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Bombardier, ultimo atto. Così hanno cancellato le industrie del Savonese

La riduzione dei livelli occupazionali dello stabilimento e il dirottamento in altri paesi europei di carichi di lavoro che sarebbero dovuti essere assegnati a Vado Ligure. E’ questo il pessimo quadro emerso dall’incontro tra il manager responsabile delle strategie industriali di Bombardier a livello europeo Philippe Craust e i rappresentanti sindacali dei lavoratori. Bombardier, Vado LigureQuesta è la notizia che arriva da Vado Ligure e che s’innesta in un quadro desolante che riguarda l’intera provincia di Savona: Tirreno Power, Piaggio, mancata riconversione in Valle Bormida dove ci troviamo ormai al deserto industriale.

Oggi si raccolgono gli ultimi amari frutti di un processo di deindustrializzazione partito molti anni fa, nel quadro di un itinerario di dismissione nell’insieme della progettualità industriale del Paese avvenuto in coincidenza con il processo di privatizzazione delle Partecipazioni Statali. Processo di privatizzazione che ha depauperato un intero patrimonio nei settori chiave della produzione energetica, della siderurgia, della chimica, dell’elettromeccanica, dell’agro alimentare.

L’area centrale ligure, da Albisola a Finale con la Valle Bormida, era sede di una fortissima concentrazione industriale nei settori-chiave: settori che sono stati dismessi per varie ragioni, in un quadro di fortissima difficoltà nel rapporto tra produzione, ambiente, territorio, cessione di pezzi fondamentali di intelligenza produttiva, incapacità di riconversione nei settori strategici dell’innovazione tecnologica. I riferimenti sono ad Acna, Montecatini, Fornicoke, Brown Boveri, Magrini-Galileo, Ferrania, Italsider, Piaggio, citati alla rinfusa. Tutte situazioni che sono rientrate nella casistica appena sopra indicata.

Difficile indicare con precisione se si sia seguito, in questo drammatico frangente di vera e propria decostruzione economica e sociale, un preciso disegno politico oppure se via via è stata seguita una mappatura casuale legata alla convenienza del momento, alla speculazione immediata, allo scambio perverso riguardante essenzialmente e soprattutto lo scambio aree produttive/speculazione edilizia.

Vi sono stati passaggi che hanno riguardato, ad esempio, esclusivamente le amministrazioni locali come la definitiva dismissione del Pris (Piano regolatore intercomunale savonese) nei primi anni’90 e il successivo mutamento di destinazione d’uso delle aree dell’Ilva di Savona a seguito della privatizzazione ( “Il fallimento perfetto” di Bruno Lugaro). Oppure colpevoli omissioni della dirigenza industriale accompagnate da una miopia (!!??) sindacale nel caso Acna e della relativa devastazione del territorio (tra l’altro non ancora bonificato). E ancora la cessione di pezzi strategici di intelligenza produttiva, sotto forma di alienazione di brevetti, avvenuta in Ferrania e nella Magrini-Galileo. L’inconcludenza nell’avanzare proposte di riconversione come nel caso dell’Ilva di Savona, il cui sito avrebbe potuto rappresentare la sede ideale per un progetto legato alla componentistica industriale. Il peso schiacciante delle convenienze geo-politiche sia nel campo della chimica (Fornicoke) che dell’industria aeronautica (Piaggio).

Soprattutto c’è da far notare come, in nessun caso, abbia proceduto un processo di innovazione tecnologica, e non si sia mai verificato un momento di positiva riconversione. La vicenda Tirreno Power appare, sotto quest’aspetto, del tutto paradigmatica.

Si è così verificato un processo complessivo di alienazione del know- how, l’intensificarsi della fuga dei cervelli (fenomeno già presente fin dagli anni ’60) e l’adagiarsi sul modello della speculazione edilizia e del turismo di bassa lega, come quello legato alle crociere.

Non si apre qui il capitolo legato al porto, al riguardo del quale non si può non far notare come situazioni strategiche siano rimaste in mano a privati che poi socializzano le perdite chiamando il pubblico ed è mancato un disegno di unitarietà tra Savona e Vado nel settore del commerciale (poi si difende la presenza di qualche ufficetto in via Gramsci, con supremo sprezzo del ridicolo).

Questa è soltanto una fotografia di ciò che è accaduto, nel concreto, rilevando come siano state zittite tutte le voci contrarie al drammatico processo innestato, come sia stata sottovalutata la “questione morale” degli anni ’70-’80 che pure risultava già decisiva ai fini di questo risultato soprattutto nel momento in cui si puntava a rendere in operativo (com’è stato il Pris). Scelte sbagliate che pesano ancora sull’attualità e delle quali portano responsabilità tutti i soggetti economici, politici, sindacali.

Purtroppo non pare possibile far di più che lanciare un grido di dolore che non troverà nessuno a raccoglierlo per un bilancio davvero fallimentare.

Franco Astengo

 

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