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Lettera – Don Giuseppe: ‘Unioni civili,
la Chiesa in ritardo di qualche decennio’

Nessuno verrà mai a chiedere la mia opinione in fatto di unioni civili e cosi ho deciso di esprimerla ugualmente.

don Andrea Scandurra

Il tema riguarda le unioni civili appena concordate in legge dai nostri politici ed il grande clamore che ha suscitato in un certo mondo cattolico italiano. Credo che lo Stato Italiano, con questa legge, abbia anticipato i tempi il cui anticipo è spesso dovuto alla Chiesa ufficiale; ricordo il concilio Vaticano II che espresse in uno dei suoi documenti che “il tempo della adolescenza si e notevolmente allungato” e ce ne siamo resi conto subito dopo. La legge in fatto di unioni civili anticipa una decisione che avrebbe dovuto essere della Chiesa già qualche decennio fa; mi perdonino coloro che vivono attualmente il matrimonio sacramentale nella Grazia di Dio e che non comprendono questo che sto per dire ma sono parole rivolte a una società la cui cultura non è più quella cristiana.

Trovo sia saggio esprimere con una adeguata prova di convivenza, un tempo, che può essere anche indeterminato, che separi nettamente dal sacramento del matrimonio cosi come è profeticamente inteso da Gesù e mirabilmente espresso da s. Paolo nelle sue lettere a proposito dell’amore comuni gale simile all’amore fedele di Gesù per la sua Chiesa. Anche le coppie che ho preparato al sacramento del matrimonio le ho esortate a un tempo di convivenza per sperimentare l’amore che Dio fa vivere alla coppia stessa e se la coppia supera questo importante periodo chiedere quindi a Dio la sua benedizione è sacrosanto. Che lo Stato abbia cura di qualsiasi coppia, sia eterosessuale che omosessuale, trovo sia una grande espressione di civiltà, non solo verso le minoranze sociali ma verso tutta questa società che è incapace di scelte radicali, scelte fatte “per sempre”, come lo è il matrimonio sacramento.

Lo Stato deve offrire a tutte le coppie, il modo di esprimersi come coppia, senza pregiudizi e senza reticenze sull’eventuale futuro di cui la coppia può e non può farsi carico. Tutelare i diritti di chi presume “oggi” amore “per sempre” trovo sia una grande forma di civiltà e di fiducia per la persona sia eterosessuale che omosessuale, le quali persone non conoscendosi e non conoscendo l’amore di Cristo per la sua Chiesa non sono in grado si mettere una vera ipoteca sulla loro vita di coppia. D’altronde come si può mettere una ipoteca sul futuro legame se non si ha una visione di fede di speranza e di amore secondo l’insegnamento di Gesù Cristo? Come si può ipotecare un matrimonio secondo i canoni cristiani se mancano i presupposti di scelta per fede?

Aggiungerei un’altra cosa. In uno stato laico di diritto, l’unione civile così come è stata approvata; certamente perfezionabile, è sufficiente a garantire la convivenza di tutti. Ma il matrimonio cosi come lo stato italiano lo intende nella attuale legislatura in cui il presbitero nell’officiare il sacramento assume anche il ruolo di Pubblico Ufficiale dello Stato; in questo modo la Chiesa permette allo Stato di scimmiottare le scelte che sono proprie della chiesa che per essa sono fondate sulla fede, fede che lo Stato non può tirare in causa e trasformare in legge.

Ad esempio la fedeltà reciproca, l’educare la prole alla cristianità, la convivenza sotto lo stesso tetto, la condivisione delle gioie e dei dolori sono argomenti in cui lo stato si deve fare garante di salvaguardare, ma no come prima istanza. Educare alla fedeltà, al perdono, alla comunione dei beni sia spirituali che materiali non è compito dello stato ma della religione in genere che educa convivenza per fede. A mio avviso, questa forma di matrimonio attuale, dovrebbe sparire dalla nostra legislatura e lasciare che siano le confessioni a dettare le norme valoriali che perfezionerebbe secondo le fede dei credenti ( di qualsiasi religione) il legame civile che si evolve secondo quella fede che spinge i coniugi a fare scelte radicali, di fede.

L’utero in affitto, la schiavitù femminile, l’adozione per le coppie gay, la manipolazione del genoma umano; terapeutico o no, è tutta politica; esula dalla religiosità della coppia ed è anche auspicabile che il buon senso sia capace di alimentare lo spirito che permette al legislatore leggi giuste per il beneficio della razza umana di cui la politica deve farsi garante. Sono convinto che bisogna dare fiducia e con fiducia non smentire le parole della bibbia che ripete che “non sempre è zoppo chi usa il bastone”. Sarà capace l’uomo politico di usare il bastone con Sapienza? Bisogna metterlo alla prova d’altronde è anche questa la democrazia cosi come bisogna che le coppie si lascino mettere alla prova prima di dire il loro corale “per sempre” a se se tessi e a Dio.

Giuseppe presbitero

Nota di redazione: don Giuseppe Scandurra, ordinato sacerdote a Foligno, il primo ottobre 1995, è parroco (amministratore parrocchiale) nella frazione Verzi di Loano

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