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Cari signori della sinistra, le scuole private e paritarie sono una garanzia per tutti

Non sarete in molti a leggere questo articolo (ciò non è rilevante perché prevale la forza delle idee) ma ritengo indispensabile chiarire alcuni aspetti, dal mio punta di vista naturalmente, che a me (per l’appunto) sembrano importanti in relazione a due fatti recenti che riguardano il sistema di Istruzione nel nostro Paese.

Due fatti che, a ben guardare, denotano in maniera estremamente significativa la reale incapacità di comprendere che l’Italia è davvero destinata ad una lenta ma inevitabile agonia che la condurrà alla morte cerebrale (anche perché il numero di cervelli sani in giro è oramai minoritario).

Mi riferisco in particolare al referendum di Bologna sul finanziamento alle scuole paritarie (evidentemente in quel Comune dove governa la Sinistra non hanno altro a cui pensare) e alla recente sentenza del TAR Lombardia sull’uso esclusivo della lingua straniera nei corsi di Laurea al Politecnico di Milano.

Primo argomento che pare stia tanto a cuore al Movimento 5 Stelle e che divide (novità) il PD: il finanziamento pubblico alle scuole paritarie.

Credo che sia importante ricordare a qualcuno che ama sbandierare la Costituzione solo quando gli pare, come se si trattasse di un jolly da usare solo a seconda delle circostanze di tempo e di luogo, un paio di disposizioni e precisamente:

il terzo comma dell’art. 33, il quale stabilisce che Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.

Il quarto comma dell’art. 33 che sancisce che La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.

Fermiamoci ad esaminare sommariamente queste due norme senza voler dar vita ad un trattato di diritto costituzionale anche se, forse (anzi senza forse), qualcuno (soprattutto a Sinistra) avrebbe bisogno di un ripasso (basterebbe però un Bignami non essendo necessario leggere il Barile o il Crisafulli).

La Costituzione equipara la scuola pubblica a quella privata ovvero la privata alla pubblica.

Per il Costituente esiste solo la Scuola: essa deve essere pubblica, ma può anche essere privata senza alcuna differenza e gli alunni della privata hanno diritto allo stesso trattamento di quelli che frequentano la scuola pubblica (lo so che per alcuni questo concetto è difficile da digerire ma basta saperla leggere la Costituzione ed è magicamente possibile Istruirsi).

Dunque due tipi di scuola che rispondono però ad un unico ed esclusivo interesse: fornire il miglior insegnamento possibile per elevare il grado di istruzione nel Paese auspicando, che, ad una massiccia diffusione di questa (l’Istruzione), possa corrispondere sia la creazione di una classe dirigente all’altezza dei suoi compiti (tutela dei Bisogni della Collettività) sia la formazione di un popolo (in particolare del corpo elettorale) consapevole dei propri diritti (prima di tutto quello di saper scegliere) e dei propri doveri (prima di tutto quello di saper scegliere).

Visti i risultati, almeno degli ultimi due decenni, ho qualche dubbio ma questa è altra questione….

Vero è che, all’assoluto equilibrio fra scuola pubblica e scuola privata, il Costituente ha posto però un limite: ha stabilito che enti e privati possono costituire tutte le scuole che vogliono ma senza oneri per lo Stato.

Occorre però chiarire (ai benpensanti) che questa norma ha solo una possibile interpretazione peraltro ricordata da Elena UGOLINI, dirigente scolastico ed ex sottosegretario al Ministero dell’Istruzione (http://www.lastampa.it/2013/05/22/italia/cronache/finanziamento-pubblico-alle-scuole-paritarie-si-o-no-7a9mpbMBxJwwwRs3uHSJsJ/pagina.html) ovverosia “che l’inciso «senza oneri per lo Stato» fu proposto dall’ On. Corbino durante la Costituente con questa motivazione : ‘Diciamo solo che nessun istituto privato potrà sorgere con il diritto di avere aiuti da parte dello Stato . E’ una cosa diversa: si tratta della facoltà di dare e di non dare ‘. E l’On. Codignola, altro proponente, chiarì ulteriormente : “Con questa aggiunta non è vero che si venga ad impedire qualsiasi aiuto dello Stato alle scuole, si stabilisce solo che non esiste un diritto costituzionale a chiedere tale aiuto”.

Alcuna incostituzionalità può dunque essere riscontrata nel fatto che la legge ordinaria contempli aiuti alle scuole private, semplicemente tale diritto non assurge a livello costituzionale.

Altra interpretazione della norma è, invece, che non può essere escluso, in forza del fondamentale interesse alla Tutela dell’Istruzione, che lo Stato svolga opera di intervento attraverso forme di finanziamento a scuole private, in condizioni di difficoltà, specie laddove esse si trovino in località, ove le scuole pubbliche non vi sono (non in tutte le località ci sono le scuole pubbliche se ne facciano una ragione alcune sigle sindacali).

Esiste una Legge (la n° 62/2000) che si intitola Norme per la parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio e all’istruzione promulgata sotto il Governo D’Alema bis (meditate gente di sinistra meditate, a meno che D’Alema non sia di sinistra ma, se così fosse, comunicatecelo) che all’art. 1 stabilisce che Il sistema nazionale di istruzione, fermo restando quanto previsto dall’articolo 33, comma 2 della Costituzione, è costituito dalle scuole statali e dalle scuole paritarie private e degli enti locali e dunque (lupus in fabula) anche le scuole paritarie fanno parte del sistema nazionale e pertanto svolgono un servizio pubblico e hanno di conseguenza il sacrosanto diritto di ricevere sostegno economico dallo Stato perché affermare questo diritto significa (udite, udite, strenui difensori del PUBBLICO) riconoscere che un alunno della scuola paritaria ha la stessa posizione giuridica e sociale di uno della scuola “pubblica” perché , forse qualcuno non l’ha ancora capito, ma decidere di mandare il proprio figlio alla scuola paritaria e privata è un sacrificio e non è roba (per usare un espressione alla Bersani) solo per ricchi.

Pertanto aiutare la scuola paritaria significa aiutare i figli di famiglie che svolgono, almeno nella maggior parte dei casi, sacrifici economici enormi e ciò fanno esercitando il diritto-dovere previsto dall’art. 30 Costituzione, prima comma: È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli in relazione al fondamentale principio per il quale La scuola (ndr: ogni scuola, pubblica, paritaria e privata) è aperta a tutti (art. 34, comma 1, Costituzione).

La Legge n° 62/2000, tra l’altro, ha stabilito che le scuole paritarie sono soggette allo stesso trattamento fiscale proprio degli enti senza fini di lucro e ha istituito i buoni scuola statale.

Il Governo Berlusconi (ministro dell’Istruzione Letizia Moratti) ha poi migliorato la legge sotto diversi profili non ultimo quello di abbandonare il concetto di contributo alla scuola paritaria per sostituirlo con quello di partecipazione alle spese delle scuole (per precisione secondarie) paritarie allentando i requisiti numerici per accedere alle provvidenze e aumentando la misura di queste ultime.

Ma, se a Loano, ad esempio, non ci fossero le scuole private e paritarie, io vorrei proprio vedere, cari signori della Sinistra, come sarebbe possibile, garantire a tutti (ma proprio a tutti) il diritto di andare a scuola.

Ben ricordo quando nel 2009 dovevo iscrivere mia figlia a scuola i ti dico e non ti dico che si risolvevano nell’affermazione di questo semplice principio: si quelli che hanno compiuto i cinque anni a scuola ci possono venire, però prima bisogna vedere se abbiamo il posto per tutti quelli che di anni ne hanno già sei.

E vai giù con le liste d’attesa…..

Ma andate a farvi benedire tutti quanti dissi fra me e me (così nessuno mi poteva contraddire).

Sul Secolo XIX a pag. 17 dell’edizione del 23-05-13 (vedi allegato) è apparso l’allarmante articolo sul fatto che nel prossimo anno scolastico non ci saranno posti sufficienti per tutti gli studenti alla Superiori.

E’ una autentica vergogna sulla pelle delle future generazioni.

La seconda questione è quella dell’uso della lingua inglese in via esclusiva al Politecnico di Milano nei corsi di laurea.

Si è parlato di internazionalizzazione dell’Università.

Internazionalizzazione è una proprio una brutta parola ma gli amanti della lingua italiana, per amore della stessa, sono certo che ci passeranno sopra pur di difenderla a tutti i costi essendo parlata la nostra lingua da ben 65 milioni di persone sul Pianeta Terra, ove siamo solo in sette miliardi di abitanti.

L’argomento meriterebbe un ampia discussione e certo non può essere in poche righe oggetto di una disamina critica scevra da superficialità.

Ho letto la sentenza del TAR Lombardia, che è stato costretto a rispolverare lo Statuto della Regione Trentino Alto Adige per individuare una norma che espressamente contemplasse che la lingua Italiana è quella ufficiale dello Stato.

Non ne avevamo dubbi ma evidentemente a qualcuno continua a sfuggire un piccolo particolare: siamo uno Stato dell’Unione Europea ed anzi proprio quest’ultima sta svolgendo attività strumentali alla diffusione dello studio delle Lingue oltre a quella madre.

Il 26 settembre è stato proclamato, non a caso, la Giornata europea delle lingue (per maggiori informazioni: http://edl.ecml.at/)

Se vogliamo che i nostri studenti diventino professionisti capaci di operare in qualunque parte del Pianeta magari apportando un po’ di credibilità (parola grossa lo so) all’Italianità allora dobbiamo renderci conto che non lo possono fare parlando l’Italiano.

Lo vedo un architetto italiano che parla in italiano a Parigi, Londra, Pretoria, Brasilia e Tokio mentre sta presentando un importante ed innovativo progetto magari mai visto (avente ad oggetto, ad esempio, a caso, il recupero di edifici come l’ex Oleificio Roveraro a Borghetto …. Cosa ? Sto esagerando …. è un ipotesi, remota, ma non sia sa mai, meglio spararla grossa, se poi ci si azzecca …) oppure un Dottore in Legge che sempre in italiano, naturalmente, in un consesso dell’Unione Europea presenta il progetto della Nuova Costituzione d’Europa.

Ma vogliamo crescere una buona volta e diventare un Paese aperto a tutte le culture creando una generazione di cittadini del Mondo e non di soli cittadini italiani.

Questo non impedirà di certo di mantenere inalterata la bellezza della Divina Commedia

Inoltre l’Italiano resta una lingua che suscita interesse in tutto il mondo (essendo la quinta più studiata all’inizio del millennio): ogni preoccupazione della sua progressiva estinzione deve essere allontanata solo dimostrando all’estero che siamo credibili per il nostro ingegno e le nostre idee a prescindere dal fatto che siano espresse in Italiano.

Sul sito del Ministero degli Esteri (http://www.esteri.it/MAE/IT/Politica_Estera/Cultura/PromozioneLinguaItaliana/) è possibile trovare dati e considerazioni interessanti sulla diffusione della lingua italiana all’estero.

Si legge in detto sito: L’interesse per l’italiano nel mondo è crescente ed è anche grazie ai nostri interventi di politica culturale che possiamo registrare una realtà in cui la nostra lingua è, nel 2012, una delle cinque più studiate al mondo

E allora qual è il problema ?

Cerchiamo di guardare un po’ al di là del nostro naso.

Il fatto è che la Commedia su Scuola e Università non sta divertendo proprio nessuno.

Buona Italia a tutti … a quasi tutti.

Giovanni Sanna


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