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Forno crematorio a Sanremo, ma Alassio, Albenga e Loano l’avevano rifiutato

Sanremo ha detto sì al forno crematorio. Albenga, Alassio, Loano l’hanno rifiutato nelle rispettive aree cimiteriali. Motivo ? Carenza di interesse pubblico, inquinamento, deprezzamento di immobili,  possibili danni ai terreni coltivati attigui  e al buon nome del turismo. Ma è proprio così ? Il vice sindaco della città dei fiori, del Casinò, del Festival, della Milano – Sanremo ha spiegato: “L’opera andrà a coprire un vuoto, anzi un disservizio su un’area davvero rilevante compresa tra Nizza e Savona”. Negli ultimi 5 anni, solo nel ponente ligure, il ricorso alla cremazione è cresciuto del 40% costringendo ad emigrare nel Basso Piemonte con costi, attese, disagi.

Il crono – programma prevede che l’opera potrà ultimata entro il 2017. L’impianto di cremazione è previsto nell’area cimiteriale, ma al di fuori del suo perimetro. Ho già ottenuto il via libera della Conferenza  dei servizi. La giunta del sindaco Alberto Biancheri  ha finalmente colmato un vuoto senza essere contrastata da  allarmismi senza fondamenta,  da demagogie. “Al di là della rilevanza strategica dell’opera – ha commentato il primo cittadino –  si tratta del primo vero project financing che verrà realizzato a Sanremo.

L’amministrazione comunale si è fatta carico di una carenza che provoca scomodissime e costose ‘trasferte’ oltre provincia e oltre regione. Non a caso il forno aveva iniziato il suo iter nel 2010, rimanendo di fatto al palo, ai nastri di partenza. Mancava la volontà politica. Ben diverso dalle scelte di altre città costiere e turistiche. Albenga, Alassio, Loano non hanno avuto dubbi o remore a schierarsi per ‘no forno crematorio’. L’accordo con i privati  avrebbe portato nelle casse del Comune circa 100 mila euro l’anno.

A Sanremo la proposta è stata presentata dall’Associazione temporanea di imprese formata dall’Hysteron che già gestisce l’impianto crematoria Piscina (Torino), dalla sanremese Giò Costruzioni e dall’Armenta Costruzioni con sede a Cuneo.  Se un altro privato  dovesse presentare  un’offerta più economica, si aggiudicherebbe l’appalto pagando ai promotori  la spesa sostenuta per la progettazione.  Mentre i proponenti potranno esercitare il diritto di prelazione, rendersi disponibili a eseguire l’opera allo stesso prezzo indicato dal primo classificato.

L’impianto di Valle Armea consiste in due forni crematori e una ‘sala del commiato’ per le cerimonie funebri. Complessivamente occuperà un’area di 2500 mq, tenendo anche conto del parcheggio, recinzione e verde pubblico.

Ben diverso le scenario in provincia di Savona dove emerge un quadro desolante, perlopiù taciuto. Con centinaia di cittadini costretti a raggiungere, con la bara, Acqui Terme (gestione privata) o Bra (Consorzio intercomunale). A volte l’attesa è di una settimana, se va bene 24 ore. Il Comune di Savona, invece, riusciva a perdere mezzo milione l’anno. Ha due forni crematori obsoleti, inefficienti di fronte alle crescenti richieste. Mentre in Riviera ( Albenga, Alassio, Loano) hanno bocciato la costruzione di un impianto accampando motivazioni di tutela ambientale, prive di ogni riscontro scientifico. Il ‘partito del no’ ha avuto il sopravvento. Scatenati i comitati ambientalisti.

Savona con grosse difficoltà – non citiamo alcuni casi paradossali – a far fronte a tutte le cremazioni richieste e al divieto ai non residenti, a meno che il decesso non avvenga in uno degli ospedali della provincia. I requisiti per essere cremati nell’impianto di Zinola possono essere così riassunti: essere nati a Savona, residenti o ex residenti, morire in ‘loco’.

Le statistiche indicano una costante ascesa, soprattutto nelle regioni del centro e nord Italia, del numero di cremazioni, con punte vicine al 50 % e comunque le proiezione dei prossimi decenni ipotizzano livelli da centro e nord Europa (75 %). Le sfortunate famiglie con un congiunto che aveva espresso la volontà di ‘essere cremato’ difficilmente possono rivolgersi a Genova in quanto c’è una saturazione, confermano le stesse imprese del settore funebre. Restano Bra ed Acqui Terme con impianti efficienti, convenzioni per 20 e 30 anni, a gestione privata o consortile. A volte per savonesi ed imperiesi (bacino d’utenza) si impongono giorni d’attesa, maggiori spese per viaggi, soste e spese varie a carico del privato.

Maria Rita Zanella, presidente della Socrem, parlando della criticità di Savona, nel marzo 2015, ricordava: ”Da oltre due anni i parenti dei defunti affrontano trasferimenti a Bra, Acqui, Genova, persino in Francia, con aggravio di spese. Chiediamo una nuova apparecchiatura a Zinola, il caso è stato già discusso in passato con gli amministratori comunali, ma….”.

Che dire delle ‘barriere anti forno crematorio’ che si sono levate ad Albenga, Alassio, Loano, si parlava anche di Borghetto dopo la rinuncia dei cugini loanesi. La mancanza di una diffusa disinformazione dei cittadini ha fatto la sua parte, come la vecchia malattia che si abbina ai ‘senza memoria‘ e ai maestri, in buona fede o meno, di strumentalizzazioni. Le garanzie, i rilievi scientifici dicono che l’impatto ambientale di un forno tecnologicamente avanzato, quelli sul mercato, è prossimo allo zero. Il sistema filtri è a prova di inquinamento. Non si sprigiona diossina, come accade nel ‘biomasse’; le casse e i resti delle povere salme sono ‘inerti‘. La temperatura a mille gradi provoca solo ‘emissioni sterili’.

Tutto inutile. Dalla destra alla sinistra, passando per la Lega Nord,  si denunciavano criticità urbanistiche e ambientali, il contraccolpo per l’immagine turistica che la struttura comporterebbe. Meglio i palazzi con ‘vista camposanto’ ?! E’ fallita sul nascere la ‘Cremazioni Ponente Ligure‘, 10 mila euro di capitale sociale, 26 soci, da Imperia a Finale Ligure, costituita tra imprenditori, uomini d’affari e titolari di pompe funebri tra Andora e Finale Ligure, tra cui “Pompe Funebri Liguri Srl” , uffici in 9 centri della Riviera e a Pieve di Teco.

Ad Albenga il geometra Danilo Sandigliano, tra le memorie storiche e i ‘navigatori’ di lungo corso della vita politico amministrativa ingauna, ripeteva:” Se la causa di una crisi di giunta è quella del forno crematorio e della sua collocazione siamo di fronte ad un assurdo. Già negli anni ’80 eravamo impegnati a progettare un impianto, doveva sorgere nel camposanto di San Giorgio, sotto il suolo. Era anche previsto un ampliamento”.

C’è chi attribuiva la crisi comunale ad una lotta di potere, per interposte persone, sul business delle cremazioni e la gestione pare trentennale dei 5 camposanti. Perché ? Si era costituita ad Albenga una società di 24 soci, obiettivo un project financing per “realizzare un’ara crematoria…e gestire i cimiteri comunali.” La giunta Pdl-Lega Nord del sindaco Rosy Guarnieri  aveva deliberato la vigilia di Ferragosto…, un assessore assente, Guido Lugani.

Poco importa se le cremazioni sono in costante aumento in 4 casi su 10. Non solo, è difficile credere che si possa continuare a realizzare manufatti, altre barriere di cemento nelle necropoli delle nostre città. I Comuni hanno continuato ad aumentare – anche per far cassa – tutte le tariffe ed i costi cimiteriali.

Ancora le parole di Sandigliano: “La gente va informata e non disinformata, con le moderne tecnologie vengono neutralizzati scientificamente i fumi. Non lo dico io, ma altre realtà esistenti di impianti di cremazione. Credo che il mondo dell’agricoltura si dovrebbe battere per tutelare davvero la tipicità, incrementare i prodotti locali con una giusta remunerazione, non essere in balia dei grossisti dei mercati generali e di merce importata e spacciata per nostrana. Credo che quanti abbiano preso parte all’idea di creare ad Albenga una società tra imprenditori privati per un forno crematorio e le attività collaterali abbiano fatto bene; sta ora al Comune fare in modo che siano tutelati gli interessi della comunità”.

Da parte sua il sindaco Giorgio Cangiano, nel marzo 2015, era stato categorico: “Ci siamo impegnati nel programma elettorale e in tutti gli incontri pubblici e con il Comitato che se eletti avremmo provveduto a revocare la delibera N.256 del 13/08/2013  dalla giunta Guarnieri. La maggioranza compatta ha deciso di rispettare questo impegno preso con i cittadini . Siamo convinti della fondatezza degli argomenti portati avanti da coloro che si erano opposti alla realizzazione di un forno crematorio, in un’area a forte vocazione agricola che ha sviluppato produzioni tipiche che hanno acquisito spazi di pregio sui mercati nazionali ed europei. Non è una decisione ideologica contro la cremazione che è una scelta personale e come tale va rispettata e sulla quale non siamo contrari. La costruzione di un forno crematorio ad Albenga avrebbe infatti sicuramente creato pesanti conseguenze negative sul settore agricolo, già in grave difficoltà, che invece dobbiamo riuscire a rilanciare con la creazione di marchi d’area ed altre iniziative qualificanti. La scelta di realizzare un forno crematorio, in una zona che presenta un’assenza di siti inquinanti e con potenzialità di sviluppo del settore, avrebbe invece comportato un impatto negativo sull’immagine del territorio». Proseguiva il Sindaco: «Considerando che il Comune di Savona ha avviato un progetto di ampliamento dell’area adibita alla cremazione per andare incontro alla crescente richiesta dei cittadini , vengono meno anche le motivazioni e la necessità di erogazione del servizio da parte del comune di Albenga essendo già erogato a livello comprensoriale». Peccato che il ‘progetto Savona’ sia invece rimasto al palo. E il comprensorio albenganese continui a ricorrere a Bra e Alba, e dal prossimo anno a Sanremo. E ultima ciliegina per Albenga, il Puc non è certo un toccasana per la salvaguardia dell’agricoltura, sacrificherebbe 60 ettari coltivati per consegnarli alla cementificazione. Le associazioni di categoria hanno presentato decine di osservazioni.

 

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