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Indovinello da Noli a Voze. La capezzagna Luminella, strada comunale o cos’altro…?

Una testimonianza choc o se volete l’incredibile storia di un viaggio da Noli a Voze e viceversa. Perchè tutto tace ? Non interessa ? Sarebbe utile ascoltare ad alta voce il sindaco, il suo predecessore, assessori ed ex, consiglieri ed ex. Non per sterili polemiche. Per renderci conto di una situazione. Non far finta di niente. trucioli.it qualche spillo l’aveva tirato fuori.Ma prevale indifferenza e disinformazione a proposito di capezzagna della Luminella. Viabilità e sicurezza. E’ una strada comunale o cos’altro ? Che strada era inizialmente visto che tutto il territorio pullula di strade romane ?

Dalla relazione storica “Chiesa Cistercense del S.S. SALVATORE” , pag. 3, si legge:

La “classificazione” [delle viae romanae]contempla:

    a – viae militares – di permanente interesse strategico

        b – viae publicae

            1 – praetoriae

        2 – consulare – ossia le normali strade di grande comunicazione

    c – viae vicinales – d’interesse locale o di raccordo di viae publicaes

    d – viae privatae – di accesso a fondi privati dette anche

        1 – viae agrariae

        2 – viae rusticae

 La via “Giulia Augusta” costruita da Augusto come prosecuzione della via Emilia Scauri, seguiva l’arco della costa ligure ed andava da Vado Sabatia fino a Ventimiglia ed al confine con la Gallia, costituendo con l’Emilia e l’Aurelia la via verso l’Occidente.

Da Vado Sabatia proseguiva per Segno ed in prossimità dell’attuale località “i Gatti”, scendeva fino a Magnone – Santa Libera, dove incrociava la via pretoriana proveniente da Mallare ed una via vicinale proveniente da Voze,

A Magnone dunque passano tre vie romane la prima “consolare” che da Vada Sabatia, Segno, scende a Magnone per superare capo Noli ed arrivare, attraverso la valle del Ponci, dell’Aquila a Gorra; altro percorso della “consolare” potrebbe essere da Vada Sabatia a Spalturno, quindi Magnone e valle dei Ponci; l’altra di tipo “pretoriana” che arriva da Mallare, incrocia una via secondaria, (forse) “rusticae“, o vicinale proveniente da Voze, e va a confluire, nei pressi della “Chiesa” con la prima. Non a caso le cappelle dedicate a Santa Libera si trovano all’incrocio di vie romane.

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Naturalmente, i genieri romani, cercavano di costruire strade dritte, e molti tratti effettivamente lo sono, ma certo non tutti. Il costruire strade rettilinee portava spesso a salite ripidissime, impraticabili per il traffico pesante dell’epoca; con il passare del tempo i romani capirono questo problema, e costruirono alternative più lunghe, ma meglio percorribili con i carri.

Le strade si snodavano generalmente in campagna, in posizione centrale. Tutto ciò che si trovava lontano dalla strada maestra vi era collegato dalle cosiddette viae rusticae, o strade secondarie. Sia le une che le altre potevano essere pavimentate o meno, ad esempio con solo uno strato di ghiaia e sterco di asino, come accadeva in Nordafrica. Queste strade preparate ma non pavimentate venivano chiamate viae glareae o sternendae (“da cospargere”). Dopo le strade secondarie venivano le viae terrenae, normalmente sterrate. Oltre i confini, dell’impero, non esistono strade, ma si può presumere che i semplici sentieri o le strade sterrate permettessero il trasporto di alcune merci.

L’elemento naturale della viabilità minore, di intercomunicazione con i centri vicinori e con le zone agricole o di pascolo. Lo dimostra la Tavola del Polcevera: i territori contesi erano attraversati dalla Postumia, ma mai determinante a stabilire punti di riferimento legali in quanto i territori contesi erano già spartiti da molto prima della romanizzazione. Ma anche la lavorazione di prodotti rari, come l’ambra, presuppongono l’esistenza di tracciati di comunicazione, di pastorizia, di transumanza, che sicuramente furono di base ai successivi tracciati “ufficiali”.

 Genericamente, della vita sociale locale (detto ‘centuriazione) ed a maggior ragione per l’uomo del medioevo, semplice e sprovveduto – è la terra, il territorio che lo circonda, i paesi che gli sono vicini; e solo in questa ottica possiamo valutare tutti i lavori fatti dai nostri avi: dalla rimozione delle pietre per farne muretti a secco ancor oggi resistenti, al riporto della terra con ceste per alimentare striminzite fasce sulle quali coltivare il necessario con tanta tanta fatica.

Ma per il minuto commercio legato alla sopravvivenza, altrettanto creare strade transitabili, da sentieri a viottoli a carretta-bili, vicinali o di lunga percorrenza, ma sempre strade. Se la terra del ligure è povera, la salvezza non da tutti venne ricercata nel mare (la ‘vocazione marittima’ fu quella dei pochi che si resero più visibili; ma quanti dei mille abitanti del borgo possedevano una barca e marinai adeguati al piccolo commercio?). Pertanto la vocazione del ligure fu nella sua caparbietà, tenacia e rudezza del carattere.


Esempio di tracciato. E ipotesi di tracciato nel genovesato

 La parola ‘tracciato‘, che diventa ‘tracciati‘. Il primo, al singolare, ha origine da un percorso preromano che è presumibile (da essere Genova un emporio e da reperti nelle tombe di oggetti di origine padana) ma ipotetico; rimane altrettanto presumibile ed ipotetico quale romano ‘di prima fattura’ (presumibilmente andato a spezzettarsi e scomparire per mancanza di manutenzione).

Diventa romano ‘di rifacimento’ quello con tracce di epoca più recente (tipo la via Iulia). Finisce al plurale quando legato alla evidenzi azione di una percorrenza uguale alla primitiva, ma con molte varianti dovute alle diversificazioni antropologiche, geologiche, storiche, legate alle comodità di rifornimenti, raggiro di ostacoli, esperienze sul campo, ecc.

 

Tracciato ipotetico della strada romana, di Miscosi.

Giorni fa mi sono trovato nella situazione di percorrere, con pioggia e vento, la “strada” della Luminella. Mentre procedevo quasi a passo d’uomo, in discesa, visto che era la prima volta che la percorrevo, mi domandavo se quella era una strada nel vero senso della parola o cosa altro fosse. Tra una curva e l’altra, tra un tornante molto stretto e l’altro, tra una serie di discese da “pista nera”, mi stavo chiedendo se al posto dell’auto avrebbe avuto più senso utilizzare un “Landini”, anche se vecchio, il quale, nonostante gli anni, sarebbe stato più consono e avrebbe dato maggior sicurezza.

Tutta la “strada” , tra pochissimi rettilinei, si inerpica da Noli fino alla sommità della Voze, con nove tornanti e innumerevole mezze curve; non già ultimo, corre parallela al rio Luminella, incassato in una piccola canaletta priva delle più elementari norme di sicurezza.

Gli ultimi tre tornanti sono tangenti ad una scarpata di linea di faglia rimodellata dal carsismo e da frane di crollo. [a]

Pareva di percorrere le strade campestri e comunali della “Bassa”, quelle che costeggiano piccoli ed grandi fossi adacquatòri, limitrofi alle proprietà terriere, la cui sede stradale, solo in sparuti casi, è delimitata da brevi guard-rails [in prossimità di bocche a battente o a stramazzi deviatori], ove, ogni tanto, qualche “foresto” nelle giornate di “buio pesto” per la nebbia, quando gli va bene, va a “lavarsi” l’auto.

In strade quasi simili, vedi la provinciale n° 8, tra S. Giorgio e S. Filippo, nel tratto dopo l’inizio della strada romana per Mallare, ove manca la protezione a valle [in tutto il tratto la protezione a valle è quasi un miraggio], anche qui qualche “foresto”, no non va ha lavarsi l’auto, fa di meglio, prende la scorciatoia per S. Filippo. Meno male che i castagni lo fermano in tempo.

Sulla provinciale n° 8, dopo la curva del “Cascinotto” in un tratto nei pressi della “casa Rosa”, un imprenditore nella nautica da diporto, ritornando a casa, verso sera, è atterrato con la sua Mercedes sulle chiome degli ulivi sottostanti; se non vi fossero stati, sarebbe entrato direttamente in autostrada senza pagare il biglietto. Ora c’è un guard-rails, di quelli in uso nel lontano “ventennio”.

L’utilizzo di guard-rails o protezioni laterali, atte ad impedire lo svio dei veicoli dalla sede stradale, sono inesistenti; utilizzate in modo improprio in alcuni tratti alti, scomparsi nel tratto terminale, soprattutto dove ci sarebbe stato più bisogno. [rio Luminella prima di scomparire sotto Piazza Aldo Moro]

Nella parte alta a fianco del campo sportivo di Voze, uno dei pochi tratti rettilineo, un terrapieno a destra ed una recinzione privata a sinistra, di fatto restringono la sede stradale ed impediscono il transito contemporaneo di due veicoli. [C.d.S: L ≥ 3.00 ml].

In prossimità di alcuni fossi sono presenti dei parapetti, vere e proprie ringhiere in ferro, più utili ai pedoni che agli autoveicoli; ma a che servono se non c’è un marciapiede?

Non parliamo delle opere di presidio le quali hanno lo scopo di preservare il corpo stradale dall’azione temporanea o continua di acque correnti, dalla caduta di neve dalle pendici, dall’azione di ammassi di terra in movimento adiacenti al corpo stradale e dalla caduta di massi.

Su tutto il tratto non è presente un paracarro. Un tempo avevano la funzione di trattenere i carri dalle uscite di strada e di proteggere sia i pedoni sia i ciclisti. Erano degli elementi in pietra o porfido, disposti ad intervalli sul ciglio della carreggiata. Successivamente sono stati arretrati al limite della sponda erbosa del fosso o del terrapieno; sostituiti in seguito, sulle strade di grande comunicazione, da platani con fascia bianca; oggi, ridotti a piccole dimensioni, in plastica bianca e nera, muniti di catarifrangenti bianche e rossi, servono a delimitare visivamente la carreggiata stradale.

Finiture importantissime sono le opere di segnaletica, sia orizzontale che verticale [vedi tipologie Codice della Strada]; su tale via si viaggia a “vista” [metodo utilizzato sovente sulle tratte ferroviarie secondarie, in prossimità dei passaggi a livello, nei giorni di sciopero o quando il passaggio a livello è indicato con la croce di S. Andrea]; del resto la velocità di progetto della strada è abbondantemente sotto i limiti.

Analizziamo ora a chi serve questa “strada”. La regione Luminella si presenta come una estensione periferica di Noli, è costituita da un agglomerato urbano che di fatto ha trasformato in parte il paesaggio agricolo primordiale.

Nella storia delle costruzioni per l’agricoltura una parte importante spetta alla modificazione del paesaggio per uso agricolo: i grandi sistemi di terrazzamenti, la geometrizzazione delle colline realizzata dai filari di vigneti e dei frutteti, i sistemi di canalizzazione delle piane irrigue sono enormi opere che, oltre a caratterizzare le diverse zone agricole, costituiscono lo sfondo e il contesto in cui sono inserite le fattorie e i villaggi agricoli.

Negli ultimi decenni la coltivazione si è trasformata così profondamente per effetto dell’introduzione massiccia delle macchine agricole, ect. Un’altra recente trasformazione è dovuta al sempre maggiore collegamento delle produzioni al mercato, per cui si sono introdotte nuove coltivazioni e altre sono state completamente modificate.

Tra le nuove forme di coltivazione molte hanno influito profondamente sul paesaggio agrario; gli effetti più evidenti si leggono nelle coltivazioni arboree e nel progressivo ridursi di alcune coltivazioni che richiedevano una continua manutenzione del territorio: vigneti, castagneti, uliveti, tutti i terrazzamenti già destinati a coltivazioni, per cui si assiste a una decadenza e a un inselvatichimento di alcune zone.

Non da ultimo l’abbandono degli edifici rurali oltre che della “terra”; al loro posto si assiste al prolificarsi di nuovi edifici, in parte trasformazione dei precedenti ed in parte nuovi inserimenti; il tutto determina piccoli borghi sparsi che tendono a saldarsi, ove possibile, alla periferia urbana.

Ma la periferia urbana, come tale, deve avere determinati servizi pubblici quali: strade percorribili, condotte idriche, fognature, illuminazione, ect.., e, ove possibile, servizi commerciali.

Quando nel lontano 1959, l’Avvocato, assunse un numero sempre crescente di lavoratori per la sua industria, pensò di dare loro un tetto cui dormire, per cui nacquero i quartieri periferici della Falchera e delle Vallette, a Torino. Ma lo sbaglio più eclatante che fece è stato quello di non fornirli di alcun servizio.

Tornando ora alla nostra “Regione Luminella” , uno dei servizi pubblici che più non c’è, è l’illuminazione pubblica della zona, quindi c’è da chiederci:

È una “strada” comunale o cos’altro?

Alesben B.

Bibliografia:

        E. Bianchi: – in A.D. 1212

        C. Amerio: – P-I. Brusasco: elementi di progettazione edilizia

            “Archeo” : – Le grandi strade dell’Impero n° 39,1988

[a] Carta geomorfologica dell’altopiano delle manie e dei bacini idrografici limitrofi

Augusto Biancotti & Michele Motta – Dipartimento Scienze della Terra – Università di Torino

Gerardo Brancucci             Dipartimento Scienze della Terra – Università di Genova


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