà nel corso degli anni. Più che esoterismo e ideali erano ‘confraternite’ poco misericordiose e molto affariste nei gangli vitali della vita pubblica: Stato, istituzioni, enti di controllo, banche.  Chi era il dr. Alessandro Gimelli ? Sono trascorsi molti anni, le nuove generazioni poco o nulla sanno. Altri hanno forse ricordi sbiaditi.

Nella rubrica ‘Se ne sono andati’ che viene pubblicata ogni domenica sull’edizione genovese di Repubblica, l’autore  Massimiliano Salvo, ha ricordato Sandro Gimelli con questo scritto: “Classe 1939, figlio di due commercianti di verdura, Sandro Gimelli è nato e cresciuto ad Albissola Marina, dove dopo gli studi in ragioneria ha aperto il primo studio da professionista. La sua carriera ha avuto una grande ascesa con la laurea e l’apertura di tre studi (Savona, Millesimo, Albenga). Da  consulenze per commercianti negli anni è passato ad avere incarichi per aziende sempre più grosse, diventando  un nome noto nel savonese. Da una decina d’anni aveva lasciato ogni attività, Professionista in gamba, molto capace, di grande cultura, nel corso della sua carriera ha allacciato rapporti  con figure politiche e professionali di rilievo come il senatore Giancarlo Ruffino, avvocato,e storico sindaco di Millesimo”.

Possiamo aggiungere alcune testimonianze di cronaca vera. Gimelli non ha mai rinnegato l’ideale massonico. Si è ribellato alla massoneria affaristica, trasversale, inquinante. Nella lettera ad Andreotti emerge  la personalità di un uomo tenace e coerente. “Mi rivolgo a Lei che, tra i massimi rappresentanti della Democrazia Cristiana, apprezzo maggiormente.  Mi iscritti al Partito oltre ventanni fa, partecipandone attivamente alla vita. Negli stessi anni ritenni di accostarmi all’Idea Massonica. Da allora non ho mai concesso nulla  all’infingimento, all’ignavia né tanto meno all’illeceità.  L’attuale atteggiamento  della Segreteria Provinciale Democristiana, che proclama la incompatibilità tra iscrizione al partito e adesione all’ideale massonico, mi impone  una decisione che prendo immantinente:  mi assonno, mi assonno dalla Democrazia Cristiana non riconoscendo che Essa  oggi possa rappresentare  le mie idee  ed il mio dovere-potere  di azione.  Intendo divorziare dal compromesso, svincolandomi un’altra volta dall’ipocrisia del piccolo interesse e confermando la mia scelta iniziatica.  Ritengo di non rimanere inerte dinnanzi ai ‘decreti’ di giudici che non riconosco; di oppormi ai piccoli provinciali fautori di un deleterio movimento involutivo e di distinguermi da chi in massoneria, assonnatore o assonnato, perde nell’indifferenza la volontà di reagire al bene e al male. …..Mi faccia sapere se dovrò consegnare a Lei la mia tessera o se potrò ancora nutrire speranza che gli ideali comuni di responsabilità cristiana ed occidentale, rappresentanti dal legittimo Rito Scozzese Antico e Accettato”.

Concludeva: “...E dal Partito  Cristiano da me ritenuti cattedra morale e di teca spirituale ed universale, si trovino uniti per rimuovere le barriere della disinformazione e delle diffidenza. Sarei onorato di un particolare anche se breve incontro.”  Un desiderio, una speranza andata delusa. E negli ultimi anni, anche per le condizioni di salute, il professionista si era estraniato da tutto e da tutti.

Resta la pagina storica di cosa accadde in quegli anni tormentatissimi. Proprio in provincia di Savona, forse uno dei primi casi in Italia, era esploso il ‘fenomeno logge coperte’. E un giovane sostituto procuratore della Repubblica, Filippo Maffeo (non ancora ventenne fu eletto consigliere comunale nello schieramento DC), loanese, figlio di immigrati, in seguito all’esposto di Renzo Bailini, abitante a Borghetto S. Spirito, corrispondente de Il Lavoro di Genova, a sua volta massone iscritto in una loggia di Imperia, firmò una raffica di perquisizioni affidate alla squadra mobile e alla Uigos.  Con irruzioni in uffici ed abitazioni a Savona, in via Famagosta, ad Albisola, Celle e Varazze.

In via Famagosta, in particolare, aveva sede  un ‘Centro sociologico’. All’operazione prese parte lo stesso magistrato,  il dirigente dell’ufficio politico ed antiterrorismo della questura, dr.  Giambattista Bianchi, il dirigente della mobile dr. Alessandro Branda. Poco meno di una decina di uomini in tutto. Intestatario dell’alloggio era un consulente del lavoro.Vennero prelevati classificatori e schedari, dopo aver interrogato diversi inquilini del palazzo e convocato in questura l’affittuario.

Nello stesso periodo Il Secolo XIX pubblicava la lettera  aperta di Carlo Trivelloni, consigliere comunale di Savona della sinistra indipendente, che portava alla ribalta il Cad 2 dell’allora presidente della giunta regionale Alberto Teardo, socialista. Trivelloni prendeva lo spunto dalla “Limpida e dolente lettera aperta  di Adriano Sansa, pubblicata dal Secolo XIX il 26 settembre e la sferzante nota di Enzo Biagi, apparsa su ‘la Repubblica’ del 24 settembre,  mi impongono  di manifestare  anche pubblicamente che io non sono tra quei liguri, e sono tanti,  che si meritano Alberto Teardo presidente della giunta regionale e Michele Fossa ( massone in odore di P 2 ndr) assessore alla Sanità.  Ora, anche perchè nessuno pensi che tutti tacciano per timore del potente o per proprio tornaconto,  vorrei porre al presidente Teardo le seguenti domande, limitate alla P 2 e dintorni….Che genere di rapporti aveva Teardo  con il dr. William Rosati, uomo d’affari genovese che cercava  di scagionarlo dalla sua adesione alla P2. E’ noto che a Savona sulle assegnazioni di ‘poltrone’ interviene direttamente Teardo.  Vuole spiegarci perché, poco prima  delle rivelazioni sugli archivi di Gelli, venne designato  per la nomina formale da parte  del consiglio comunale di Savona a presidente di un ente con notevoli proprietà immobiliari (carica spettante ad un socialista) il direttore di succursale  di una banca, il cui presidente è risultato un confesso piduista?  Cos’è il Cad 2 (Centro di azione democratica) in piazza Diaz, a Savona, dove Teardo ha il suo ufficio personale ? Qual è l’oggetto sociale del Cad 2?  Ha mai sentito parlare, già dagli anni ’70, dal periodo delle ‘bombe di Savona’ (1974-’75)  di logge massoniche inquinate da elementi della destra eversiva ? E visto che c’è chi sostiene che la massoneria  non è un’associazione segreta ed egli vi ha aderito per ‘interessi filosofici, esoterici e di giustizia sociale, in quale loggia stava e in quale compagnia ?”. Dalle indagini emerse successivamente che oltre alla P2, Teardo si era iscritto a due logge, diciamo contrapposte. Una di ‘Palazzo Giustiniani’ e l’altra di ‘Piazza del Gesù?”.

L’iniziativa di Maffeo fu il grimaldello di un’attività investigativa che ha preceduto il grande blitz contro il ‘clan Teardo‘ nel giugno del 1983.  L’indagine fu estesa in parte anche nel levante e nel ponente ligure.Non mancarono le sorprese sul nome degli affiliati. Maffeo mandava a giudizio sette funzionari pubblici che risultavano iscritti alla loggia di via Famagosta e fu bersagliato da una circostanziata denuncia di un Gran Maestro di Genova che provocò l’intervento della Procura generale senza che emersero responsabilità nei confronti del magistrato che si difese con un certosino memoriale.

Ad Arenzano, nella casa di Mirto Cassanello,  capo degli ispettori della massoneria ligure, furono trovate liste, nomi, contabilità. Con un nuovo ‘botto’. Risultava affiliato alla loggia Oberdan di Ventimiglia il procuratore della Repubblica di Sanremo, Vincenzo Testa. Ci fu una presa di posizione, con dichiarazioni al Secolo XIX, di Fernanda Contri, avvocato del Foro di Genova, membro laico del Consiglio superiore della magistratura: ‘Come cittadino vorrei che un magistrato non fosse legato a nessuna associazione, né alla massoneria, né all’Opus Dei. Il CSM è stato esplicito. Non è positivo per un magistrato stringere un legame così forte che nell’esercizio della giurisdizione impedisca al giudice  di essere indipendente o crei nell’opinione pubblica la sensazione che il magistrato non sia libero.  La Costituzione è chiarissima e ogni tanto viene dimenticata.  Nel caso  del giudice Testa – concludeva Contri –  aveva appena smentito pubblicamente la sua appartenenza alla massoneria.  Certo non fa una bella figura  uno che viene sorpreso a dire bugie. Meno che mai un magistrato”. (Luciano Corrado)

 

 

LA SATIRA DI MIMMO LOMBEZZI

 

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