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La piramide di segatura di Remo Fresia. Ricordi di guerra a Millesimo

La seconda guerra mondiale era nella fase più cruciale, intensa e caotica, che si potesse verificare. Eravamo ai primi giorni autunnali del 1944. I viveri iniziavano a scarseggiare; il pane veniva distribuito con la tessera che il comune rilasciava ad ogni famiglia ed era più nero del carbone e più duro di un pezzo di marmo. Per fortuna noi avevamo un piccolo podere tutto attorno alla nostra casa rurale. Nel podere veniva seminato e coltivato ricavando il minimo necessario per poter tirare avanti.

Nella parte più fertile seminavamo le patate, il grano, i fagioli ed altri ortaggi, mentre nella parte rimanente seminavamo il granoturco = mais = mehira = meliga; però il tutto non bastava per arrivare da un anno all’altro. Il babbo lavorava nella segheria del podere “tennis” di proprietà degli zii Giobatta Fresia e Maddalena Gamba alias Madlina con altri due operai più anziani: il fu Gamba e il fu Tessitore. Il lavoro più grande era quello di preparare la legna per i gasometri a metano applicati ai veicoli dell’esercito tedesco ed anche ai camion dello zio Battista.

Per questo motivo si produceva moltissima segatura e tacche di scarto in quanto la legna tagliata non doveva superare i 12-15 cm di lunghezza e andava spaccata in piccole parti. Inoltre gli uomini della segheria eseguivano altri lavori riguardanti il legname. In quel periodo nella segheria era pervenuta una partita di tavole perlinate ed i tedeschi, che avevano il comando nella casa attigua al castello, di proprietà delle sorelle Scarzella con residenza a Milano. A lato del castello, posto sulla costa rocciosa in vetta c’era e vi è tuttora uno spiazzo con sponde di roccia dove i tedeschi avevano installato una postazione fortificata, un nido di mitraglie.

La nostra casa era dirimpetto, sulla sponda sinistra del fiume Bormida ad una distanza di 25-30 metri. Essendo il genitore a contatto giornaliero, per via del lavoro che svolgeva tutti i giorni, con i tedeschi venne a sapere dalla guardia militare che prima dell’inverno gli ex-alleati, invasori tedeschi, per fornirsi di vettovaglie sarebbero andati nelle case e cascine campestri per fare una requisizione di prodotti alimentari. In un battibaleno il papà Ricu con l’aiuto del suo solito più fedele amico il fu Giuseppe Pizzorno, alias Pinu e Carlinet, scavarono una grande fossa nella cantina interrata della casa.

In questa enorme fossa installarono una lunga e bassa cassa in legno che il babbo aveva preparato con gli scarti delle tavole perlinate, aveva messo un coperchio e poi tutto venne sepolto e coperto da una grande montagna di segatura e tacche di legna che il povero babbo ogni giorno portava a casa a mezzodì e sera con un sacco sulla barra della bicicletta che usava per recarsi al lavoro. Verso la fine di novembre avevamo già avuto la preannunciata visita sgradita dei tedeschi per la requisizione; un capitano che parlava abbastanza bene l’italiano e tre militari; il graduato quasi bruscamente disse prima in tedesco e dopo in italiano: Wir wollen Kartoffeln oder Weizen = vogliamo delle patate o grano.

Senza fare nessuna mossa brusca il genitore accompagnò i quattro invasori in cantina passando dall’orto mentre un militare rimase fuori di guardia davanti alla porta. Fece vedere una grossa conca di legno dove dentro vi erano circa 30-40 kg di patate che servivano per il nostro consumo giornaliero ed il babbo disse loro: “Queste sono le nostre patate che abbiamo coltivato nell’orto e ci servono per uso familiare. Una figlia è sposata e abita a Trofarello, ma ho ancora due bambini in casa, il più grande Domenico è in Marina.”

In un angolo della conca vi erano anche una quindicina di barbabietole di tipo bianco che noi davamo ai conigli con la crusca o alla mucca; il capitano ordinò ai suoi sottoposti di prendere una parte di patate e prese lui stesso due barbabietole e le mise nel sacco con le patate. Poi incuriosito dalla piramide di segatura chiese cosa fosse. Il genitore spiegò che quando faceva molto freddo la usavamo per la stufa del corridoio che scaldava anche le camere.

I due militari infilarono diverse volte la baionetta nella segatura e sentirono duro; pensando che vi fosse chissà cosa presero ad infilzare ripetutamente fino a che uscì fuori una grossa tacca di legno. Guardandosi l’un l’altro scoppiarono a ridere e se ne andarono con il bottino della requisizione.

Remo Fresia

 

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