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Amministrative 2013: analisi ‘politicista’

La valutazione più sconcertante che è stata sviluppate in queste ore post-elettorali viene da alcuni membri del  governo Letta che hanno giudicato positivamente la crescita dell’astensionismo, considerandolo un potenziale “voto di fiducia” allo stesso governo.

Un “voto di fiducia” quasi d’attesa verso gli sviluppi che l’attività dell’esecutivo potrà avere, risolvendo i problemi più urgenti che le cittadine e i cittadini si trovano ad affrontare al centro della crisi: disoccupazione, taglio drastico del welfare, riduzione del potere d’acquisto, precarie condizioni di vita per milioni e milioni di persone.

Una valutazione, questa dei ministri, che davvero dimostra come non ci renda conto ( o meglio, non ci si voglia rendere conto) dello stato delle cose in atto: quello di un vero e proprio “logoramento” nella trama democratica del Paese, ben oltre il fenomeno già denunciato e analizzato della cosiddetta “disaffezione al voto” (un tempo giudicata come fenomeno di allineamento della democrazia italiana, alle considerate “più mature” democrazie occidentali, quelle dell’alternanza).

La affrettata analisi che seguirà in questo testo sarà costruita su di un impianto analitico volutamente “politicista”, non rispettoso prima di tutto della regola aurea del confronto “elezione per elezione”, amministrative con amministrative, politiche con politiche.

In questo caso volutamente si è cercata la comparazione tra elezioni politiche ed elezioni amministrative per almeno due motivi: il brevissimo lasso di tempo intercorso tra le due consultazioni e l’esito dirompente che la consultazione politica aveva avuto, presentando un tasso di volatilità tra i più alti della storia repubblicana, che aveva portato alla rottura dello schema bipolare su cui si erano attestate le forze politiche negli ultimi quindici anni.

Adesso si dirà che si è verificato un ritorno a quello schema: tutti i ballottaggi saranno tra centrodestra e centrosinistra (con quest’ultimo schieramento in netto vantaggio) ed il “terzo incomodo” rappresentato dal M5S appare già fortemente ridimensionato.

Il calo di consensi del M5S c’è, indubbiamente, e sarà analizzato più avanti.

Ma il bipolarismo non è tornato in auge: il “terzo incomodo” c’è, ben consistente, e con il quale l’intero sistema dovrà fare i conti. Si chiama astensionismo.

Un astensionismo di notevolissima portata, con un  risultato che solidifica ed amplia da questo punto di vista quello già molto rilevante delle elezioni politiche.

Andiamo per ordine.

Allo scopo di realizzare questo primo abbozzo d’analisi sono stati, infatti, presi in considerazione 33 comuni: quelli capoluogo più altri considerati i più importanti tra quelli presenti nella lizza elettorale. Anche in questo caso ci saranno obiezioni, sia rispetto al metodo, sia rispetto alla scelta specifica: ma era necessario poter avere, infatti, dei dati “politici” sui quali lavorare nel più breve tempo possibile e questa è stata considerata l’opzione di lavoro maggiormente opportuna.

Sarà presente nel dibattito anche un’altra obiezione: quella relativa al peso del risultato di Roma rispetto all’intera analisi, ma si tratta di un dato inevitabile comunque e quindi da accettare considerandolo come elemento del beneficio d’inventario che, in questi casi, deve essere sempre e comunque richiamato.

Oltre ai comuni capoluogo sono stati quindi presi in considerazione anche i comuni di: Cinisello Balsamo, Sestri Levante, Sarzana, San Donà di Piave, Imola, Monte Argentario, Viareggio, Massa, Sabaudia, Velletri, Maddaloni, Grumo Nevano, Molfetta, Monopoli, Bisceglie, Locri, Castellamare di Stabia e Scafati.

Nella sua crudezza il dato dell’astensionismo sta riassunto in queste due cifre: elettori vanti diretto 3.817,384; voti espressi validamente 1.888.328. Nella sostanza la maggioranza assoluta degli aventi diritti non si è espressa attraverso la non presentazione alle urne, la scheda bianca o quella nulla ( esattamente 1.929.056 elettrici ed elettori). Altro che “fiducia preventiva”!

Il “non voto” è quindi cresciuto, tra il 24 Febbraio ed il 25 Maggio di 689.737 unità per quanto riguarda ovviamente i 33 comuni presi in considerazione ( tutti omogeneamente hanno fatto segnare un calo, in questo senso).

Il calo del M5S è evidente e vistoso: il 24 Febbraio raccolse, in queste realtà, 684.227 voti; il 25 Maggio ridotti a 186.685 con un meno 498.542. Si potrà discutere sulla “qualità” di questa flessione, ma sulla sua consistenza credo proprio che non risultino obiezioni da apportare.

Tutte le altre aree politiche risultano in calo, rispetto al “campione” preso in considerazione.

L’area di centrosinistra (PD,SeL, Centro democratico) aveva ottenuto 859.514 voti, mentre alle amministrative lo stesso schieramento (anche se Sel in alcune occasioni, come ad Imperia e a Siena ha preferito lo schieramento di sinistra) oltre alle liste civiche apparentate si è fermato a 744.789 voti, con un calo di 114.725 unità.

E’ andata peggio al centrodestra (PDL, Lega Nord, Fratelli d’Italia e La Destra): alle politiche 651.082 voti, alle amministrative (comprese le liste civiche apparentate) 475.844 (con una crescita in valori assoluti di Fratelli d’Italia che, grazie al buon risultato di Roma hanno acquisito circa 14.000 suffragi in più) con un calo di 175.238 voti.

Al centro il trio Scelta Civica-UDC- FLI a Febbraio si era attestato su 271.173 ( i dati delle politiche che sono stati considerati sono quelli relativi alla Camera dei Deputati), adesso pur con l’ausilio di liste civiche (comprese quelle cui faceva capo il candidato sindaco di Roma, Marchini) siamo a 148.467 voti, con un calo di 123.706 consensi: una cifra davvero rilevante.

Infine l’area che aveva dato vita (si fa per dire) a Rivoluzione Civile che, nei 33 comuni presi in considerazione si era fermata a 75.475 voti, ridotti adesso a 49.129, con un meno 23.346.

Da notare che a Liste Civiche non classificabili d’acchito sono toccati, nella tornata amministrativa del 25 Maggio, ben 283.434 voti.

Sono state usate le cifre assolute e non le percentuali proprio per rendere immediata l’idea della consistenza dei vari risultati: se ne evince, ad esempio, che il M5S nei 33 comuni presi in considerazione ha ceduto poco meno dei ¾ dell’elettorato acquisito alle elezioni politiche.

La conclusione non può essere altro che quella di ribadire la realtà di un vero e proprio “logoramento” del tessuto democratico e del quanto appaia illusionistica l’idea di un improvviso ritorno di fiamma del bipolarismo.
La situazione è grave e, contraddicendo Flaiano (anche con il pensiero rivolto agli effetti drammatici della gestione capitalistica della crisi) anche seria.

 Franco Astengo

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